Giuseppe Ferrari - Filosofia della rivoluzione

12 GIUSEPPE ];"'ERRAIH lit11rio inascultato; se molli rinotu:ionari non auesseru fl!H'Orauna l'Olla ripetuto 'il fatale errore d(jj, 18'.18, del 1859 e del 1866, chissà che. l'Italia non potesse respirare oggi, invece di un'aria avvelenata da conati liberticidi e da vapori di sangue, come nel Basso Impero, l'ossigeno vivido e puro d'una vera libertà, d'una più alta e sicura indipendenza, degna di un paese che ha nella sua storia le fulgide par;inc dei Comuni e del Rinasci- 'rnento ! 1 frulli di cenere e Losco, e/te purtroppo il JJOpolù italiano, quello che soffre e lavora, raccoglie dopo tanto sangue versato, malgrado l'ampliamento tenitoriale dei domini della dinastia sabauda, potrebbero oggi farci ripetere, e specialmente farle ripetere ai repubblicani, le sdegnose parole con cui il Ferrari nel 1851 constatava il fallimento d'i una tortuosa politica di accomodamenti e di rinunce: « Guardando l'Austria sola, gli unitari prendevano l'altitudine di Romani sotto la spada di Brenno, e gridavano come Ridolfi fatti e non parole, come Carlo Alberto unione e, concordia, come i crociati del 1847 fuori i barbari, come ogni retore sventato -silenzio e azione. E la democrazia? a guerra finila; ed i principii che debbono ordinare la rivoluzfone? a guerra vinta; e le buone leggi che debbono liberare il popolo, interessarlo alla rivoluzione e far sua la guerra? dopo la g-uerra; e le assemblee che devono dirigere, governare, sostenere la guerra? dopo la guerra; e la lotta contro il potere monarchico e cattolico, che rende impossibile o tradisce ogni battaglia? dopo la guerra; e la rivoluzione? dopo, dopo, dopo ... (L'Ita,lia dopo il Golpo di Stato). Dopo, s'è avuto quello che s'è avuto! « I regi promisero (insiste il Ferrari in « Federazione Repubblicana ») l'indipendenza con guerra diplomatica, affìdaro.- no l'Italia al re Carlo Alberto. Essi furono o traditori o traditi; i diplomatici s'avvolgevano ciecamente per entro il labirinto delle loro perfidie; i repubblicani gridavano libertà e lasciavano fare ai ministri, ai cortigiani, ai vescovi, agli abati; dividevano i timori e le

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