Giuseppe Ferrari - Filosofia della rivoluzione

558 GIUSEPPE FERllARl ---------------- CAPITOLO VI. LA METAFISICA DEL SECOLO DJ;CIM.OTTAVO. I teologi e i metafisici disprezzano ìa filosofia del secolo decimottavo, l'aocusano di essere stata leggiera, superficiale, plebea; ma questo è ,il suo merito; e glielo diede Locke, che noi consideriamo qual rivelatore. Lasciamo i teologi e i metafisici; che ogni uomo di buona volonlà interroghi Locke a nome dell'umanità, troverà in lui l'esploratore del mondo nel quale viviamo. Ecco i suoi titoli alla nostra riconoscen~a. i. 0 Non ceTCaipiù un criterio assoluto, un che inconcusso; ma dimanda al pensi,ero delle co,qnizioni u- • tili. L'uomo, dice egli, non può lavorare alla luce del sole, si contenti della luce del fuoco: in altri termini, non può giungere al vero matematico fuori delle matematiche, si limiti alla oertezza positiva, terreslre, alle utili cognizioni. Così la filosofia scioglievasi d'un tratto dalle equazioni cartesiane, il libero esame cadeva sull'utile verità, non era trasportato nell'impossibile, la ragione discendeva dal cielo per riscattare la terra. 2.0 E dove era l,a terra? nella percezione non chiara e distinta, ma chiara e determinata. Dunque progrediva ad onta del dubbio critico, e disdegnava le entità metafisiche quali. tele di ragno, quando si tratta del vero, e del giusto positivo e determinalo. 3.0 Dov'è la cognizione chiara e determinata? Nella sensazione; le nostre cognizioni, dice Locke, cominciano e finiscono colla sensazione, fuori della quale non havvi altro che il vuoto. Eccoci dunque resi alla natura; è 01~amaiinteso che siamo di questo mondo, che urge di decomporre i nostr,i ,pensieri, di risalire alla loro origine, di tradurli in sensazioni, cioè di rettifioarJi coi fatti. I discepoli di Locke più non dich,iaransi incompetenti nella morale, nel,la storia, nella politica,

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