SULLARIVADESTRA 1-\ v:~~1r.::~.1 i: ; 7-aft~: n-~~~: del Paranà.? - Non àbb1amo mai v11Jto niente - dine, rauco, Ramòn José pensò un momento, dicendo poi, ragionevolmente L'altra sponda è nas«lf;ta dalle i.Ole. Tacemmo per sentire la musica e guardare le donne dell"orchestrina sull'alto palco, vicino al sorrmo. Souo il J)ll]CO vi era Il banco dd bar, e d!e\ro a questo un arande .specchio verdognolo che rifletteva Il locale, diviso in ristonmle e catr.è da un tramezzo di legno Alle undid di seni, nel rislorante non v, era gente; lo gpecch10 rimandava una d.-ie.a di tavoli con le to-.aglle blan,he. Jpe-Urall nella penombra; ma il caffi' era pieno dl 1rap;>oli di uomini - 10ltanto uomini - Intorno ai ta\·Olinl, e tanto Illuminato che il fumo delle sigaretti!! si v~eva con1l&ten1e da ~mbrar flnto. fatto di veli Applaudimmo l'orcheislr1na; le donne posarono gli strumenti e acei;ero dal J)3lCO. pl!'f' l'mtervallo. Cena11ano In un an10l0 del ristorante. dietro un paravento. Terminata la musu.-a. le voci proruppero, e Il palco. con gli i;.trumentt apl)Oiglatl alle sed!e vuote parve morto Qu"te poltrone. ~rò. aono comode d1a.w J~. - BiMlgnerebbe - ~lamò R:lmòn. e-on la sua violenu, rauca &\'ere il coragaio di andare da loro e dire: Rag-azze. n01 ,·en,amo al •Savoia• solt.:lnfo per •·oi. Per ,·e-,,1ervt. Le vMtre bracua nude cl inteneritcono. I vostri visi ,uj,orti, chinati aui violini. M>noangelici. C1 apparite ,oJe e malinconichP Noi abbiamo una dis~rat.a tri•teu.a, Vi vo- &liamo ~ne. Sono mesi che vi (uard:amo, e ronosc:amo le VO!.tre moue oitni vo,.tro trlittO, Il ,·oslro modo d1 (luardare a vuoto Qu"ta folla di uomini che vi gu.1tano dal baMO; e ve<ti11-mo anche il $eJt:reto delle '"'o,.tre aicelle sotto le braccia rlaliate - Eppure - dissi dopo un po' le taole ..,no ba~,iiuime. sembrano p<'nnellate verdi aull'acqua. Non dO\-·rebbero na!Konde~ l'allra riva Disegnavo su un pe,zzo di carta, al solito. facce anonime. che non gomJ,:1iav.1no a nessuno. ane1a1ate a !IOffer;>nia. a rabbia. a noia. Mi venivano eolll, e ne ave,·o ~empre tasche piene. E ~n~;n-o che Il Paranà era aoltanto un ti.urne con due sponde. sarebbe stato motto divel"SOse. oltre le l!lOle. 11 fo,<se vista la 1<tnscla gialla dt>l\'altra riva. M(l fonie t-ra ba.....a. Forse 11 fiume ai :i;perd va in p. udi, forse vi erano unn,•t1 nell'acQ\il b.aua. O praterie. qualche ca!)anna. t·, r,e ,..,\'e~,.a della 1e-nte •Pf'rd111a. cer- ' cando di $C'Orger-e.al tramonto, la nostra ciii:.., Rosario. chf' ~I stac-ca,..a contro 11.l«' liulla sponda deJtra. Jo~ gu3rdava una sua piccola agenda: non cagi,·o che C9'-I vi potev.e a\·er st·ri!IO; forse J)t'na1rd. o indiriui, spese: oppure 1r1wt'raava col lapi.s -- t;mlo pt"r riemp,re - b ,neo di oi;m &i<>rnOtraM'OrM. Rami>n rtrmJ.!eva le maKeilf', puntando derlle e-oniro dente. Guardandolo. pensai 1,iù tntel\Sllmente allt' suonatriCl che c.-na,.,.ono dietro al paravento. Ma perch~ il paravento? Apprc,ftttavano de\- l'mtervallo ~r fan, un po' di inllmità. na5<'051t' agli occhi dt'lla gentt'. o era il padrone che fact\-·a mentre il paravento, Pfc!r tenerle da parti'? A Rosario molte COM" accadevano a qul'l'lto modo. PerO. mi domandavo: come mai a Ramon non saltll In mente di spineersl ftn liii e buttar 11iù quel paravt'nto, prima the un cameriere lo ft'rm!? Poveri ua:aui, s'trano fallo crescert I baffetti, lui e J~. J)t'r rompere la monotonia. Gli atteggiamenti delle suonatrici. scoperchiale all'improvviso, t:Orprenderll. JOM!, come u Jeues« nell'agenda, d!~$t' - Qve-sta città è piena di !Imiti. Non lo vediamo, ma intorno a noi vi è un cerchio. Intorno ad ognuno di questi tavollnl. E cosi, non accade niente. lo e mia m1;1dre stiamo In un appartamenlo di due stanze con una vedova e la ng!ta. Ebbene, non è mal accaduto the lo e la raga.zz.a cl lrOvaUimo soli a tasa. O c'è mia madre, o c'è la 1ua, o tutt'e due, a far da limiti. lo dormo col \etio altaccato al muro, e dall'al1ra parte è attaccato Il \etio della raa:aua., che c!gola quando lt>i si ri11ra; quasi la sento respirare, ma c·e Il muro. una notte grattavo Il muro, Sperando che anche lei gratt(lsse. in risposta. l,,'bbene, mia madre s1 s,•e11,llò. ac-«-se Il lumt' e chiamò: • J~• J~I-. cl ,ono l 1opi, ho sentito un certo rodere ... •· - lo Slavo pensando a quel paravento, appunto - dissi - Andiamoe-tne! - esclamò Ramòn, arrabbiato, atiando1i ,en.i·auro Naturalmente. e:ra una sera d1 sabato; perciò eravamo andati al •Savoia• e perciò, usciti dal •Savoia•• andammo ,·N"SO la stufone Sunchale:-!1, presso la quale ... 1 e-rano numer0$i llnu caff~ con donne, decidendo di arrivare! dal porto, perchè era la atrada più luna:a, e camminare era qualche cosa L ·in1erm1nablle molo di tra\'erie d1 le&no era buio; solo sui piroscaft brillava qualehe lanterna, e ria:he di luce tremavano nell'acqua nera. Poi. per uJCire da! porto. dovemmo traversare una lare• distesa d! rotale, tra tlle di ,·at(onl e C1;1l)òlnnonLAgli angoli delle gnme strade. deserte, I vigili flschlt1•·ano la ronda. Più In là incominciammo a tro- \·are ubriachi va,:anti. Poi trovammo 1ruppi di giovanotli In marcla. anche loro, verao I caffè, e cl aiunsero le mu• stche dei pianoforti meccanici. C, fnmammo a coniare I ,oldi: non b.i~tavano per Invitare raa:au.e. ~ Anche quello è un limite•• dine José. Quindi dovemmo accontentarci dt fare Il giro dei catfl-, tutti affollau e mollo n~aldall, sebbene fOAe cii• lncominc-iata la pnma,..era. Erano ca111t comuni, a 1010 pianterreno, col pa.110 rieò~rlo di vetri e trasformato In sala. Gli uomini erano eccitati e scontenti; le donne erano 11uaiate, volendo Imita~. a quanto pareva, certe chiassose pllture che ricoprivano I muri e che a no! sembravano molto l\cen:ilo.se. Tani! altri facevano, come noi, il Siro del caffe: Il 1asci11vamo là e li ritrovavamo qua.. Anche la ronda del polluoll\ e, una comitiva di marinai lns:lesi_ I pollUotti entravano, facevano alure eh avventori e Il perqubivano, 1astandoli uno pe,r uno. 1 mifrlnai !ngll."$i entravano In t\la, come un balletto, in testa uno con l'ombrello aJ)f'rto, poi due o tre che suonavano bottiglie-, qualcuno aventolando una camicia da donna. poi gli altri, una mano •ul ftanoo e l'altra sulla spalla del coml)llgno davanti, lmltifvano le ballerine, andando nno in fondo e tornando indietro e uscendo sen:r.a scomoorre U ballt'tto, dopo a11er respinto le braccia delle donne Mentre nncasavamo, litia:ammo; fu a eau5a dei b.11\'ctli. perchè io d1ut che I baffenl non cambiavano niente. Ma Il g1omo dopo, euendo domenica, cl riummmo nt'I POmeriu10 al Clfrt, caffè dei ritthi profeuion1stl. nos1ro luno fe11ivo, a m;1ngiare pa~te e a lt-,:gere I 1upplement1 illustrati del aiornal!. Dal• la llte della nolte ~Lona era nma~to tra noi quakhe cosa che non funz.lonava. Eravamo un po' in s:uard1a, e vole,·amo nr,arare; perciò commcnlavamo, e-on una ,orta di distacco da noi Ste«~1. ,:h articoli che leggevamo; pot parlammo dell'.1m1ci1.ia in modo abba- .ianz.a t-ommovente. sic-che el infervorammo; ma ques-to ci nportO anc-ora a noi; e quando giunse il momento di dec:idere cosa fare prima d1 11era, era• vamo al punto di pnma. t:ppure, la domenlca era p1l'na d1 cose ~mphc1 da fare: pa$$e,:,:1are, entrare in un cinematografo. vedere una part,ta dl calcio o. umphttmente. guardare la gl'nte e lasciar pauare il tempo. Ma per tare qualunque di que-ste L'O!lt. t1 sarebbe occorsa una certa tranqum,ta d1 spi· nlo. una facile sodd,da:tione, e noi eravamo e$Uperati. coal In tenere. lnlanto uscimmo dal eartc. JK'T dttide~ 1n ~trada, e rimant-mmo ft-rml. con le mtntl accese, an·an1010 di calle Còrdoba. non ancora affollat:.. Ma aapevamo che fra un'ora al ma$S,1mo ~rebbe m<:0mmclata la sfUata d automobili, a p,;iMO d'uomo. con le pt"rsone dentro come bambole In scatola, una flla in su. una in giù, pa:ssando e ripassando, mentre I marciapiedi t:I sarebbero riempiti di giovanotti vestiti come- manichini - Non stan,mo qui a guardare quetta scena p~lsposta - disse Ramòn. - Da te-mpo. mi pare di vedere tutto In vetrina. E lo sto di fuori. C'è qualcosa che divide, Ira me e la gente. - Limiti - disse JOM,, con un aor-- r1so marcato. Si vedeva che era acon• .tento di tullo, ma soddiJdatto della sua teoria. - t la dltà. - t la nostra condiùooe - feci. Se aven!mo delle raa:aue ... - Eccole, le ragau.e di Rosario, per noi! - ta«liò Ramòn, lndlcando le vetrine di Cath y Chaves COI manichini raffta:uranU donne vestite lee1.)ndo la moda di quella primavera. •·or,e era ancora effetto della lite della notte passata. Mi venne un pensiero maligno. • Che città, che limiti! pensai Sono loro. Quando sto solo, nulla t per me irreale. Sono loro che ml rontagiano, e ci e13Speriamo St'fllpre più a v,cenèa. Ormai è un'abitudine•. LI guardai. Ramòn aveva la solita faccia rorrucciata. José, con quel suo vlli(l tondo di luna piena, tra ~rpleffO e addormentalo o sornione. Tutto il mio risent1men10 pun1ò sulle loro t11ure, e quasi mi parve di odiarlL Ricordai Il tempo non lontano, tre o quattro anni addietro - In cui ero aneòra ragazzo e illlt' domeniche andavo con mio padre, al parco, In una gelateria. Al• lora ero lranqu!llo; vedevo con ìnteress.e la vila del irandi e pensavo ad arrivarci. Ora ero grande, ed eccomi, con questi due, davanti a una velrina. Ma c·era realmente, la velrlna, o eravamo noi a nnge-rcela? Fcco il caso CO$l penlMOndo,avevo Hornato lo quardo dal miei compa,:ni e «uardavo di fronte le vetrine di Gath y Chavn. Eccoci là dentro, rltleul, tra I mamchlm muliebri. e 1biad1tl ln oonfronto di quelli. Riconobbi I miei amici, e anche la mia fattia lunga. Non part'vo, certo, mea:lio d! loro. Il mio risentimento cambiò destinazione - t la nostra condizione - lornai a dire. - Per lnromlnciare dal principio, io dom<mdo ~rchè siamo qui, perchè noi, proprio noi, ci troviamo In que,ia cutà, a Rosario. Ci troviamo qui aoltanto perchè alamo figli di ('migranti. Questa non è una ra,t1one per le,:arcl ;olla città. lo l!'lre1 un o~raio in Lomb,u-dia; voi, cont.:id1nl in Sl).jfna. 1-·or,e a\'remmo fatto noi 1t~~i gli emigranti noi. e non I noslrl genitori. Invece ci hanno POrtato dietro come cuccioli. Capite, noi siamo Qui senta nostra volonta C'è che noi non siamo p1u come 1 nOL1Ctgrienitori; loro sono ancora emigran11 e ricordano 11proprio paese; noi no. Eppure, lo amiamo. lo, alle volle, credo dl ~~re ancora In cammino. Ma (luarda - penso sono crcsc1ul0 a Rosario. Ci vivo; eppure ml pare di do-- ver ancora arrivarci. SAPt'le, vedo an- ('h'io le vostre velr1ne e I vOltri limiti. Ma credo 11 debba al fallo che non siamo dentro; dentro alla città, dico Cosi parlando m0$l!II ln direz.ionc del port::>. per istinto, e gli amici si mossero Còn mt'. Eul non ebbero voglia di rui:pondere; e a me vennero In mente cose <:he ml sarei ver110,rnato d1 dire Per "empio, che I miei, quel giorno. stavano tutti lavorando a Ingrandire la casa, e lo Invee-e li tradivo an:landoment' 11 spaf.50, Pauata la chiesa, s'incominciava a sentire l'aria del porto. Vi era un giardino a tre ripiani in d~sa, poi un largo viale, e POI la cancellata, e di là binari e capannoni, e poi la banchina fatta di 1roa-e travi. C'era anche un tratto di porto, più basso, falto di pietra, e una calata, dove si senuva sempre odore di frutta andata a male Quel giorno l'odore era quello dolclaatro dccli aranci bulla.ti in acqua, galleu:iantl In Jara:he distese gialle rl- .splt-ndenti al ,ole.
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