Giuseppe Ferrari - Corso sugli scrittori politici italiani

- 226 - il suo voto in favore di un tiranno. Vi ho detto che egli è il rivoluzionario dell'Italia; che come tale ne piglia a rovescio tutta la storia: che ne calpesta le tradizioni, e deve pertanto sostituire loro il governo da esse più profondamente avversato. Posto questo primo assiorna ne consegue un altro non meno geometrico che , in· guerra contro la vera Italia , egli deve combatterneogni instituzione stabile e permanente, desiderando al contrario la stabilità e la costanza agli istanti fuggitivi in cui esce la nazione dall'orbita sua. In altri termini, alle prese col passato egli deve tramutarne ]e eccezioniin regola e la regola in eccezione. Ora qual è la vera, la regolare tradizione italiana, quella che trovate costante, perenne in ogni epoca, e che vive ancora in questo periodo di tempo? La tradizione dei due potéri, la dominazione dei due capi superiori, l'ondeggiare perpetuo di ogni Stato tra il papa e l'imperatore, il mescolarsi delle ostilità e delle fratellanze in modo da non sapersi discernere l'amico dal nemico. Tale è l'Italia di Carlo Magno, di Gregorio VII, dei con1uni, dei signori. E invece che trovasi in essa di effimero,di eccezionale?La memoriade' Goti, l'ambizionede'Longobardi, le esplosioni venete, napoletane, firentine, le male conquiste, che danno apparenza di unità alla nazione. Collaforza del suo genio egli vuole eternare questi istanti rivoluzionarj e fissarne lo splendore in modo che ne esca il più grande dei regni, lo Stato degno di vincere il secolo di Leone X, un governo meravigliosamenteduraturo comequello dei Romani. Con questo critero che tutto prende al rovescio_ s' intende altresì la parte repubblicana delle dottrine

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