Linea d'ombra - anno XV - n. 128 - set./ott. 1997

(O come il 6angue treddo di bellimbuMi in bor6alino nero a mezzogiorno (di tuoco); tenevano il dito 6Ul grilletto, privi d'ombre, camminavano 6otto dei 6ombreri. Mi han termato involontariamente; mi han domandato l'identità. Non 6apevo... Nnché mi è Mato premuto contro la tronte il toro della canna di una piMola: ne ho percepito l'O. Ciaran Car6on da: et Ccetcera: Auditque Vocatu~Apollo ~ calavamo il Pama6o. La mia guida 6eguitava a chiedermi t::l) «come6i poMa penetrare attraver6o le corde di una lira». Cercavo di pen6are a una ri6po6ta turba: le gambe, autonome dal corpo, di un ballerino di can-can mi 60n 6cattate in mente; o un patentato attetta-uovo-di-Mruzzo, oMia un'arpa. Ha detto: «LanoMra mente è divi6a». Troppo vero. Comelui toMe Quee, io Queg - uno di quegli individui. Orteo. Apollo. Rilke. Ahab. Dick -. r 6calare il Monte "Olympia» è co6ì: cercare la balena che 6pari6ce 6otto la 6ua tontana a 6pruzzo. Pen6i di eMere arrivato in vetta quando un altro diMante crinale appare a 6Uidarti. «QuoVadi6 ?». Qualco6a del genere. Ho chieMo 6e potevamo ripo6are. Non 60 perché ho cominciato. Una primavera non ta una rondine. Improvvi6o tintinnare di una lira. Ho urlato: «Chi è là?» Lui ta: «SonApollo, 6ono».

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