asco Cronenberg si sofferma sull'ambigua sessualità dei corpi-macchina, aderisce alle cicatrici, indugia sulla meccanica fusione tra i corpi, sulla transizione dalla carne al metallo; il delirio tecnologico dell'io narrante lascia il posto a una asettica constatazione dei fatti. «Bisognariflettere sul modo in cui abbiamo integrato l'automobile al nostro corpo - afferma Cronenberg. Non solo come droga, ma come una parte del nostro sistema nervoso»; L'adattamento cinematografico del libro sembra indicare - a distanza di appena vent'anni - la metafora di Ballarci si è letteralizzata. L'integrazione tra l'uomo e la macchina è ormai un fatto compiuto. Tutti in Taxi, l'ultimo libro di Guido Viale, uscito quasi contemporaneamente al film di Cronenberg, descrive in maniera esemplare le tappe di questo inesorabile processo di fusione: «L'automobile - scrive Viale all'inizio di un capitolo significativamente dedicato alla Distruzione dell'esperienza - si insinua come un tarlo nella trama dei rapporti che ci legano al mondo e li corrode dall'interno, assoggettando alla sua invadenza tanto le potenzialità insiste nella nostra natura corporea, quanto le cosiddette facoltà superiori che millenni di evoluzione culturale hanno contribuito a innestare sul nostro patrimonio genetico». La motorizzazione di massa ha modificato gli schemi spazio-temporali, ha provocato «un drastico depotenziamento dei sensi»e perfino !'«atrofizzazione» di alcune facoltà. La cultura dell'automobile, l'interiorizzazione del mondo-macchina, ha prodotto ad eoempio l'eoautoramento del tatto, il oenoo oteMo della percezione opaziale, materiale e tridimenoionale del mondo. «L'attenzione per le oenoazioni tattili ouocitate dal nootro corpo è otata gradualmente ooppiantata da percezioni peculiarmente automobilio tiche. «Siamomolto attenti a come i comandi della nostra automobile trasmettono al motore e al veicolo gli impulsi che imprimiamo, ma molto meno a usare le nostre mani per percepirci in senso fisico ....». In un mondo sempre più informato dalle regole della circolazione stradale, anche il contatto interpersonale sembra caratterizzato da una prudenziale «distanza di sicurezza».Epuò capitare che il contatto avvenga solo «accidentalmente», cioè per un «incidente». Crash! Dal 1973, anno di pubblicazione del romanzo di Ballarci, al 1995, anno in cui Cronenberg l'ha portato in scena, il numero delle auto circolanti in Italia è più che raddoppiato, passando da 13 milioni 400 mila a ben 30 milioni 600 mila vetture! Ad Aosta circolano in questo momento circa 78 auto ogni 100 abitanti, a Milano 74, a Roma 65. Un'indagine condotta a Torino mostra che in 12 anni (dal 1979 al 1991) la mobilità complessiva per motivi di lavoro è scesadal 60 al 30,8 per cento, con un aumento conseguente di tutte le altre motivazioni: svago, studio, ecc. In poco più di vent'anni la scena di Crashè radicalmente cambiata. L'accostamento del film al romanzo, in un procedimento à rebours dal presente di Cronenberg ai primi anni settanta di Ballarci, dalla ricezione cinematografica alla scrittura, mostra la radicale modificazione dell'immaginario che ha accompagnato questa espansione incontrollata, disordinata, della società tecnologica. Una dura luce artificiale senza sfumature illumina il mondo disadorno di Cronenberg, un ordinario paesaggio urbano in cui ciò che è più moderno mostra già le crepe. I personaggi di Ballarci, invece, abitano un mondo ancora ricco, «pieno di segnali, di indicatori stradali. di raccordi, di simboli di status e beni di consumo»: «se c'è una cosa che si attaglia al XX secolo - scriveva Ballarci - questa è proprio l'ottimismo, l'iconografia della promozione dei prodotti di massa, l'ingenuità e il godimento scevro di sensi di colpa di tutte le possibilità G dell'intelletto». Nello spazio «stilizzato» di Ballarci, geometricamente ridisegnato da una «benevola tecnologia», la società dei consumi è ancora legata al sogno della possibilità illimitata: «il mondo odierno è quasi infantile», scriveva Ballarci, poiché in esso «trovano istantanea soddisfazione ogni domanda, ogni possibilità». Solo in questo mondo lineare, benevolo, è dato comprendere il delirio tecno-erotico dei personaggi di Ballarci, l'attrazione «misteriosa» e verso le «grottesche sporgenze», le «variazioni inattese" e le «deformazioni» delle auto distrutte. In altre parole, la scoperta folgorante di una «tecnologia perversa» e della sua possibilità più autentica, più eccitante: l'autodistruzione.
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