DIVAGAZIONI SUL «CRASH» Giulio Ce erna IE se la tecnologia fosse -(-( capace di amare?»Molti anni prima che uno slogan pubblicitario suggerissequesta domanda a milioni di telespettatori italiani, invitando a riflettere sullo stretto passaggioche dovrebbe portare «dalla tecnologia all'amore», da una marca di televisori a un nuovo - e a quanto pare erotico - zapping sul mondo, uno scrittore di fantascienza inglese allora poco conosciuto aveva già formulato la sua risposta, forte e chiara: Crash. L'onomatopea che dà il titolo al libro di Ballarci, il «clangore»prodotto dall'incontro tra il metallo dell'automobile, il cemento dei piloni e la carne fresca dell'uomo, rappresentava nelle intenzioni dell'autore non tanto il simbolo di una nuova sessualità, quanto la metafora «estrema»e «totale» della «vita G dell'uomo nella società odierna». L'incidente automobilistico diventa l'emblema delle relazioni umane nell'era degli svincoli autostradali, della televisione e delle armi termonucleari. «li fine di Crash- scriveva Ballarci nell'introduzione all'edizione francese - è quello di monito, di messa in guardia dal mondo brutale, erotico e sovrailluminato, che sempre più suasivamente c'invia il suo richiamo dai margini del paesaggio tecnologico». Laprovocazione di Ballarci muoveva dalla seguente osservazione: mentre l'uomo si sforza di inventare e di vendere macchine sempre più efficaci e potenti, il mondo delle macchine sta fabbricando un nuovo esemplare di uomo. Lapropagazione di scienza e tecnologia, e la loro immediata volgarizzazione attraverso la pubblicità e la televisione, hanno infatti riconfigurato i codici in cui parliamo e pensiamo, elaborato nuovi modelli di esperienza, inizializzato i rapporti sociali, brevettato tipi generazionali multi accessoriati, e reso la facoltà emotiva un costoso optional. L'uomo, insomma, si sta progressivamente tecnologizzando, e il risultato di questo processo inevitabile è la «perdita più atroce del secolo: la morte del sentimento». In Crash, Ballarci portava in scena i prototipi anaffettivi dell'uomo-tecnologico. Quando una tecnologia impensata sarà davvero abilitata ad amare, il frutto di quell'amore tecno-logico, fatto di emozioni e sentimenti artificiali, assomiglierà forse all'erotismo perverso di Crash: alle crude pagine del libro, o alle scene scabrose del film che Cronenberg ha girato venti e passaanni dopo. Mentre la pubblicità dei nuovi televisori «innamorati» non sembra aver urtato la sensibilità degli spettatori, come è noto la trasposizione cinematografica di Crash ha dato luogo a reazioni scandalizzate e accesi dibattiti. Ignorato in America, censurato in Inghilterra, apprezzato (ha vinto un premio a Cannes) e dileggiato in Francia («Cronenberg, ex cinéaste culte, n'est ici qu'un cinéaste cui», ha scritto «Le journal du dimanche»), il film di Cronenberg è stato aspramente contestato per la cruda violenza e il torbido erotismo delle sue immagini. Anche la critica italiana si è spaccata in due, e alcuni ambientalisti napoletani sono ricorsi addirittura alla magistratura: Crash- hanno scritto in un esposto - «incita allo scontro automobilistico». L'accusa può fare sorridere, ma ha il merito di mettere in evidenza la scelta di fondo compiuta da Cronenberg, ovvero l'offuscamento del significato politico del libro («il romanzo ha un ruolo politico nettamente distinto dal suo contenuto sessuale»,aveva scritto Ballarci), la torsione dello sguardo dalla tecnologia all'erotismo, dalla trucida amoralità cibernetica all'estetica del corpo. Ballarci metteva al centro del romanzo una rivelazione, la «perversità della tecnologia», il film si limita a esplorarne morbosamente gli effetti sul corpo e nell'atto sessuale. L'obiettivo freddo, quasi meccanico, di
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