RE NUDO - Anno VII - n. 49-50 - gennaio-febbrario 1977

genea, unitaria, identificabile; la crisi anche e finalmente della Politica, for– se meno evidente ma già trasparente nel progressivo rifiuto della militanza e della pratica di potere. Tutto ciò non esiste dunque per «dopo la rivoluziq– ne», anzi la «rivoluzione» è prop,:fo questo «cammino del deperimento,?. Ecco la necessità di chiamare «politi– ca» quello che la politica è: la lotta di classe. La fine della politica sarà la fine della lotta di classe. E la fine della lotta di classe è già implicita nell'emergere di lotte che «dividono le masse», lotte che pare ormai un gen– tile eufemismo chiamare «contraddi– zioni in seno al popolo», tanto che sul– la stessa scorta dell'esperienza cine– se si potrebbe dire: «le contraddizioni in seno al_popolo non sono un pranzo di gala». E proprio questo ridare alla politica ciò che è della politica, que– sto tracciare i confini dell'«atto politi– co», che permette di liberare al perso– nale quanto è del personale. «Cosa è per me il cosmo» non è pro– blema che riguarda la lotta di classe, non è quindi problema politico: non ne vado a discutere col padrone. È un problema personale, cioè che mi vedo tra persone. Questa non è una sottigliezza; è un punto essenziale. Rendere tutto «po- litico» significa dare ancora validità alla teoria secondo cui esistono due livelli generali di contraddizioni: ver– so l'esterno e all'interno delle masse. Le masse discutono le loro contraddi– zioni democraticamente e stabilisco– no una posizione unitaria, la quale posizione unitaria è poi il terreno di scontro col padrone. Questa teoria d'origine leninista-maoista è nient'al– tro che la riproposizione dell'emargi– nazione e dell'oppressione delle mi– noranze all'interno del popolo. Ed è anche via spianata a considerare contraddizioni secondarie quelle non imntediatamente oggetto di scontro politico (cioè di classe contro classe). Sul piano delle problematiche del personale questa teoria vuol dire infi– ne che esse vanno affrontate nel qua– dro di una definizione di una conce– zione proletaria del mondo, da con– trapporre a un'altra concezione: vuo– le dire ricondurre all'universo delle classi l'universo delle persone e, alla fine, l'universo stesso. Vuol dire in al– tre parole eternizzare le classi e di– struggere la rivoluzione. Esistono certo due livelli di contraddi– zione (tra classi e «in seno al popolo») ma un livello (il secondo) tende a pro– durre un «deperimento» dell'altro, ed è a questo secondo livello che si pone il problema della rivoluzione, non domani, ma adesso. Se la rivolu– zione è la fine delle classi, se dunque essa è la fine della politica, essa è an– che la pratica del personale: è al di là dell'«atto con cui una classe ne di– strugge un'altra», «l'atto con cui la classe nega se stessa come classe», dove cioé la classe si presenta come scissa, come luogo delle persone di– verse. Esprimere il deperire Dire che sistono due livelli e che lo sviluppo dell'uno agisce sull'altro in termini di «deperimento» non vuol dire stabilire una gerarchia capovolta. Non vuol di re affatto, insomma, che la «Politica» così delimitata, viene an– che magicamente «tolta», eliminata. Vuol dire al contrario che essa deve essere fino in fondo praticata per quello che è (non per ciò che non è) e che fondamentale è ESPRIMERE IL SUO DEPERIMENTO: cioé vivere RE NUD0/37 l'esperienza di nuove strutturazioni (anche formali) del potere, come ri– sultato della lotta di classe e viverla insieme come deperimento del senso del potere e della classe. Senza l'esperienza del deperimento concre– to della classe, è vero che il «persona– le» tende a negare magicamente esi– stenza alla politica e a riposarsi nel quietismo o annullarsi nell'autodi– struzione. Faccio degli esempi: le lotte sul divor– zio o sull'aborto sono un'esperienza di «deperimento». Giustamente il PCI dal suo punto di vista (quello della Po– litica in buona salute) teme lotte di questo tipo perché fanno affiorare schieramenti e contrasti che (benché mascherati dal feticcio-D.C.) tendono ad aprire crepe all'interno della clas– se. Non tanto e non solo l'ottica del «compromesso» giustifica l'atteggia– mento del PCI, quanto anche il punto di vista dell'«unità delle masse popo– lari», che è poi in secondo luogo unità della sua rappresentanza politica. Qui si va a intendere anche il luogo comune dell'uomo della casa (dato che quello della strada ha fatto il suo tempo) che ovviamente rivela tanta manifesta idiozia quanta insospettata saggezza: «Con le pensioni che dan– no, coi licenziamenti, con gli aumenti dei prezzi, con gli scioperi, vanno a discutere dell'aborto!» La realtà poli– tica appare infatti giustamente para– dossale a chi continua ancora a viver– la nell'universo della politica e non in quello del suo deperimento. E inutile è da questo punto di vista cercare di salvare capra e cavoli (Lenin e il fem– minismo) cercando di dimostrare che «in ultima analisi» l'aborto è un pro– blema della classe operaia (perché intacca l'egemonia D.C.).Dire questo vuol dire trasferire il problema sul pia– no «esterno»: in pratica toglierlo alla contraddizione uomo-donna e porlo su quella operaio-O.e. rispetto alla quale la «specificità aborto» è mera– mente strumentale. Questo tentativo di transfert politico costantemente sperimentato dai gruppi, si risolve in una nuova cieca gratificazione dell'universo della «politica» e delle «classi»: un nuovo modo per non esperire il deperire. Di nuovo: vuol dire che bisogna disin– teressarsi dell'opposizione operaia alla D.C.? No, è chiaro. Vuol dire però praticarla fino in fondo: come «depe– rimento» cioé come perdita di senso, perché è l'altro punto di vista che svi– luppa la contraddizione della rivolu– zione (e non quella elettorale): è il punto di vista della frattura dentro le masse, che è anche esperienza della frantumazione della classe, e quindi della politica. All'opposto il rifiuto di esperire il de– perimento, l'estraneità rispetto alla politica come «non esistente» porta spesso alla lotta «personal-politica»

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