Giuseppe Ferrari - Filosofia della rivoluzione

S04- GlUS:EPPli: F'ERRARI birà la stessa sorte. Noi ci crediamo positivi, prosa1c1, non possiamo celebrarci col verso, il poeta odia il dare e- l'avere, il carbon fossile e la cotoneria; chiediamo ai nostri trov,ati la verità e la felicità, crediamo che ce le arrechino: è forse ragionevole di chieder loro in pari tempo una poesia? Non aneliamo al momento in cui la nostra società si svelerà -poetica; l'apoteosi non giunge se non dopo la morte. La poesia dei veri poeti, -lungi dall'apparire nelle epoche che chiamansi poetiche, appare assai' tardi, non dirò nelle epoche critiche, che non esistono, ma quando la religione ha oltrepassato il suo meriggio. Allora i:l sistema misti,co è completo, la musica è scritta; l'arpa che il poeta deve toccare è temprata. La fede si scema, è permesso di dar la parola agli Dei senza profanarli; il sole del bello comincia a spuntare, si può intendere il canto del cigno. Virgilio cel,ebra Roma che declina, il sistema romano lascia indurre la poesia di una grandezza che può perire; il cristianesimo è imminente: è tempo di celebrare gli Dei di Anchise, più tardi non satebbe più tempo. Istessament-e i contemporanei di Carlomagno non scrivono le epo_peecavalleresche ehe cominciano quando il feudalismo decade. · CAPITOLO XIII. I SIMBOLI RELIGIOSI. La bellezza de' dogmi che peri6cono non è muta, ma significativa, rappresenta una verità simbolicamente. Il simbolo vien fatto dalla .natura; l'uomo, creandolo, agisce fatalmente, è l'istrumento cieco di una vita fatidica. Pe;r chi ,lo inventa, il si:mbolo è la stessa verità, non rappresenta se non sè stesso: iper gli evangelisti, Gesù Cri,sto è il figlio di Dio, la sua vita è un fatto.

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