- t29 - gione, esso pure è· èosa italiana, nè potrà essere ripristinato,se non a profitto del]' Italia. Questa è l' intima convinzione del Petrarca e sì spesso diehiar-atache ci crediamo dispensati dall'addurne le prove,del restopatenti, nell'opuscolocontrol'anonimo francese. Masorge una secondaobbiezione.E che? gli direte voi, i pontefici, gli imperatori, i loro luogotenenti, i loro legati non sono forse i flagelli d'Italia, non proteggono forse i tiranni, le sette, ·1e republiche, l'anarchia? Ogni loro discesa o tentativonon è forse provocato da Firenze, da Perugia, da Siena, dalle città attardate, da~ repubblicani inetti, dai faziosi desolati di vedersi soverchiatidal progressodei signori'! Non si contraddice forse l'amante di Laura proclamando Cola di Rienzie chi lo imprigiona, esaltando i Visconti e .rispettando i loro più subdoli nemici 't Non cade egli nel più assurdo controsenso volendo rialzare l'Italia col papa e coll' imperatore ? · No certo, perchè nella vita repubblicana chi combatte il governonon intende combatterela repubblica, e rimane il Petrarca coi dati italiani, colle instituzioni fondamentali, colla costituzione nazionale si vasta, sì sterminatache spesso i pubblicisti nell'era nostra non sapendo abbracciarla colla vist~ nella ' sua essenziale integrità la negano o parlano a caso. Ma regnando il pontefice, l'imperatore, e la repubblica dei signori, secondo il poet"a, il male stava non nella legge ma nella sua violazione,non nel papato ma nell'esiglio dei papi, non nell'impero ma nella sua decadenza, non nella tradizione antica, classica e italiana ma nella ribellionedei F.rancesi,dei Tedeschi, dei barbari che l'avevanoconculcataperfidiando •
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