Giuseppe Ferrari - Corso sugli scrittori politici italiani

- 1~4: - Nell'istante di lasciare il Petrarca una tristezza -inaspettata m'invade, e gli occhi rniei si fissano sulle sue pagine, che a fatica era giunto ad intendere, e ehe ora mai più potrò dimenticare. Io lascio l' eta -dell"innocenza, del risorgimento iuconsciente, della pacifica trasformazione delle credenze; non ancora si è inteso il tamburro degli Ussiti,. e la voce di nuovi profeti non ha ancora insegnato, come si fanno e si disfano le religioni. I signori non sospettano neppure che il medio evo, da loro detestato e creduto immortale, svanirà al soffio di nuove tempeste e adesso intendo l'ultimo sguardo di Laura sul poeta coronato.Essa lo guardava tristamente, dolorosamente. Era in Avignone, in mezzo ad una brillante società, le doveva la sua celebrità, la sua gloria, nè mai si era commossa, nè mai le era sfuggita qua parola in cui si fosse mostrata cosa mortale, e questa volta vedendolo partire per la sua patria era vinta, affranta dall'uno forse di que' presentimenti che sono il privilegio dell'amore o di una misteriosa nostra natura. A che, adunque, pensava la Dea del Canzoniere? Se lo sapessimo, chi sa? forse saremrnonoi meglio illuminati sull'epoca, sul tempo, sull'uomo, sulla sua missione. Ma al certo essa seguiva il Petrarca nel suo corso lontano, lo vedeva nel vortice delle rivoluzioni italiane, trasportato un giorno a Milano, l'altro giorno a Padova, a Parma, a Napoli, a Roma, in mezzo ai colpi di Stato, alle sorprese notturne, alle subitanee insurrezioni. Poi lo vedeva forse tra le feste, tra le donne, i cavalierj, le armi, gli amori; tra le ovazioni e le adorazioni, fra le grida della moltitudine affo1lata intorno a lui; da ultimo vedeva aprirsi una tomba, perchè tutto finisce, e la commedia della gloria ha .un termine come le altre.

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