Rivista di politica e scienze sociali - anno I - n. 23 - 15 giugno 1896

366 RIVISTA DI POLITICA E SCIENZE BOOIALI delle fabbriche dell'Europa occidentale. Il Brasile, per esempio, non era esso forse consacrato dagli economisti alla produzione del cotone per mandarcelo allo stato greggio e riceverne in cambio delle cotonine? Venti anni fa, le nove miserabili filande di questo paese si vantavano dei loro 385 fusi; esso ora conta 46 filande, cinque delle quali posseggono 40,000 fusi e forniscono i mercanti brasiliani di 33 milioni di canne di cotonine ed anche più. La diminuzione della importazione delle stoffe inglesi nel Brasile (per un valore di 87,850,000 lire nel 1880, contro 61,875,000 lire nel 1885) si spiega più con il progreBso di q11este fabbriche che con l'introduzione dei diritti protezionali. E se bisogna fare entrare in linea di conto i diritti protezionali, l'Inghilterra può imporre co' suoi cannoni il libero scambio a tutte le nazioni refrattarie, quando le riesce difficile di convertirvi la stessa sua colonia del Canadà? Anche Vera-Oruz, nel Messico, inaugura delle filande protette da doganieri (1888) e vanta i suoi 40,200 fusi e le sue 287,500 pezze di cotonine e le sue 212,000 libbrJ di filo. Ma la più brutale smentita al principio di esportazione è stata data dall' India, considerata come la più fedele acquirente delle cotonine in1?lesi, e lo 'era di fatti, poichè essa comprava più di un quarto, quasi un terzo, della fabbricazione totale per un valore da 425 a 550 milioni di lire su 1875 milioni ( l ). Ma le cose son cominciate a cambiare. Le filande di cotone nel1' India che, per ragioni non ancora chiarite, @bbero un cattivo principio, ripresero d'un colpo il loro slan. cio. Esse non utilizzavano nel 1887 che 23 milioni di libre di cotone greggio; questa cifra quadruplicò quasi e si è raddoppiata poi sino a raggiugerP, nel 1885-86, 184 milioni di libbre. Il numero delle ·filande si è elevato da 50 ad 81, quello dei fusi da 886,100 a 2,037,055; 57,188 operai vi fabbricano 1 454 425 tonnellate di cotonine. L'esportazione dei fili t~rti è più ~he raddoppiata negli ultimi cinque anni e si legge rn un resoconto (anno 1887, p 65) che il filo torto importato dall'India in Inghilt0rra é ·«sempre meno cattivo e rag-giunge anche la media, » la qm,l cosa significa che le mercanzie dell'India si accaparrano gradatamente i mercati della Metropoli. Le fabbriche di iuta si sono ancora più rapidamente sviluppate. Nel 1882, 42 800 operai occupa vano 5,633 telai ed (1) Sulla concorrenza dell'India, del Giappone della China per completare le osservaziorii del Kropotkine i nostri lettori leggeranno con molto proti tto i seguenti articoli: La civiltà chinese di Carus nel 1'he Monist di Londra (Gennaio 1896) ; Le pèl'il jaune di A. Allard nella Revue generale di Bruxelles (Aprile 1896); Le péril pi·ochain (L' Europe et ses rivaux) di D'Estournelles de Constant nella Revues cles Deu~i Mondes di Parigi (1° Aprile ·1896). La grave questione, che solo in questa apatia non richiama la pubblica attenzione, venne largamente discussa nelle Societè d' Economie politique di Parigi nella riunione di Febbraio e ivi il sig. Bellot dette notizie interessantissime ed allarmanti, che sono state bene riassunte nell'Economista di Firenze (N. 1141 del 15 Marzo 1896 e seguenti). erano in azione 95,937 fusi. Duo anni dopo, 51,600 operai occupavano 6,926 telai ed era.no in azione 1J7,740 fusi. La qual cosa pr0va che, importando una quantità quasi uguale di cotonine inglesi, l'India esportava le sue proprie mercanzie, fabbricate sui modelli del Lancashire, per un Yalore di 90,887,750 lire, val quanto dirò 33 milioni d'a une di stoffa di cotone grigio, tessuta nell'India dagli Indiani impiegati da capitalisti inglesi od indiani. 11 commercio di iuta che fiori va a Dundee, non è venuto meno soltanto per le elevate tariffe delle potenze continentali, ma anche pc1• il fatto della concorrenza dcli' India, la quale nel 1884-85 esportava delle stoffe di iuta per un valore di 38,596,750 lire. Gli operai inglesi, senza dubbio, non vedono di buon occhio questa importazione di stoffe dall'India (iuta, cotone, seta, lana, ecc.) che da un valore. di 11,527,150 lire nel 1881, monta ora a 16,682,500 lire. In ogni modo l' India fa una seria concorrenza alla Gran Bretagna sui mercati d'Asia e d'Africa. E perchè non dovrebbe f<'rla? Chi potrebbe impedi1•le lo sviluppo delle sue manifatture? Il capitale for3c? Ma osso non ha patria, ed emigrerebbe nel!' India co:ne ha emigrato in Russia, so fosse sicuro di realizzare dei grandi benefici sul lavoro dei chinesi indiani - il cui salario è più d'una metà meno elevato di quello degli operai inglesi - anche quando questa emigrazione fosse il segnale della carnstia pel Lancashire e per Dundee. Sarebbe forse la mancanza delle conoscenze tecniche? Ma la longitudine e la latitudine non impediscono la loro diffusione ed il difficile non è che il primo passo. La inferiorità della mano d'opera? Ma tra quelli che conoscono gl' Indiani chi è colui che dubiterebbe della loro capacità? In che cosa saNbbe1•0 infer:ori ai 91,G00 fanciulli e fanciulle sotto i 13 anni che venvengono impiegati nelle fa~briche di tessuti della Gran Brc:tagna? Si è potuto mancare per molti anni a CalcutLa come a Bombay di facoltà organizzatrici, ma queste facoltà - come capitale - si trovano devunque vi sono dei benefici da realinare. Si sono scdtti dei volumi sulla crisi attuale, crisi che - io cito la relazione parlamentare - dura dal 1875, con l'intervallo d'un breve periodo di prosperità per certi commerci particolari, dal 1880 al 1883, ed aggiungo : cr:si che si e5tenderà a tutte le contrade manifattur:ere del mondo. Se ne sono ricercate tutte le cause possibili, ma qualunque possa e3sere il tohu-bohu delle conclusioni alle quali si e arrivati, tutti sono d'accordo sopr.i, un punto svolto in questi termini nella relazione della commissione parlamentare: « Non c'è un sufficiente numero di consumatori per rcalizza1·e dei grassi benefici ». Ora essendo i grossi benefici l'obbiettivo della produzione capitalista, la mancanza di guadagni spiega sufficientemente la ragione della crisi. È la manc,rnza dei guadagni che determina il fabbricante a ridurre i salai·i erl il numero de' suoi impiegati, a diminuire le ore di lavoro, ad utilizzare delle mate1·ie prime di qualità inforiore, che vengono pagate meno di quelle di prima qualità. Come à detto Adamo Smith, la mancanza di beneficio implica sempre una riduzione dei salari, e

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