Giuseppe Ferrari - Filosofia della rivoluzione

202 GIUSEPPE FERRAR! . ' ùilmenlie. Or beHe, <lit.eche il mondo viene cta sè; appare, dunque è: la rag.ione non ha nulla a cercare, nulla ad apprendere al di là dell'a,pparenza. I fenomeni bastano a sè stessi, si provano da sè, in essi tutto è vero. Si oessi adunque dal cercare un criterio della verità. Che sarebbe esso? un principio, un'idea, .un fatto, una regola unica, che dovrebbe domina,re tutte le cose e tutti i pensier.i. Tale dominio suppor-rebbe la :possibihlà di trovare qualche cosa d'iI dentico in tutti i fenomeni, di passare logicamente I dagli uni agli .altri, e ogni criterio finirebbe a condurci sotto l'impero della logica, nel regno delLa contraddizione. No, non havvi criterio; ogni apparenza serve sè stessa di criterio: la sensazione giudica le sensazioni, la vista giudica la visione, la ragione giudica Ja ragione, le verità non si verificano e son tutte irreducibili. Ogni apparenza annunzia da sè la parte che sosti,ene in mezzo alle altre apparenze: un fenomeno è qualità, l'altro è sostanza; la luce illumina, i corpi sono illuminati: perchè? non lo sap-piamo, conosciamo solo il fatto, e dobbiamo fermarci nel fatto. La qualità s'annunzia come qualità, la sostanza fa le funzioni di sostanza, la causa si d.ice condizione dell'effetto, lo spazio si dichiara condizione del corp-o, il tempo, del moto; ciò par,e, ciò è. CAPITOLO II. DEL METODO. Le regoìe d-elmetodo devono ridursi tutte al precettq di accettare le apparenze, di non parlare nè del possibile, nè dell'impossibile quando siamo in presenza de' fatti. Dal momento che si oltrepassa una sola a,ppa-

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