- 236 - essere ghibellinocomegli Aragonesiegli Sforza,salvo poi a dissimularela parte sotto il mantodell'imparzia-- lità. Se dovessi enumerarvi, o signori, le cose da lui neglette, fraintese o ignorate lungo sàrebbe il mio dire, e troppo digredirei dal mio soggetto, ma poichè egli volle fondare la sua storia sull'intera storia della caduta delJ'impero romano intrecciandopoi le rivoluzioni di Firenze con quelle dell'Italia, come mai poteva egli rassegnarsi a lasciare il passato in balia di un perpetuo azzardo? Sa egli che ìl nord ed il mezzodì della penisola sono ordinati l'uno contro l'altro? Sospettaegli che il guelfo napoletano è barone e che il g·uelfofirentino è artigiano come il milanese? Dubita egli che gli Stati sono organizzati a due a due per combatterci? che eterna è la dua- , lità di Napoli e di Palermo, di 1Vlilanoe di Pavia, di Padova e di Verona? I-la egli contate le rivoluzioni , sca~dagliate le gue_rremunicipali, calcolate le leghe naturali , analizzati i modi con gli stessi moti si modificano, si trasformano, si capovolgono propogandosi da Milano a Roma e a Palermo? Si è egli chiesto se eranvi città frementi come le corde unissone ad un medesimo suono, se al contrario ve ne erano di resistenti con antipatia preordinata e ripetuta alla volta sua a Verona, a Pavia, a Forlì contro Padova, lVIilanoe Faenza? Egli è firentino comeun sonnambolo,sempre-rimane a Firenze, s'in1picciolisceper restarvi, falsifica tutte le prospettive italiane e s'intende la storia d'Italia solo combattendolo, strappandola alle sue frasi classiche, rifacendola col racconto degli storici a lui anteriori e distruggendo l'opera sua. Ma se egli ha scritto una cattiva storia mal evo- - I
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