I - 222 - . • cipe solo, isolato, senza amicr, in mezzo ad uomini sempre leggieri, incerti, ignoranti, ingrati e ciecamente tratti dalle loro cupidigie al mal fare, il segretario della repubblica di Firenze· è lontano dal concludere che sia sempreutile la liberalità che vuota l'erario , o l' indulgenza che toglierebbe ogni forza ad Annibale, o la fedeltà che priva il re della facoltà di prevalersi della credulità dei popoli, o la sincerità per cui sarebbe abbandonato dagli uomini -che desiderano beni ed onori impossibili. Voi sapete come egli giuochi sul timore, sulla speranza, con tutti i dadi delle passioni umane, comeegli insegni ad accordare i benefizj, a precipitare le repressioni, a giovarsi ora degli istanti fortunati, ora dei terribili in cui cessano i popoli di distinguere bene dal male, egli vi promette, di farvi simile, a Dio e se i suoi precetti non sono quelli del Vangelo, non sembra egli il negromante del potere e della gloria? Però nessuna via di mezzo; la repubblica o la monarchia, i papi o i novatori, i re o i tribuni, i Tarquini o i due Bruti, la durezza di Manlioo la un1anità di Valerio, la ferocia di Annibaleo la magnanimità di Scipione,le conquiste sanguinosamentecompite o la modestia dello Stato contento del suo territorio, gli insorti celerementespenti o le insurrezioni rapidamente vittoriose: tutto il suo merito. consiste appunto nell'odio suo contro gli uomini incapaci di rivoltarsi o di obbedire, di imitar Cesare o Bruto, e scoppia l' indignazione sua ad ogni tratto contro l'impotente equivocare italiano, contro gli uomini che non ponno essere nè intiera1nentebuoni, nè intieramente malvagi, contro Baglioni decapitato perchè non avea saputo pugnalare il pontefice a Peru-
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