Giuseppe Ferrari - Filosofia della rivoluzione

FILOS01"IADELLA RIVOLUZIONE gono il tormento del digiuno e del oelibato. Pure quesl,a contraddizione è meramente cr-iti-ca. Noi sentiamo il ritmo, sentiamo la sua costanza in ogni sua variazione, la sentiamo astrazfone fatta da ogni discussione, opinione o ragionament-0. Osse.rvando i popoli più lontani dai nostri costumi, sentiamo che sono uomini, benchè stranissimi; che sono nel ritmo universale, benchè stravaganti. Tale è l'aipparenza, tale la realtà; ma si può s-pie-- ga.da, ma v.iene sentita; è assurda, ma è. CAPITOLO IX. LA MOBILITÀ PROGRÉSSIVA DELLA VITA. 11movimento che conduce da un sistema meocanico ad altro sistema meooa:nico rimane sempre meccanico e lo abbiamo spiegato colla teoria dell'errore. Ma l,a transizione da un 1 sist.ema mistico ad un altro sistema mistico, co.rrelativ.a. alla transizione meccanica, rimane sempre v.itale. Noi non vogliamo cambiare: ma la natura inganna la nostra volontà. Il nostro scopo non è se non di conservare e di estendere i nostr·i principj, la nosti~a religione; ma qual'è il risultato del nostro operare? Si è di modificare g-liesseri, di cambi•are l'ambiente nel quale vivi.amo: coll'opera nostra noi trasformiamo il mondo, lo faociamo .una seconda volt.a. Quindi se le cose risvegliano in noi -l'ispirazione, se l'ispirazione è sempre correlativa rulle cose, col loro mutarsi i'ispirazione della vita deve mutarsi, i nuovi fenomeni devono destare in noi nuovi sentimenti, una vi.ta nuova. L'uomo incendia le foreste, dissoda la terra, non pensa che a nudri,rsi, e la terra coltivata gli dà nuovi bisogni e lo toglie alla vita nomade. La ispecie si molti-plica, vengono costrutw •le -città, e da.l seno delle città sor.gono

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