a ..,ar cr1t1ca egli (morto nel 1981) avrebbe potuto certamente fare sue le parole di Amos Oz in un'intervista rilasciata nel 1982: «Sonoun sionista triste, - dice Amos Oz - pessimista, zoppicante. Non avrei potuto vivere in questo paese se ne avessero fatto un paese di contadini in buona salute che cantano tutto il giorno, la notte fanno fuori gli arabi e poi se ne vanno a fare l'amore nei campi. (..) Siamo nervosi, abbiamo paura, siamo sensibili, tendiamo le antenne in tutte le direzioni» (citato in F. Coen, Israele: quarant'anni di storia, Marietti 1985, p. 174). Questa condizione all'urbanizzato Shabtai (Tel-Aviv costituisce lo scenario inconfondibile dei suoi racconti, una città ancora non moderna sospesa tra il mondo degli anni '30 e un futuro ancora non metropolitano che giunge a definitivo compimento solo in questi anni '90) pesa notevolmente e, comunque, ciò che egli descrive sono le doglie lente e dolorose di un rito di passaggio: una società in cui ognuno si vota a un ruolo in cerca non solo della propria autorealizzazione ma, soprattutto, della propria automonumentalizzazione, e in cui inizia a manifestarsi una voglia di fuga e di attrazione verso il "sogno americano", ossia la fuga da un sogno a un altro sogno. Una società lacerata tra un mondo di giovani che iniziano ad invecchiare ma che non decampano dal loro sogno giovanile che ha motivato il loro arrivo là e una generazione indigena, nata là, che sogna di fuoriuscirne (La vera tenerezza) pur alla fine restandovi, perché incapace di concedersi un attimo di tregua e dunque perennemente in fuga da se stessa (Cordova). Tende così a strutturarsi un'inquietudine, solo apparentemente rassegnata e pacificata, il cui segno più evidente è il senso di precarietà del luogo dove si vive, sensazione che si riproduce all'infinito senza che si dia un inizio e una fine. «Quel che sperava di arrivare a comprendere, non lo comprese. Invece, lo coglieva a tratti la sensazione di non essere veramente lui a trovarsi lì, ma solo una specie di ricordo di sé, cui il suo corpo fungeva da scorza, mentre lui in realtà si trovava in un altro posto, e anche lì solamente come un ricordo, a immagine della sorella, che esisteva in lui come un ricordo dentro un ricordo». ( Viaggio a Mauritius, pp. 118-119). Sensazione che non trova nella morte una qualche forma di conforto o di destino comune, ma che, anzi, sembra ingigantire il senso della solitudine (Memorandum). In questo scenario sembra, talvolta, che solo alla generazione dei nonni, le uniche figure non tragiche tra le tante che popolano questi racconti, pur nella loro stranezza atemporale (Il santissimo; Il servizio cecoslovacco), sia concessa la possibilità di un equilibrio. I nonni e non «i vecchi» perché ad essi Shabtai associa, invece, l'immagine e la sensazione di un bilancio finale di vita in cui si consumano tutte le icone mitiche che hanno popolato i loro sogni di realizzazione al cui centro sta la dimensione del corpo. Un corpo coltivato e curato non a fini estetici, bensì in rapporto alla sua capacità creativa, lavorativa. Ma ora questa dimensione, questo culto del fisico e della sua prestanza, sembra definitivamente consumata. Nei suoi racconti il corpo compare come disfacimento e comunque la sua funzione temprata e costruita attraverso la durezza spartana non si intravede. L'eclisse della fisicità del corpo è l'altra faccia del lento eclissarsi dell'utopia. Si potrebbe ritenere, allora, che ciò che Shabtai propone sia una sorta di ritorno nostalgico al «prima». Non è così. La lenta e incerta fuoriuscita dal mito è anche significativamente l'inibizione di un ordine del mondo temporale prima ancora che simbolico (Sparizione): nel libro di preghiere della nonna che il bambino (vera voce narrante di tutti questi racconti) gira tra le sue mani, compare (secondo una tradizione diffusa in gran parte del mondo ebraico) l'elenco dei morti di famiglia secondo un calendario per lui ormai desemantizzato. «Sforzai la memoria per ricordare quale fosse il giorno della sua morte, mi ricordai che era un giorno freddo e nuvoloso» (p 197). Alla fine, dunque, non resta che un testo scritto, ma non più decodificabile, accompagnato dalla impossibilità della diserzione. Una dimensione disperata, fondata su un impegno «obbligato», ma forse prima di tutto, e soprattutto, pesante perché non contempla l'alternativa delle dimissioni e del «ritorno a casa».«Com'è essere ebrei?» chiede una giovane americana al protagonista di un racconto, un israeliano in ferie. «Non male - rispondo senza far caso e sorrido. Ma subito dopo dico seriamente: Stancante» (Cordova, p. 82). Riferimentbiibliografici. YaakovShabtai · - <<Inventario>T>he, oria,Roma - Napoli, 1994. - <<LzoioPerez.spiccialvolo», Feltrinelli,Milano1997BrunoBettelheim,<<fiIgli delsogno», (1969), Mondadori,Milano 1977. H. Near, <<ThKeibbutzmovement.A Historyof OriginsandGrowth.1909 - 1939>>,OxfordUniversiryPresOs,xford 1992. AmosOz.,<<Itnerra di Israele>>, (1983), Marietti,Genova1992. FernandoPessoa,<<IMl arinaio>> (1913), Einaudi,Torino1988. ~
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