In un conteoto carico di Moria, ma anche otracolmo di 6ogno. la 6Uera della quotidianità otenta a emergere e 6embra deotinata a collocar6i in 6pazi angu6ti e, alla uine. a 6occombere. retta che Grossman riprende in Vedi alla voce amore (Mondadori 1988) prevale in questi racconti la struttura del dialogo diretto e la narrazione sembra avere maggiore respiro narrativo e descrittivo. Non fanno ancora la comparsa quei temi dichiaratamente ideologici - più spesso rappresentati in versione caricaturale nei dialoghi indiretti che riempiono Inventario - ma la dimensione del disincanto, della disperazione esistenziale e sociale indotta dal crollo del mito pubblico è il vero attore dello scenario. Una dimensio- • ne in cui il mito dell'«uomo nuovo» si staglia in forma insofferente con un paesaggio antropizzato e monumentalizzato stracarico di «storia». Di tutte, forse, è proprio questa la dimensione più ironica che agisce nella narrativa di Shabtai: quella che nasce dalla volontà di essere «nuovi» laddove la storia ha arato profondamente e formato sostanzialmente molta parte dell'immaginario collettivo. Scrive Amos Elon che «un giorno il poeta Yehuda Amichai stava seduto con due panieri di frutta sui gradini accanto alla porta della cittadella. A un certo punto sentì una guida turistica che diceva: 'lo vedete quell'uomo con i panieri? Proprio a destra della sua testa c'è un arco dell'epoca romana." Scrive Amichai: lo mi dissi: la redenzione avverrà soltanto se la loro guida dice: "Vedete quell'arco dell'epoca romana? Non è importante; ma lì vicino, un po' più in basso a sinistra, sta seduto un uomo che ha comprato la frutta e la verdura per la sua famiglia"» (Elon, Gerusalemme città di specchi, Rizzoli 1990, p. 289). In un contesto carico di storia, ma anche stracolmo di sogno, la sfera della quotidianità stenta a emergere e sembra destinata a collocarsi in spazi angusti e, alla fine, a soccombere. Comunque il suo è un conflitto «corpo a corpo» per cercare di conquistare ristretti margini di cittadinanza, oppure a esprimersi attraverso la follia e la devianza. Tra la sfera del sogno e l'approdo irenico al reale si situa così una terra di nessuno fatta di vitalismo distruttivo, di solitudine, di incertezze, comunque di «sconfitte». Lagalleria dei personaggi che popolano i racconti di Shabtai sembra apparentemente la «corte dei miracoli»: chi, per esempio, (lo zio Perez spicca il volo, il racconto che dà il titolo alla raccolta) scopre la dimensione dell'amore e del corpo, senza tuttavia essere in grado di riconciliarsi con se stesso - con il mito del lavoratore perfetto, sorta di Wilhelm Meister proletario in cui etica del lavoro e moralità pubblica dovrebbero fondersi re in un distillato puro - e perciò è costretto a rifugiarsi nella follia appollaiandosi sul tetto della propria casa da cui poi si lancerà nel vuoto. Altri, invece (lo zio Shmueb sognano un'ingegneria perfetta, continuamente contraddetta da un reale che si incarica di smentire e di rovesciare l'ordine atteso, oppure (Una tigre maculata privata e terrificante) cercano di mettere in piedi un circo e sconfitti non rinunciano al gesto istrionesco al momento della partenza: un grande saluto a una terrazza completamente deserta dove probabilmente, non visti, stanno asserragliati tutti i sogni non realizzati. Ciò che Shabtai osserva e riflette nei suoi personaggi è riassumibile in un grande viaggio interiore: la fuoriuscita lenta e faticosa dal mito utopico del sionismo, dal sogno, ora ossessionante, della società evocata dall'epopea dei pionieri. In altri termini l'inizio della resa dei conti con un fardello pesante, pieno di sogni, di impegni, ma anche di modi di vivere, di principi morali irreprensibili e austeri che non permettono di rilassarsi e che, anzi, incrementano il tasso di stress. Una società, more suo, puritana che lascia pochi margini al privato e che non perdona a chi tenta, ribellisticamente, di sottrarvisi (Modella). li suo è così un procedere incerto ed
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