Linea d'ombra - anno XV - n. 128 - set./ott. 1997

a e . •"' cr1t1ca r P ERCORSI DELLA NARRAT IVA I SRAELIANA CONTEMPORANEA DavidBidussa A conclusione della sua indagine sulla struttura educativa del mondo kibbutzistico, dopo averne individuato luci ed ombre, Bruno Bettelheim cosi concludeva: «Comunque, benché la generazione dei fondatori sia soddisfatta del suo sistema educativo, unico al mondo, ciò non significa che manchino le apprensioni. In realtà, essi non volevano per i loro figli entrambe le cose: un profondo egualitarismo e un alto grado di individualità. È difficile per loro rendersi conto che si tratta di valori contraddittori. Ma, a dispetto di qualche esitazione, le loro azioni dimostrano che, per il momento, hanno optato per l'egualitarismo. È però possibile che i loro figli della seconda (e soprattutto della terza) generazione, cresciuti in questo spirito non saranno in grado di scegliere altrimenti» (Bettelheim 1969, trad. it. , p. 300). Il kibbutz ha rappresentato per molti aspetti un mito di prefigurazione forte e magnetico nel processo di costruzione dell'immagine della Palestina ebraica mandataria. Ma non solo. Proprio perché contemporaneamente esso si presentava come una prefigurazione ideale e come un work in progress costantemente sottoposto a tensione nella sua storia empirica già fin dalle origini (Near 1992),il fatto stesso di assumere la dimensione prefigurante non solo di esperimento economico, ma di silhouette «in vitro» di un intero esperimento sociale e culturale lo sottoponeva ad essere colto come il prototipo e la «spia indiziaria» di un intero corpo sociale. L'immagine che quindici anni dopo il viaggio scientifico di Bettelheim ci viene consegnata da Amos Oz in un viaggio interiore dentro un paese dilaniato e !acerato dai contrasti all'indomani della guerra in Libano (!982) non è solo quella di una solitudine del kibbutz, della crisi di un collante in grado di tenere un tutto sociale, ma soprattutto di un paese che vive oltre quel mito (Oz 1983,tr. it. 1992). Ma una cosa continua a confermarsi anche dal reportage di Oz: la tensione tra egualitarismo, ora più propriamente riconoscibile come comunitarismo, e individualismo, continua ad attraversare e a lacerare quella società. A un lettore aggiornato sembra che gran parte di questo scenario sia stato compiutamente e complessivamente descritto dalla generazione dei narratori i cui testi sono arrivati in Italia a partire dalla seconda metà degli anni '80 (Grossman; Yehoshua, Oz,Appelfeld). A ben vedere, tuttavia, la cifra letteraria che connota la narrativa israeliana e che in Italia abbiamo imparato a conoscere sulla scorta del malessere esistenziale e politico indotto dalle vicende degli anni '80, non si risolve solo in un circuito dove l'istanza del privato si accredita come il sintomo più evidente di un collassamento interiore. Perché si giustifichi e si renda comunicabile una condizione di inquietudine occorre che si sia consumato un passaggio: quello della fine, o quantomeno della crisi, di un paradigma di riconoscimento e di fondamento. Questo passaggio di iniziazione, questo rito di passaggio, non avviene perché improvvisamente la sfera dell'istanza politica immette a una spasmodica ricerca di «nuovo». All'opposto: ciò che si inceppa è proprio lo sforzo collettivo di fondare la propria identità sul mito della palingenesi del «nuovo ebreo» che rompe la catena della continuità con l'ebreo diasporico e si fa homo novus in Palestina. t il blocco di queoto meccaniomo a cootringere la riapertura del conurontocon il «prima» (oecondoun dramma che Peoooa aveva già ampiamente preuigurato nella oua pièce teatrale Marinhero),Laricerca del paooato, il continuo taccia a uaccia - o meglio «corpoa corpo» - con ciò che c'era prima, opeooo con la cortina di oilenzio che ha oegnato il diotacco rìopetto a quella otaria dì prima, è ciò che connota la narrativa israeliana che noi conosciamo (Grossman, Yehoshua, Oz, Hoffmann). Ma il nucleo narrativo da cui si origina questa dinamica letteraria non ha il suo momento generativo nelle loro opere, ma cresce lentamente durante gli anni '70 ed è Yaakov Shabtai a rappresentarla. O Senella trama di Inventario, romanzo della sua maturità ma anche bilancio di una crisi profonda di un intero corpo sociale e culturale, ciò che si dipana lentamente è la dissoluzione di un mito fondativo nel passaggio del testimone ideale tra generazione dei fondatori e figli disorientati se non disadattati che non riescono a sopportare il peso di un'eredità ideologica e politica che assume i connotati della scelta esistenziale, nei racconti che costituiscono Lo zio Perez spicca il volo, che anticipano molti dei temi che Shabtai affronta nel romanzo, questi aspetti, esaltati dalla forma del racconto breve, acquistano una forza iconica maggiormente incisiva. A differenza di Inventario, caratterizzato da una scrittura indi-

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