Giuseppe Ferrari - Filosofia della rivoluzione

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FILOSOFIA DELL.\ Rl \ () 11 t; Z1 () ~ J~

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GTUREPPE FRR.R.ARl .FILOSOFIA DELLA RIVOLUZIONE NUOVA EDIZIONE COMPLETA PREFAZIONJD Df LUIG[ ]1'.AffBRJ MILANO CASA EDITRICE SOCIALE VIALE Mo:-.ZA 77

Questa ristampa della Filosofia dellti Bivolwii-one di Giuseppe Ferrari, è stata curata sulla « seconda edizione riveduta dall'autore» edita in due volumi senza data, daJJo Stabilimento 'ripografico-Librario dell'Edit. F. Manini di Milano. Malgrado la menzione riportata, nel secondo volume specialmente erano molti errori di stampa che abbiamo corretto. Abbiamo anche compilato un indice dei nomi citati nel corso dell'opera, che inseriamo in fine al volume, onde agevolarne la consnltazione. La prefazione di Luigi Fabbri è stata scritta in occasione di questa nostra edizione, e serve ad introdnrre il lettore allo studio di nn'o,pera tanto profonda ed attuale quanto sconosciut~ e dimenticata fino ad oggi. 1921. - Tipografia E. BELLASIO &. C. - Milano, Via D. Cre■pl, ,.

lt1Flt\NDRI- , D(t u,1 disegno di L. Melandri GIUSEPPE FRHRARI

PREFAZIO E

GIUSEPPE FERR/\RI Uno dei I enomeni che si i:erificano durante le 7nu acute crisi storiche, nel campo intellettuale, è il ritorno agli autori del passato, speciabnente ad alcuni che nei momenti di quiete erano più trascurati o dimenticati. Ciò avviene un po' per tutti, senza distinzione di partiti e di idee. Sembra quasi che la coscienza umana, sospinta e urtata a destra e a sinistra dalle onde della tempesta, cerchi la tranquillità spfrituale e fors'anchc una bussola per dirigersi, nel pensiero di uomini che la morte ha posto al di sopra della mischia. Inoltre, vroprio nei veriodi di crisi, il lavoro intellettuale è più intenso, e le opere del passato ·ne sono lo strumento ed il materiale necessari. Vi sono autori che torna,w ad un tratto, per forza defili avvenimenti, ad essere contemporanei; e su essi si qitta con avidità il lettore, per cercarvi ciò che JJiù desidera: o la conferma delle proprie idee, o il consiglio sulla via da seguire, o semplicemente un conforto nella sconfitta ed una sorgente di nuove speranze. Uno di questi autori, primissimo fra gli italiani, è Giuseppe Ferrari, lo storico e filosofo repubblicano federalista, fino ad alcuni anni or sono obliato dai più, ed ogqi ricercato e ripubblicato con crescente successo. Molle cause contribuirono a far fare attorno a questo originalissimo scrittore una specie di congiura del silenzio. Anzitutto l'efficacia corrosiva e rivoluzionaria dei suoi scritti, anche quelli di natura più accademica e meno di attualità. L'essersi l'autore, negli ultimi momenti di sua vita addormentato nel gerontocomio ila- · . liano, regio senatore ed indulgente ormai colla monar-

2 GIUSEPPE FERRAR! chìa da lui nel passato fustigata con tanta efficacia, non bastò a riabilitarlo di fronte alla sospettosa consorteria dei moderati di destra o di sinistra, che allora faceva il bello e il brutto tempo nell'Italia ufficiale sia politica che letteraria. Si onorava superficialmente l'uomo, ma se ne ignoravano deliberatamente le opere. D'altra parte, nel campo della opposizione più o meno radicale o rivol?4Zionaria, che allora era quasi esclusivamente repubblicana, l'avere il Ferrari abbandonalo la posizione di avanguardia di un tempo, l'aver transatto col regime fino ad entrare in parlamento (allora i repubblicani erano astensionisti) e più tardi ad accettare il laticlavio, fece sì che s'accentuassero con apparenza di maggior ragione quelle ostilità contro di lui che v'erano anche prima per altre cause. E poichè il valore e l'onestà dell'uomo non consentivano attacchi che sarebbero risultati inefficaci, si tacque di lui più che si potè, e sopratutto di lui si ignorarono, altrettanto deliberatamente che dall'altra parte della barricata, gli scritti restati pregevolissimi, malgrado tutte le possibili debolezze dell'uomo. · 111orto, anche i riguardi convenzionali per l'uomo cessarono, e tutta l'attività intellelluale di Giuseppe Perrari venne dimenticata: e la dimenticanza durò parecchie diecine di anni. I monarchici se ne sbrigarono subito. coi soliti articoli necrologici, e i repubbl'icani riportandone delle frasi, dei periodi in qualche loro antologia ài partito. E la conseguenza fu che le nuove generazion1·, cresciute dal i880 fin dopo il i900, conobbero del Ferrari, per sentilo dire, appena il nome; e solo come il no:me di un « pamphlétaire,, del suo tempo, d'un polemista ormai sorpassato dagli avvenimenti. L'ostilità dei rnonarchici per le opere del Ferrari è troppo comprensibile, perchè ci sia bisogno di spiegarla. Quella dei repitbblicani merita invece un cenno, perchè essa si collega ad un lato storico interessantissimo del Risorgimento nazionale ed alla parte che in questo rappresentò il partito repubblicano. Questo par!ito è stato sempre, fino dai suoi esordi, profondamente di-

GIUSEPPE FERRAR! viso in due correnti distinte, che qualche volta e per periodi non brevi si sono combattute in modo assai aspro: la corrente unitaria, di cui fu eloquente apostolo Mazzini, e la corrente federalista. La seconda, cui apparteneva il Ferrari, fu quasi sempre in minoranza, specialmente dopo il 1848, poichè le rivoluzioni di quell'anno - del cui esito inf el'ice si palleggiarono le responsabilità non solo monarchici albertist-i e repubblirani, ma, fra questi ultimi, unitari e federalisti - parvero ai 'JJÌÙ, che di tutte le cose giudicano a seconda dPl successo, ima condanna del metodo federalista. Troppo lungo sarebbe esporre obiettfo(tm.ente, ma in modo da non lasciar tracc'ia d'equivoci e senza lacune; la differenza tra le due scuole. Gli w1i e gli altri volevano l'Italia libera dallo straniero, sbarazzata dai selle t-irannelli che l'angariavano col loro feroce assolutismo, retta ·repubblicanamente, in modo dernocratico; gli uni e gli altri ostili alla teocrazia romana ed all'autocra:::.ia austriaca. Differivano invece sulla forrna di costituzione dell'Italia repubblicana futura, sui metÒdi da adoperare, sul contegno da tenere di fronte alle altre nazioni, sullo spirito religioso e su altre questioni d'i importanza secondaria o di indole contingente che oggi sarebbe inutile ricercare. I repubblicani 'Unitari posponevano ogni altro scopo alla causa della indipendenza politica dell'Italia e della sua unità sotto un solo governo. Con una fonnula infelice, ma che serve a farli ca]Jire, oggi adoperata da Colaianni contro i suoi compagni di partito, essi erano « prima italiani e poi repubblicani». Il primo scopo, secondo essi, doveva essere la guerra all'Austria, la cui dominazione dal suo ,Jombardo-l'eneto copriva d'ombra tutta l'Italia. La rivoluzione veniva in seconda linea, come mezzo per arrivare alla giterra, più che come strumento di liberazione essa stessa. Repubblicani, diffidavano dei Principi, e gran parte eran repubblicani '[Jiù che per amor di repubblica perchè vedevano nelle monarchie il peggiore ostacolo all'unità italiana; ma e-

J- GIUSEPPE FERRAIU rano pronti a collaborare nella azione anche col re, anche col J)apa, purchè afr.assero bandiera di indipenden- :;a e di unità_ Ricordare in proposito le due celebri lettere di Mazzini a Carlo Alberto e a Pio IX. La preoccupazione dell'indipendenza dallo straniero e della unificazione della penisola metteva in seconda linea le questioni di ordinamento interno. E la repubblica da essi vagheggiata era a forma unitaria, retta da un solo governo centrale, con costituzione unica cd istituzioni uniI orrni, sia pure più o meno decentrata amministrativa. niente. La passione dell'unità primeggiava su quellrt della libertà. Sotto l'influenza predominante, quasi assoluta di Giuseppe Mazzini, gli unitari volevano che l'Italia facesse da sè, non ricorresse ad aiuti stranieri; diffidavano specialmente della Francia. Fidavano prevalentemente sitlla as ociazione segreta, per quanto· spastoiata dal vecchiume carbonaresco, sulla disciplina ai capi, ecc. La loro propaganda, il loro apostolato aveva inoltre un indirizzo mistico, teista, religioso, che non sempre nei /atti si divideM recisamente dal cattolicisrno, benchè diviso lo fosse ben nettamente nel pensiero originale del .vl aestro_ I 7epubblicani federalisti invece erano per la maggior JJarte agnostici o vositivisti, e il Ferrari si professava nemico aperto non solo del papato ma d'ogni reli- _qione. Senza astenersi dal cospirare, fidavano sopratutto nella propaganda aperta e pubblica, nella azione svolta sul terreno culturale, economico, industriale, ecc. Si riferivano con maggiore compiacenza alle ri- ·voluzioni frarrccsi, riallacciavano il loro pensiero a quello degli enciclopedisti e speravano molto nel contributo francese alla rivoluzione italiana come un ini- :;io di rivoluzione sociale, e davano una prevalente importanza alle questioni di libertà. Indipendenza politica dallo straniero senza libertà interna era per essi un non senso, e bisognava incominciare da questa per arrivare a quella. La guerra avrebbe potuto servire, essere ne1·essaria,-a difendere la rivolitzione: ma ,l'importante era questa non quella.

GIUSEPPE FE'1rnA1U :j Inoltre i federoli~ti, romc dic,., lo stesso nome, t1:11tlr t•ano ad una ferlera:.ione di repubbliche italiane, o per regione, o secc11idogli staterclli in cui si divideva allo-- ra la penisola, rette ciascuna a modo proprio, secondo i costumi e tradizioni locali, unite da vatti generali di fronte allo straniero sia militari che commerciali. GIi Stati Uniti di .4.merica e la ()onfederazione Svizzera servivano loro un po' come modello . .\' egli ultimi tempi i federalisti atlenuarono alf.J_uantoil loro federalismo, ri- . ducendolo all'idea dell'indipendenza regionale e muni cipale. Se è permesso, su arqomenti storici fare delle analogie, ne notiamo due - l'una di quel temvo e l'altra odierna - per cui i,i altr-i camvi si può o:;servare la stessa dfrisione od una mollo simile a quella che vi fu allora nel campo repubblicano. ,I nchc fra i moderali e 1,10narchici del patriollismo dei tempi del Risorgiment-1 v'erano due correnti: l'una unitaria, che tendeva a ridurre sollo il solo scettro d'uno qualsiasi dei tirannelli italiani tutta o la ma,qgior parte d'Italia; l'altra che invece sognava una fcdera:.ione di Principi italiani, restati alla testa dei loro governi ma collegati militarmente. La seconda tendenza per gran tempo prevalse sulla pri111a;e Carlo Alberto e il Papa erano ·i più quotati, il primo fra gli unitari ed il secondo tra i federalisti, fra i candidati alla fittura dominazione italica. Ma, mentre vi furono punti di contatto fra gli unitari -monarchici e quelli repubblicani, i r&pubblicani federalisti restarono intransigenti e criticarono sempre aspramente il federalismo aulico, sàbaudo o papalino che fosse. Meno simile, più lontana ma non meno tipica, 2 un'altra analogia: quella fra le correnti del movimento 1·epubblicano di prima del 1870 e le correnl'i del movimento socialista odierno. In certo nwdo, l'attuale corrente autoritaria, statale, centralizzatrice e collaborazionista del social-ismo può fare riscontro al repubblicanesinno unitario; ed invece la corrente libertaria, anarchica, autonomista e intransigente richiama il ricordo del federalismo repubblicano. Però v'è assai più simiglian-

ti GJ l)til~P Pt 1i'.Ett11Alll zu, dìremmo quasi più parentela, tra federalismo e a narchismo che tra mazzinianesimo e socialismo; i primi due han punti di contatto e delle comuni filiazioni intellettuali che non han certo fra loro i secondi. Ma lasciamo il campo ·infido dPlle analogie, e torniamo al Ferrari . .\'on si poteva parlare di Giuseppe Ferrari senza occuJJarsi largamente del federalismo repubblicano, che nel Ferrari ebbe l'apostolo più vivace, l'assertore più eloquente, lo storico ed il filosofo insierne. Accanto a lui va n01ninato Carlo Cattaneo, altra eccelsa niente, poderoso ingegno e coscienza adamantina, che (bisogna pur dil'lo) non ebbe del Ferrari le debolezze, restò repnbbl-icano e intransigente fì.no alla morte, non finì deputalo e tanto meno senatore. « Eletto deputalo (ci narra del Cattaneo ,lrcangelo Ghisleri) nel 1860 a Milano, a Sarnico, a Cremona, rifiutò; rieletto qualche anno dopo dalla sua Milano, condotto dagli ami,ci sino alla porta del Parlamento che allora sedeva a Firenze, non valsero seduzioni a deciderlo a varcare la soglia, come non l'Utno valse quelle del potere (gli avevano fatto offrire, a mezzo del Jacini, il portafoglio dei Lavori Pubblici) a rimoverlo dalla sua solitaria intransigenza. Meno vulcanico del Ferrari e dedito alle questioni pratiche, rii1olte, come insegnò nel suo Politecnico, « alla prosperità sociale», il Callaneo non ebbe mai agio di sviluppare le ue vedute in grandi overe di lena, onde non ci restano di lui che scrilli mirabili, () scientifici o storici, ma tutti occasionali, e non un'opera di sintesi o di sistema coNie quelle del Ferrari ». Vero è chè la raceolta degli opuscoli, delle monografie e degli articoli del Cattaneo non costituiscono meno 'Un ottimo male1'iale di studio e una sempre viva testimonianza della sua genialità. 11 a Gi1iseppe Ferrari, meno del Cattaneo preso dalla attualità, e più di questi in condiiioni favorevoli maleriali e morali, per dars-i a lav01'i di pi,ù ampia mole, (l'insegnamento universitario cui si dedicò ve lo spin-

GIUSEPPl FEHRAIU 7 geva in modo particolare), ci ha lasciato vere e vropric opere organiche e compiute di argomento filosofico, politico e storico, di cui la presente ,e Filosofia della Rivo] uzione », che ci dà occasione di scrivere queste pagine, è indubbiamente il più importante: il libro che ci presenta al completo il pensiero politico e sociale del Ferrari nel periodo più vivo e più maturo della sua vita e dopo quelle rivoluzioni del 1848 che furono in Europa l'esperimento e la prima prova sul terreno dei fatti di tutte le idee più ardite, maturate dal 1815 in poi ma restate fì:no allora nel campo puramente speculativo. Prima de~ 18'18 Giuseppe Ferrari aveva già reso illustre il suo nome in Italia e all'estero. Datosi con ardore, non ancora ventenne, agli studi storici e filosoficit discepolo intellelluale di Gian Domenico Romagnost (i), fin dal 1835 7Jubblicava uno studio sul pensiero del suo Maestro, prima nella rivista « Biblioteca Ilaliana » e poi in volume, che subito rese noto favorevolmente il suo nome nel mondo intellettuale. Nello stesso anno pubblicò un altro studio sulla filosofia del ill amiani. Ma ciò di citi gli italiani del tempo gli furono sozJ'fatutlo riconoscenti fu la cura ch'ei dedicò alla vrima edizione completa ed ordinata di tulle le opere di Giambattista Vico. Dei sei grossi volumi, usciti vei tipi della benemerita (1) « Pel Romagnosi 111ern oreata in Milano, dnraute il regno italico del Bonnparte, una cattoclrn cli alta giurisprudenza. e di legi11lazic•n", da cui venne dimesso nel HH5. Sotto l' A11t1triu.egli aveva tuttavia. ottenuto di eduo ,re privatamente i giovani nelle eoienze le~ali, facoltà che i,tli venne tolta dopo il processo del 18:11 per l'aoonsa di nou M'er denunziato un giovane, apparteDente a 8ooietà segreta, ohe t11.lvolta lo vi"itava. Ma a lni ricorrevano pnr sempre per oon-iglio e do1trina. non sola111e11tegli avvocati d,.l foro, ma quanti giovani stndioai e prornet,tenti mal ■opportavano la tri>1tizia dei tempi ; per cui non è mstafnra il parlare di 11111, ftOnola di Rumagnoai, dBlla. q1111,le11aciro110disoepoll come. Il Ferrar!, il Cattaneo e Cefttue Cautb, benoliè q11e~to ultimo d'altra ludole e diverdo indirizzo». (.&roangelo Ghialel"i).

GIUSEPPE FERHAHI • So-cietà Tipografica de' Classici Italiani, si fecero due edizioni a distan-:.adi pochi anni. Di essi il primo volume è quasi del tutto (300 pagine su 380) costititilo da una « A natisi storica della mente di Vico in relazione alla scienza della civiltà ». Questo studio è stato di recente ripubblicato, ma non intero, col titolo « La mente di G. B. Vico». Eppitre benchè risalga al 1837, quando il Ferrari aveva appena ventisei anni, esso meriterebbe d'essere conosciuto nella sua integrità, non soltanto per quello che si riferisce al pensiero di Vico in relazione coi suoi tempi, ma anche come quadro storico dell'Italia e del mov'imento intellettuale dal Cinquecento al secolo XIX. Egli vi espose bensì le dottrine del Vico, ma senza seguirle pedissequamente, e traendone argomento JJer esporre anche le idee proprie, Una mente così originale, che senza ambagi dichiarava sterile il vensiero che non si ponga in rapporto, in comunione di idee e di sentimenti con le vaste masse popolari, non poteva non destare preoccu11azioni nella sospettosa polizia austriaca, cui ogni spirito indipendente faceva ombra. Avrebbe voluto il Ferrari '[Yltbblicare una rivista filosofica e storica, ma gliene fu negato il permesso. E allora pensò di espatriare. Il suo intelletto aveva bisogno d'un più ampio respiro, ed il suo temperamento non si adattava alla sottile astuzia cospiratoria, necessaria a presentare le idee sotto una innocente apparenza, a causa della censura e della inquisizione sul pensiero allora ostacolanti ogni libera manifestazione d'idee. Chiese il passaporto e stentò più di un anno ad averlo; e solo nel 1838 potè finalmente partire per la Francia. Quivi si mise al l'fl,_,voroper ottenere un posto nell'insegnamento universitarw. A tal uopo, come tesi filosofica, pubblicò una monografia in latino sulle opinioni religiose di Tommaso Campanella ed un'altra in francese sull'Errore. Ottenne prima un posto di supplente, come professore di filosofia a Rochefort, e nel i848 era già docente all'Università di Strasburgo. Ma ... qui incominciarono le dolenti note I

GIUSEPPE FERRARI !I Forse· il nome di Campanella, dell'eretico comu-ni~'la utopico del seicento, aveva già destalo nella Francia tt/ficiale di Luigi Filippo quale/te diffidenza. Jla lf! le- :;;ioniche a Strasburgo tenne sulla politica di Platone e d'Arislotile, in cui espo e obiellivanlPnle -il sistema comunista della repubblica platoniana, offrirono agli invidiosi ed ai bigolli il JJreteslo di far pressione sul governo di Parigi, chf' i11/alli sospese il corso imiuersitario del Ferrari. l giornali clericali fecero una vera camvagna stuvida e calunniosa contro di lui. Ma ormai Ferrari s'era 'imvosto all'attenzione degli studiosi, indipendentemente da ogni calledra ufficiale. A.veva già rivubblicato a Parigi, in francese, un altro lavoro su Vico e l'l Lalia e scritto ver la « Revue <les deux mondes » degli articoli sulla letteratura vopolar('; italiana, sulla filosofia cattolica, ecc. ed aveva dato alle stampe le sue lezioni di Strasburgo su Platone ed A nslotile ed un nuovo libro sulla filosofia della storia. Da allora la sua attività intellelluale crebbe semvre più; ed i dieci o dodici anni che seguirono furon quelli nei quali Giuseppe Ferrari scrisse tulle o quasi le sue cose mi. gliori. Fino a questo momento il Ferrari non s'era occupato di?'ettamente di cose politiche e d'attualità, e solo da qualche accenno e divagazione, nel corso dei suoi lavori letterari e filosofici, si poteva cap'ire come il suo pensiero prendesse un impulso sempre più audace e rivoluzionario. Il primo scritto in cui egli entra direttamente in Uzza. contro le tirannidi paesane e straniere, per la libertà, fu da lui pubblicato nella « Revue des deux moudes » nel 1844 sulla « Rivoluzione ed i rivoluzionari in llalia ». È molto importante, benchè non vi si scorga ben chiaro l'indirizzo che Ferrari avrebbe voluto dare al movimento. Ma è .una voce nuova, più moderna, più viva, diversa ad ogni modo da quelle intese fino ad allora. Man mano però le idee si precisano negli scritti successivi, sia che l'autore analizzi il social-ismo furierista, l'aristocrazia italiana, il rinascimento italico, ecc. Spe-

J (J ÙlUS1'PPE i•'t(U.t .UU cialmente importante, perchè (osservava Carlo Cattaneo) nessuno scritto porta più evidente l'impronta della « predi::.ione » filosofica e della poteriza dei principii, fu un altro lungo articolo nella stessa •< Revue des deux mondes » su « La Rivoluzione e le Riforme in llalia ,, pubblicato il 10 gennaio 1848, due giorni prima che a Palermo cominciasse la rivoluzione italiana, quando tutti in Italia speravano nelle riforme iniziate da Pio IX nello Stato Romano e as7)ettavano l'iniziativa ver l'indipendenza da Carlo Alberto. « Pio IX (seriava egli allora e Cattaneo riproduceva nel 1851) è alla testa della rivoluzione con i principii della controriooluzione ... Se Pio IX rj,eve·rincula;·c, meglio sarebbe che non fosse nato, perchè scienternente o no imniole,:à più vittime che non avrebbero fatte i Borgia. Questi uccidevano qualche principe, Pio IX ucciderà dei popoli. La Corte di Torino « giuoca con l'agitazione» ancora inoffensiva, pregandola educatamente di parlare « d'indipendenza » e non di « unità ». Si capisce: l'indipendenza è la «conquista» della Lombardia ... Si dovrebbe cominciare invece col conquistare là propria libertà ... Ostinandosi a cercare una vana indipendenza rimandando a più tardi la libertà., si perderà l'una e l'altra (1). Così avvenne: l'aver fidato nel re per la guerra di liberazione conditsse ai successivi disastri, al tradimento di Milano, alla fatal Novara, allo schiacciamento delle repubbliche di Toscana, Sicilia, Roma e Venezia, al snffocarnentQ di ogni l'ibertà e idea di indipendenza per altri dieci anni. Porle di questa convinzione, Gi:u seppe Ferrari - cui la rivoluzione parigina del feb · braio J8ll8 aveva riapBrle le porte della facoltà di Strasburgo - all'indomani delle Cinque (liornate di Milano lasciò la Francia, venne nella capitale lombarda, e cercò di persuadere Cattaneo e Cernuschi a fondare un giornale di battaglia, tentando anche un accordo con (I) C. Catta11ea. - So1'itti polltiol ed t1i'8toùtt'lo. - Edit, Barbera., Fireu1.e - voi. II, pag. 85-86.

11 Mazzini. Ma questi, trascinato dal torrente delle illusioni e delle transazioni, non volle per timore di scissioni alzar bandiera francamente repubblicana, e fu villima degli intrighi albertisti pel suo grave ma costante errore di staccare l'idea dell'unità da quella di libertà, il fatto della guerra da quello della rivoluzione. E quando s'accorse del tradimento, e dalla sua anima ferita ed accorata scattò il grido d'angoscia e di maledizione, era troppo tardi I Come lo dipingeva un disegno satirico del « Don Pirlone », il noto giornale romano di quel tempo, Radetzky rientrava in Milano vinta a cavallo sul prono Carlo Alberto. Gli scritti polemici e storici del Perrari dal 1848 al 1852 sono fra 'Ì più eloquenti e vivi che siano usciti dalla sua penna. Avendo solidali i pochi del gruppo federalista rifugiati a Lugano e Capolaqo, egli si mise contro tutti: contro Mazzini come contro Gioberti, documentando gli errori commessi dai 1·epubblicani unitari e le infamie perpetrate dai moderali monarchici. Poichè finalmente si è tolto dall'oblio questo grande scrittore, si pubblichino anche ,qli opuscoli e libri di indole polemica, senza di cui gli altri di carattere dot-- trinario sono nieno comprensibili: « Riforme e Rivoluziione in Italia" (i) cui abbiamo già accennato, la « Federazione Repubblicana ,, che è tutto uno squillo d'assalto contro i troni e gU altari, e « L'ItaHa dopo il Colpo di St.ato del 2 dicembre 1851,, in cui si tiran le somme dei tradimenti regi e degli errori comniessi in quegli anni dai partiti della rivoluzione ital-iana. Ah, se questi scritti fossero stati un po' più letti dagli italiani prima dell'ultima guerra, se se ne fosse-ro ricordati tutti i repubblicani e non snltanto qualche so- (1) Il prof. Ghieleri a.veva oominolato una. pubùlioazioue del genere nel 1901, curando una nuova edizione de~li scritti i-ivo• ludonari del Risorgimento italiano; e ~ Rivoluzione e Rivolu, 11loneri in Italia> fu il primo volumetto ohe usol della oolledone da lui ideata, Si pubbUoarono una decina dl volumetti pei tip\ del Sandron di Palermo; ma poi l'lnizlatlva fn troncata e non fu pH1 ripreaa.

12 GIUSEPPE ];"'ERRAIH lit11rio inascultato; se molli rinotu:ionari non auesseru fl!H'Orauna l'Olla ripetuto 'il fatale errore d(jj, 18'.18, del 1859 e del 1866, chissà che. l'Italia non potesse respirare oggi, invece di un'aria avvelenata da conati liberticidi e da vapori di sangue, come nel Basso Impero, l'ossigeno vivido e puro d'una vera libertà, d'una più alta e sicura indipendenza, degna di un paese che ha nella sua storia le fulgide par;inc dei Comuni e del Rinasci- 'rnento ! 1 frulli di cenere e Losco, e/te purtroppo il JJOpolù italiano, quello che soffre e lavora, raccoglie dopo tanto sangue versato, malgrado l'ampliamento tenitoriale dei domini della dinastia sabauda, potrebbero oggi farci ripetere, e specialmente farle ripetere ai repubblicani, le sdegnose parole con cui il Ferrari nel 1851 constatava il fallimento d'i una tortuosa politica di accomodamenti e di rinunce: « Guardando l'Austria sola, gli unitari prendevano l'altitudine di Romani sotto la spada di Brenno, e gridavano come Ridolfi fatti e non parole, come Carlo Alberto unione e, concordia, come i crociati del 1847 fuori i barbari, come ogni retore sventato -silenzio e azione. E la democrazia? a guerra finila; ed i principii che debbono ordinare la rivoluzfone? a guerra vinta; e le buone leggi che debbono liberare il popolo, interessarlo alla rivoluzione e far sua la guerra? dopo la g-uerra; e le assemblee che devono dirigere, governare, sostenere la guerra? dopo la guerra; e la lotta contro il potere monarchico e cattolico, che rende impossibile o tradisce ogni battaglia? dopo la guerra; e la rivoluzione? dopo, dopo, dopo ... (L'Ita,lia dopo il Golpo di Stato). Dopo, s'è avuto quello che s'è avuto! « I regi promisero (insiste il Ferrari in « Federazione Repubblicana ») l'indipendenza con guerra diplomatica, affìdaro.- no l'Italia al re Carlo Alberto. Essi furono o traditori o traditi; i diplomatici s'avvolgevano ciecamente per entro il labirinto delle loro perfidie; i repubblicani gridavano libertà e lasciavano fare ai ministri, ai cortigiani, ai vescovi, agli abati; dividevano i timori e le

GIUSEPPE FERRAR! ----- ---------- speranze dei regi, subivano spensieratainente l'ambi- :ione del re». Conclusione: nel 184J) la guerra perduta, e due anni dopo la libertà in gramaglie, le carceri piene, ogni diritto popolare conculcato. La conclusion,,, dello stesso ('rrore nel 1915-18: la guerra vinta bens't nel 1918, ma dopo due anni, nell'inverno 1920-21 ancora una volta la libertà mutilata, le prigioni colmr di vittime politiche, ogni diritto proletario d'associazione e di riu•nione infranto da violenze legali ed illrgali. Gli è che oggi, come nel 1851, Giuseppe Ferrari potrebbe ripetere: « Il male dell'Italia sta in Ital'ia, nelle sue istituzioni; se vuol darsi il nome di straniero al nemico, lo straniero non à solo l'austriaco, è il barone che opprime il terrnzzano, è il prelato che non ha nè patria nè famiglia ... » (Proemio all'Itaha. dopo il Colpo di Stato). Potrebbe ridire il rimprovero che « nel lor,) delirio i nazionalisti ri7wdiano il genio stesso di!lla na- :ione ed in uliano ai nomi che credono opporre agli stranieri » e gridare a coloro che han sempre il nome d'Italia sulle labbra, di fronte alla politica di affamamento e di asservimento economico, politico e militare con cui la insidiano tutti gli Stati plutocratici europei, che « la salute- d'ltaUa sta nella rivoluzione sociale,, (Federa2'iione Repubblicana). Quando Ferrari vroclama che « la Federazione h,i 77erprinci]Jio la rivoluzione che chiede la giustizia vri- ·1rut della gloria, la libertà prima dell'unità, il Lrion/,1 dei principii prim,a di ogni cosa, perchè f'uori dei princiflii non havvi forza nè ragione» (L'Italia dopo il Colpo di Stato), cd a questo ardente anelito di giustizia e di liberazione congiunge la visione, nella sua importanza, del problema economico, vedendo nel socialismo « u1itt idea e un interesse » insieme e riconoscendo (secondo ciò che oggi si chiama determinismo economico) che " le fondamenta del trono e dell'altare non sono soltanta nel recinto della Corte e del Tempio, ma si rinvengono piuttosto nella cassa forte del possidente e in ogni casa prediletta dalla ingiust-izia »,. si deve rfrono-

14 ÙJUSEPPE FEnnAru - - ---- -· --------------------- scere che 110n n torto nola1Jamo p'iù sopra un certo rapporto fra la roncrzion(' federalista repubblicanu e lo concezione lilJ<·rtnria ilr:t social'ismu. 1ll pensiero di Fer rari si ri11llattia 11111,lfdoi Pisacrmr·. I dw: l'o/u111i df'll'op<'l'fl La Fi.Josof\a clo)la Rivoluiio no, che uscirono per la JJrh,1a volta senza nome di ti11oorr1fla,con la semplice data Londra 1851 - forse pPrrhè stampfll'i altrove, probrtbilmn,te in Italia - sori.o wmc lrt conclusionr: teorica cui Giuseppe Ferrari giun yeva allraverso tutta lrt vreccd('nte elaborazione di idee, rlopo uver visto chiudrm,·i in tutta b'uropa il ciclo delle ri ,,ofuzioni degli ultimi tre ann'i. Parlare di questo libro è inutile, poichè il lellore lo ha sottocchio e se lo lc{fgcrr'tda sè. E,' l'antitesi assoluta dell'altra corrc-ntf rioolu-:.-ionaria, che s''ini7JCrsonava così nobilmente in Uiusr:71peMazzini. Questi si richiamn di continuo all'idea di /Jio, di Autorità, di J,egge; Ferrari invece nega Dio, e scalza aitdacernente il principio di autorità, sottoponendo ad esame le istituzioni reputate ·indiscutibili, religione e famiglia, proprietà e governo. Non arriva sempre, naturalmente, alle ultime ronscuuenze delle sue premesse, ma 'il merito s1t0 I: d'aver poste queste premesse: il lettore può {fiungere alle concl-ttsioni ultime semplicemente seguendone il filo logico. In molli punti il 1>ensiero di Ferrari è una continuazione di quello di Proudhon, anche se di questo fa fo critica e mette in luce certe illogicità e discordanze. Vinflueuza, sia pure in,àiret<a, dello scrittore /rancesr• sullo scrittore 'ital-iano è innegabile. Del resto il Ferrar·i era legato a Proudhon da viva amicizia, cd aveva avuto e continuò ad avere con lui, per uran tempo, rapporti affettuosi. Alcune delle più belle pa,qine di Ferrari sono quelle in cui studiando il pensiero vrudoniano in un fascicolo della Nuova Antologia di Firenze del 1875, racconta corn'egli andasse tutti i lunedì (dovo il Giugno 184.9) a visitare il « padre dell'anarckia » nella prigione di Santa Pelagia a Parigi.

GIUSEPPE FERRARl 1,j r.c Noi partita-mo dai punti più lontani di Parigi, giungevamo d·inanzi alla fortezza verso le cinque, vi si penetrava con passtqJorto regolare; una stanza nuda, chiara, ariosa, isolata, ci serviva da sala; apparecchiavamo n<!_sitess·i la mensa, e il nostro disprezzo per Lutt-i i governi del momento ci faceva più liberi che non lo f asse Luigi Napoleone all'Eliseo ... Non una imprecazione, non un gesto d'impazienza, non una nube di tristezza; durante il pran:.o si parlava brevemente delle più inopinate possibil'ilà; conoscevamo i vulcani che d01.:evano sconvolgere l'Europa ... Proudhon serviva di punto di riunione; non a causa di ima teoria o di una dottrina, di una filosofia o di un impegno preso, ma a nome della libertà la più assoluta nDll'iutel'esse delle rnoltitmJini ... Noi vedevamo gli innumerevoli fili di ferro del socialismo partire in tutte le dire::.io11ie, d eravamo certi di potervi contare per giunqrrc a traverso a l'impossibile a lontanissima meta, con meraviglia dei buoni borghesi che ci credevano annv.llati per sempre» (i). La Filosofia della Rivoluzione fu scritta in questo tempo, in tale ambiente, dopo tutte le irnz>ressioni e le esperienze delle rivoluzioni e delle guerre del /2c8-40, in piena reazione europea, allorchè capitalismo, gesuitismo e imperialismo riafoavano la testa (come oggi) al seguito della bandiera di Francia. Mentre anche Mazzini si raccoglieva in se stesso, non domo ma momentaneamente scoraggiato, con questo libro Giuseppe Ferrari passava senz'altro dalla di/esa all'attacco di ciò che allora era considerato più sacro, ed esponeva lutto un progra1nma siste·matico di distruzione e di ricostruzione intellettuale e morale, economico e politico. Eccessiva pretesa sarebbe oggi, dopo settant'anni, cercarvi la precisione degli attuali programmi rivolitzionari; ma è certo che in quel libro vi sono {/ià stabiliti tutti i punti di partenza delle scuole socialiste ed anarchiche odierne. (1) G, Ferrari. - P, J. Pro1uiho·1t. ..: Nuova. Antologia » Fiunze. - voi. XXVIII - Aprile 1875.

16 GIUSEPPE FERRAR! Sotevole la ribadita condanna della guerra come mezzo di liberazione, q1tando di essa si lasci la di rezione ai privilegiati del potere e della ricchezza: « •. . Se la libertà (egli dimandava) non è aisicurata all'interno, se il popolo liberatore non è libero, se i combaltenti sono schiav'i d·i mente, se hanno il nemico intern o minaccioso alle spalle; ...se spingonsi i popoli sul campo di battaglia perchè dimentichino la rivoluzione, come accadeva in Francia nel i792, in Italia nel i848, allora accetterete il tradimento della guerra?» Così egli dice nel capitolo sulla « Guerra•>; e le stesse idee sono svi- !11 ppate, con richiami alla rivoluzione francese ed alla guerra del 1792, nell'altro su « La Guerra contro il prinilegio >,. Anche più tardi, in un discorso al Parlamento subalpino, nell'ottobre 1860, egli ricordava tra le interruzioni dei deputati moderati, che la Monarchia s'e ra servita della guerra per combattere la rivoluzione. « Voi stessi (rispondeva ai suoi interruttori) avete detto ch e facevate lrt guerra all'Austria ed alla Rivoluzione! L'a vete apertamente ripetuto; soffrite che ve lo dica ... " E Camfllo Cavour, dal banco dei Ministri, onestamente c iò riconosceva, interrompendo ancora l'oratore ed esc lamando: « È vero I» _ Degli stessi anni 18lt7-51, debbono avere una certa importanza anche due altri lavori, di carattere teoretico l' uno e polemico l' altro, pubblicati in Fran - ci11.nel i849: Macchiav-elli giudioo <lolle rivoluzioni dei 11ostri tempi e I filosofi salariati. Ma di questi due lavori non possiamo dir nulla, non essendoc i riuscito d'averli, divenuti come sono 'assolutamente introvabili - come del resto quasi tutti i libri e opuscoli del Ferrari. Quel lungo perioro, che diremo aureo, de lla viltt intellettuale del Ferrari, il più fecondo di op ere origi1udi, che va dal 1840 al i860 si chittde con due opere di carattere storico, una sulla Ragion-e di Stato e l'altra. di gran lttnga JJiù importante, la migliore del Ferrari _ accanto alla Filosofia della Rivoluzione, che è la Storia

GIUSEPPE FERRAR! 17 delle Rivoluzioni in Italia,o Guelfi e Ghibellini. f; una · storia assai voluminosa, attorno alla quale il' Ferrari lavorò, senza occuparsi d'altro, più di sei anni, pubblicata in francese a Parigi nel 1858 e in italiano a Milano nel 1870. Da gran tempo esaurita e fuori commercio, di questo libro si cominciò di nuovo a parlare verso il 1910, quando all'improvviso incontrò favore nel pubblico un'altra opera da parecchi anni misconosciuta, eppure pregevolissima: La lotta politi-ca in Italia di Alfredo Oriani. In un giornale fiorentino si accusò in certo modo l'Oriani d'aver saccheggiato la «Storia» del Ferrari. La cosa è vera (mo a un certo punto, ma anche ingiusta. L'opera dell'Oriani è soprattuto di storia moderna, dal secolo XVIII in poi. La parte che precede (poco più della sesta parte di tutto il libro) non è altro, in sostanza,. che un riassunto della storia medioevale che serve di introduzione al resto, per farlo meglio comp1·endere. È solo in questa prima parte di importanza secondaria, che l'Oriani s'è servito della «Storia» del Ferrari, riassumendola, talvolta usando le stesse parole di questo. l'-:tutto qui. Se non altro nell'interesse della coltura e dell'educazione politica ·italiana, v'è d'augurarsi che la «Storia» del Ferrari venga ripubblicata. Almeno per quel che riguarda i tem,pi anteriori al veriodo delle riforme, che precedette la Rivoluzione francese (dopo potrebbe anche supplirvi l'Oriani), sarebbe ancor oggi la Stori,a d'Italia più completa, scritta con criterio critico, vivificata da una idea e guidata da una salda convin:;ione filosofica. Le altre Storie che van ver le mani di tutti, o son troppo frammentarie, o esclusivamente scolastiche, o d'intento puramente commerciale, tulle poi inquinate di partigianeria aulica e scritte sulla medesima falsariga. Una interpretazione completa della storia d'Italia, che esca dai soliti luoghi comuni, che rimetta in luce quel maraviglioso fermento di civiltà che. agitò il tanto calunn·iato medio-evo, che sia veramente filosofia della storia, animata da un soffio idealistico di libertà, ma 2

]8 GIUSEPPE FERRARI ----------------------- senza retorica e basata sui tatti quali realmente fu• rono, fin qui non ci è stata data che dal Ferrari. "Nella filosofia della storia - scriveva l'Oriani che, fondala oscuramente a Napoli dal Vico, era tanto cresciuta in Germania e 'in Francia, creando metodo e scienza storica, solo Giuseppe Ferrari si mostrava {!rande. Con ingegno multiplo ed originale passando dalla "Filosofia della rivoluzione» alle « Rivolitzioni d'Italia », vi contava tutte quelle della storia medioevale e ne tracciava la direzione, ne scrutava -le leggi dinamiche, ne divideva i periodi, ne scandeva il ritmo: quindi dalle pulsazioni delle rivoluzioni italiane costretto al calcolo dell'intero circolo europeo accordava con mirabile sintesi le rivoluzioni d'Europa a quelle d'Italia per riscontrarle più tardi con quelle della China, ,e dettare moribondo in una nuova « Teoria dei Periodi Politici » i teoremi fondamentali di una matematica storica" (1). Nella piena maturità del suo pensiero, nel quarto d'ora in cui il suo nome godeva della fama più meri• tata in Italia e all'estero, Ferrari ritornò in patria; e fu, ahimè, eletto deputato al Parlamento. Non ebbe la forza di rifiutare, che pure ebbero Mazzini e Gal taneo, ed entrò alla Camera. Fu il principio della sua decadenza, anche intellettuale, il che gli giovò naturalmente come successo personale, procurandogli anche in Italia lauri accademici. In/ atti dal 1861 al 1876, anno della sua morte, insegnò filosofia della storia nelle Università e Istituti di Torino, Milano e Roma. Ancora pieni di interesse sono, non ostante, i lavori r:h'ei pubblicò negli anni successivi: la sua prolusione al Corso di Filosofia della storia, il libro sulla China e l'Europa, lo studio sul Giannone e specialmente il « Corso sugli Scrittori politici italiani". Ma d'om in avanti la sua attività intellettuale acqui. (1) À, 01-ianf - La lolta politica fn ltalla - Tena edlc. on• rata dalla « Voce •, Firenze, 1913. - Voi, IJ, }ll\g, 867-68.

GIUSEPPE FERRAR! rn sta un carattere sempre più giornalistico cd oratorio; essa è costituita prevalentemente da discorsi elettorali e parlamentari, da articoli in periodici e riviste, ecc. Qualche interesse hanno le « Lettere cinesi sull'Italia"· e le « Lettere politiche», scritte per la « Gazzetta di MiUmo" nel 1869, un discorso sulla ri-voluzione polacca, e due o tre articoli nella cc Nuova Antologia» fra cui uno assai poco simpatico sulla Comu:ne di Pari(Ji e l'altro al contrario magnifico su Proudhon, di cui abbiamo già parlato. Nel 1875, se non erriamo in una interpellanza per gli r.irresti di Villa Ruffì, prese di fronte al governo le difese dell'Internazionale: cc Sì, - egli diceva - la vostra paitra degli Internazionali,sti, o signori ministri, non è insensata, perchè l'internazionalista è più forte del repubblicano. La repubblica vanta le glorie vacillanti della Spagna, della Francia e della lontanissima Ame - rica, l'Internazionale si fonda sui problemi della società, nasce dalla impotenza della ec01iomia politica .... Voi dovete rispettare la libertà; questo è il principio inaugurato dal 1789, che esige il rispetto di ogni opinione, sia repubblicana, sia internazionale ... ». Il Ferrari non nascose, in certo momento, le sue simpatie pel nuovo movimento, e le manifestò esplicitamente all'internazionalista Fanelli, il noto amico di .Pisacane e di Bakounine. Pra queste cose di p'iccola mole, discorsi, articoli, o- -puscoli, ecc. una nuova opera apparve del Ferrari nel 1874, pei tipi dell'Hoepli di Milano, che levò molto rumore: la « Teoria dei Periodi Politici». Volume denso di più che seicento pagine, ricchissimo di acute osservazioni e di un'ampia documentazione storica, contenente pagine brillanti, di cui qualcuna audacissima e quasi dotata ,j,i spirito profetico, esso nel suo insieme resta però il segno più evidente della decadenza intellettuale dell'autore. La sua concezione filosofica della storia ha già quivi perduta ogni elasticità; e viene schematizzata e fossilizzata in morfo da uscire del lullo dtflla vera realtà, storica.

20 GIUS.EPPi FERRARJ In sostanza il Ferrari vorrebbe in quest'ultimo suo libro formulare per la storia una specie di le gge fissa, ari/melica, secondo la quale gli avvenimenti si svolgerebbero attraverso i secoli con una stessa successione, 'in 71eriodifissi e determinati all'incirca della stes sa durata. Ogni 7Jeriodo politico succede all'altro, come per una f atalilà preordinala; ed in ognuno si afferma un nuovo principio. « Ogni nuovo principio si serve di quattro generazioni che domina in modo da for mare un solo dramma, e poichè i principii succedono sempre ai principii, le generazioni si seguono da quattr o a quattro con intervalli della durata media di 125 anni. Perciò il cristianesimo si stabilisce in 115 anni; la Francia acr.orda quattro tempi alla riforma religiosa, da l 1514. al 1620; quattro alla modernizzazùme della aristocraz ia, dal 1620 al 1750; quattro alla rivoluzione propriamentP. eletta, che si esaurisce ai nostri giorni. Tutte le epochr anteriori obbediscono a questo inevitabile quaternario ... » (i). !)inevitabile quaternario, cui Ferrari pretende va dare la perfezione di ·un cronometro, - preparazione, esplosione, reazione, soluzione, di cui ciascuna fase durerebbe dai 29 ai 66 anni, rna senza sorpassare nella loro somma la media di 125 anni, - diventava così qualcosa, 7Jercui la storia umana non era più che una su ccessione meccanica di fatti sottratta ad ogni arbitrio, ad ogni s71intaidealistica; e così si spiega come Ferrar i potesse arrivare ad una conclusione così arida e desolan te di tutta la sua attività di pensatore e di agitatore di i dee. « La mia teoria sulla misura del tempo o sul me ccanismo delle rivoluzioni si scioglie· dal peso della na rrazione, per aspirare, con la precisio1/e dei numeri, all a universalità della scienza; io vi giunsi cercando altro : in traccia deU'uomo libero, trovai l'uomo macchina, le leggi del suo mutarsi P rimutarsi, la forma dt>l ~uo ingan- • (1) G. Fm·<o·i. - Teoria dei Periotli Politioi, - Edlt. Hoepli, MilAno, 187ii. - pa". 113-114,

21 masi e disingannarsi ... » (Prefazione alla 'l'eoria dei Periodi). 11,Jaciò che ha ·importanza nel Fcrrari non è questa sua itllima esagerazione di un metodo, spinta oltre la realtà, fino all'errore. Anche altri pensatori sono stati vittime come lui di questa specie di arteriosclerosi dello spirito. Ciò che sopratullo è importante è il frutto della sua attività intellelluale, mentre questa era nel s·uo pieno vigore e dotata di tutta la sua forza di propulsione; sono le idee che nel suo corso sono state espresse; ;, l'influenza da lui esercitata nel suo tempo e anche a distanza; le direttive clte ha dato ad un movimento politico e sociale le quali, se ebbero poca forl'una o troppo passeggiera ai suoi giorni, potrebbero aoeme di maggiore in un prossimo avvenire, riallacciandosi ad altre idee, ad altri movimenti, ad altri /atti che ne sono come una lontana derivazione o continuazione. Così certe acque termali dei paesi caldi, dopo breve cammino all'aperto spariscono nel seno della terra, per uscire di nuovo molto più lungi alla superfic'ie, trasformate e rese nella elaborazione sotterranea più attive, più feconde o più ricche di virtù salutari. Circa due anni dopo pubblicata quest'rima sua opera, a sessantacinque anni, il 2 luglio 1 , Giuseppe Ferrau moriva. ) ;, LUIGI FARBRI. Luglio 1921. 't1, ~ L- tkvU\ (,'1 ì/~ Ì'o\ ~ ~~¼U) 1

FlLOSOFil\ DELLl\ RIVOLUZIONÈ

J I

PROEMIO .La rivoluzione è il trionfo della filosofia chiamata a governare l'umanità .. Fuori della filosofia non v'ha rivoluzione; la ·ragione non è libera, la scienza non è padrona; i1 culto ,regna sulla società, domina la ragione, detta le leggi e governa l'umanità. Ognuno intende poi per .rivoluzione iil gran moto per cui ,la F,rancia destava tutti i popoli dell''Europa. Tratta-si ora di sapere qual deve esserne la filosofia? Era quello. di Locke e vinceva il cristianesimo e trasportava sulla terra il destino dei ,viventi, e chiamava ogni uomo ad essere ponteflce,a sè stesso. Pure dal g,iorno in cui il moto si fermò sotto le due reazioni dei Borboni e di Luigi Filippo, la guida di Locke mancò, Voltaire e Rousseau rimasero sopraffatti, restò dubbia ogni conquista dello spirito umo.no. I discepoli di Locke si attenevano ai faUt, che non lasciavano titubante il diritto : ma si dimandò che cosa sono i fatti, si chi,ese se il cristianesimo non è alla volta sua un fatto grande almeno quanto la rivoluzione nascente e se ,i suoi mir.acoli non abbiano diritto d'imporsi quanto gli avvenimenti della storia. - Conoontravasi i1 fatto nella ,sensazione che pa.reva certissima, ma si dimandò se l'idea non sia certa quanto la sensazione, se il mondo delle idee, che disprezzav.asi in Platone, in bescartes, non valesse quanto il mondo della natura, e se la natura potesse sta·re senza le idee-di spa:iio, di tempo, di causa o di sostanza e senZiai generi per cui trovasi clas-

26 GlUSEPPE FEtUìAill siflcata. - I discepol.i di Locke .pendevano al maloerialismo sl lusinghiero per chi cerca cognizioni uti-li e positive, ma fu chiesto se Ja materia sia evidente, avverata, se si possa conoscere qualche cosa di più che il suo appàrire, se il suo apparire non sia qualità piuttost-0 che materia, proprietà piuttosto che sostanza. - La scuola di Locke accBttava il dubbio e vi trovava nuove ,forz,eper disfida:re il dogma lungo tempo inoppugnabile della cristianità; e il dubbio era liberatore, era il ,principio del -libero esame, e feriva Cristo in cielo e si ricadeva necessariamente sulla terra, nella sensazione di Locke, nella sfera dei .fatti. E qui pure fu chiesto se i-1dubbio non feriva il fatt-0 stesso, se distrutto il cielo non invadeva la terra, s-e non rendeva inoerto l'avvenir,e, incerta la fede nella J>ivoluzione,incerta ogni speranza di sfuggire alle tirannie del passa:to. - Vedevansi gli uomini sorgere liberi ed eguali. dal limo della sensazione, e sembrava impossibile che taluni potessero ,poi arrogarsi diritti, privilegi e supremazie a nome di più eletta origine; ma fu chiesto se l'ineguaglianza che poi sorge dalla sensazione non sia anch'essa terrilJile, se, opera della mente che sovrasta a,1diritto primitivo, non fondi anch'essa il suo diritto, e se non conduca a stabilire lo spaventevole diritto della forza. - Confidava:si.nella .ragione, ma fu chiesto $6 1a ragione non è fuori del senso; se, posta fuori del senso, nelle idee, non ha il diritto di trascendere -la natura, se nel trascendeTe la natura, non ha il diritto di disprezzare il mondo che la scuola di Locke presenta come la terra promessa, se non ha il diritto di metter capo ,nel cielo di Socr-awo di Platone o de' neoplatonici, d'onde si passava nel cielo di Cristo. Quindi nuovi sistemi oltrepassavano disdegnosi la con• quista di Locke, spieg,àvano il volo attraverso la storia, e rimaneva dubbio se la :rivoluzione non fosse un accidente, se ,la negazione volteriana, se la demolizione di Rousseau non fossero traviamenti d:i un popolo febbricitante; e dottamente si trassero inn1;1,nzLi eibnitz, De-

FILOSOFIA IJBLLA RIYO LU ZlùNE 27 sca.rtes, tutte le filosofie sconfitte, or consigliando a i filosofi di allontanar.si dal <'.,ampodella .politica, or consigliando aUa rivoluzione di tramutarsi in una nuova fase del cristianesimo, or trasportando il problema dell'umanità in cavilli si audacemente impotenti, che l'avanzare diveniva impossibile, il retrocedere oombraVfl buon consiglio. Mio primo desiderio fu di trovare un maestro per avviarmi confidente in una via sicura e per sfuggire ad ogni modo la sventura di esser solo. Sfortunatamente non mi fu concesso evitarla. Dovunque mi volgessi trovai portentosi ingegni, scoperte preziose; ma non una dottrina che, ferma nel suo principio, ci ritornasse l'umanità, la sicurezza un tempo concesse ai filosofi del secolo XVIII. Condannato a cer,care in me stesso la formula in· cui potesse compiersi la filosofia della rivoluzione, mi proposi adunque il problema quale affaociavasi in piazza e nelle scuole, presso i filosofi e nelle assemblee politiche. Si tratta di sapere, io mi dissi, in qual modo possiamo rimanere nel fat.to, mentre il moto della logica ce ne allontana; urge di conoscere come io possa credere a oiò che vedo, a ciò che sento, mentre il ragionamento mi travia, mi sconcerta, mi impone di rispettare ciò che non vedo, ciò che non sento, ciò che non è. Il catechismo della rivolu~ione è semplice, si riduce a due ,principj, la verità, la giustizia; non v'ha alcuno che lo ignori : ma giunge il sofista, e vi dimanda che cos'è la verità? che cos'è Ja giustizia? Le riduce al vostro opinar personale, vi mostra che potete ingannarvi, che dovete rispettare l'opinione opposta; resiste aUa vostra virtù con una sua virtù, con un suo ascetismo : se vi appellate alla natura, vi oppone la ragione; se ,parlate di scienza, vi oppone una sua scienza, iun suo criterio del vero, ,reclama la sua libertà, quella dei credenti, e v:i invola ciò che .vedete, la verità di Voltaire, ciò che sentite, la giustizia di Rousseau. Per sciogliere il problema e rimovere ogni inciampo, e far sì che la filosofia non fosse un inganno,

GIUSEPPE FE!lHAIH e che ci potesse illudere sotto pretesto d~ scienza, io ho credulo che in1portasse di riconquistare il faUo e di rimanere sulla sua bas.e a dispetto di ogni insidia e logi,ca e teolog·ica. In qu,al modo lo rioonquisteremo noi? Come vi rimarremo? Il mio libro da,rà la risposta. NeUa prima p~rte dimostro la critica che rovescia ogni fatto, e la riduco ad un'unica formula. - Nella. seconda parte ·ristabili,soo il regno dei fatti- in modo, che si possa ,procedere coll'unanimità del buon senso, là dove non vi sono errori materiali che ci dividano. - Nella terza parte mostro come la rivoluzione scorra libera sulla via dei fatti, verso il vero ed il giusto, verso il regno deHa scienza e dell'eguaglianza. Offro il mio libro all'Italia, che ,geme in una crisi solenne, posta tra l'antico sistema crisUano e il rinnovamento compiuto del suo patto sociale, in guisa che, se la filosofia non trionfa, ,l'imperatore e il papa trionferanno sotto le antiche ,forme o sotto peggiori, e se la rivoluzione organizzata in Francia non continua la sua guerra contro gU antichi poteri, vedremo un'a- . narchia che farà desiderare gli antichi tiranni. Ad ogni giorno ne abbiamo novelle prove: ed io le trovo numerose neUe stesse invettive con cui mi rispondevano or ora i giornali di Torino, di Genova e di Firenze. La questione da me. proposta era pur semplice. l!l vero,. io dico loro, che mentre l'odio del popolo contro l'antico sistema ,cresceva ad ogni giorno, voi avete voluto evitare ad ogni patto la rivoluzione? è vero che per evitarLa avete ingannato il popolo intorno alla volontà del paipa e dei principi? è vero che avete sostituito alla guer,ra della :libertà unn. guerra di conquista? è vero che vi siete, affaticati disperatamente perchè il popolo da voi illuso rifiutasse il soccorso della Francia? è vero che avete confidata la guerra a un re da voi d,ichia:rato traditore. e già intimo alleato dell'Ai.1stria? è vero che avete impedito ai popoli di ·riunire le loro assemblee, di proclamare i loro diritti, di ferire i loro nemici interni, di far salva l'Italia dall'assolu-

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