• 1 11 ra ( e Q n t Q Yictoc Erof«o Z)o S/J no evitarlo proseguivano timidi senzaalzare gli occhi. Salamefritto con i maccheroni. Lacena preferita. Ma se esageri col salame ti brucia lo stomaco. lo soffrivo di bruciori di stomaco e di solitudine. Lacena terminò con uno scompiglio e un tè leggero. La nonna non voleva che ascoltassi la radio. Lesembrava che la radio dovessse guastarsi per via di quelli che l'ascoltavano. A quei tempi la radio era una novità sconvolgente, sconosciuta alla popolazione locale. La nonna avvolgeva la radio negli stracci e la nascondeva nell'armadio. Era un'imponente scatola rosso-fiammante con il manico bianco di plastica resistente, non so perchè di produzione norvegese. Quando di nascosto dalla nonna portavo la scatola al grande stagno, tra gli abitanti si scatenava la follia. Mi si avvicinavano curiosi e sospettosi e sui loro visi vi era scritto che non li prendi in giro: la radio non può funzionare senza il filo, da sola. Con la radio allo stagno mi sentivo come un giovane dio incompreso. li papà me lo ha promesso, dicevo. Eallora, cosa ti ha promesso? diceva la nonna. Tu guasti tutto e guasterai anche questa. La nonna avvolgeva tutta la vita nel lino. Anche il fanale della mia bicicletta veniva conservato negli stracci. li papà me lo ha promesso! Non te lodò! No, dammelo! Mi portava fino alle lacrime poi spariva e riportava la radio con lo sguardo triste di un bulldog offeso. lo correvo nel giardino coperto di rugiada: io dalle lacrime. Dopo le lacrime il mondo mi pareva più bello. lo e lo zio Slavaci incontravamo ogni sera verso le dieci sulla panchina confinante, sotto un'alta betulla. La nonna non si avvicinava mai e non poteva sentire quello che noi ascoltavamo. Si , rabbuiava saltano: che cosa vuole da te? ma rispettava. lo arrivavo sempre per primo e sempre con il timore che non sarebbe venuto. Lo zio Slavaarrivava mezzominuto dopo. Sulla 31esimafrequenza riuscivo a cogliere dei segnali che emergevano dal caos. Dapprima, come al solito, trasmettevano un breve notiziario e poi l'edizione completa. Lo zio Slavametteva il palmo della mano sul manico del bastone e sul dorso appoggiava il mento. I baffi, il pince-nez e il cappello riposavano e non disturbavano. Diventavamo tutt'orecchi. Per tutto il tempo la voce cercava di sparire, di nuovo ritornava e di nuovo spariva. Mandavano delle interferenze. Fino al 1963, se non erro. Ci permettevano di ascoltare alcune notizie che non ci riguardavano. Ma non appena giungevano voci su di noi o Berlino per ordine di qualcuno si inseriva un'interferenza tanto che ascoltare era quasi impossibile. Tuttavia ascoltare un po' non era impossibile e lo zio Slava non se ne andava mai , mentre la nonna improvvisamente ricompariva dal suo letto e di notte stava al mio capezzale: strozzare? non strozzare? Lo zio Slavanon se ne andava mai quando cominciavano le interferenze e non sbuffava né manifestava stizza o irritazione: considerava l'interferenza come un oscuro fenomeno della natura. Lui rimaneva imperturbabile, e seduto aspettava che io trovassi quella zona intermedia dove la voce si sente per metà e per metà sparisce. Era taciturno ma sempre cordiale, cordiale fin dall'inizio e sebbene se ne stesse tranquillo e abbottonato non mi abbandonò mai l'inquietante convinzione che lui, qui, si considerava un ospite portato dal caso: si sedeva sulla panchina vicino al ragazzo, quello che gira le manopole della radio, e casualmente udiva quello che non sta bene, e l'anziano cospiratore non si sentiva colpevole perché succedeva per via del caso ogni sera, di sera in sera, e lui recitava la commedia del caso apparente non davanti a me ma davanti al mondo intero. Ma il mondo non c'era: la panchina era deserta, solo nostra e in questi momenti noi eravamo gli unici abitanti dell'universo, lui ed io, i silenziosi cospiratori che prestano orecchio a ciò che non si deve, colpevoli allo stesso modo, il pioniere e il pensionato, complici di svolgere un'attività illegale e che, proprio per questo, non si sarebbero mai traditi. E questo naturalmente ci avvicinava e di sera in sera diventava più buono con me: io non ero più semplicemente il ragazzo; apparve attorno a me un nome e con gesti impercettibili mi faceva intuire che non era arrabbiato con me per quello che non si sentiva e a poco a poco non percepivo più l'imbarazzo dovuto alla sua presenza quando non riuscivo ad ave·rela meglio sull'interferenza. Dopo il pranzo la nonna si riposava e all'improvviso: il latte! Trascorsi tutta l'estate in compagnia di queste eruzioni di latte e dello zio Slava in qualità di assiduo ascoltatore; i commenti li ascoltava di rado, compariva furtivamente e se ne andava dopo il notiziario e solo una volta udimmo durante il notiziario il nome dello zio Slavaquando comunicarono - ricordo esattamente le parole - che gli studenti dell'Univeristà di Beirut lanciavano contro la polizia delle bottiglie con un cocktail a cui venne dato un nome in onore dello zio Slava. Lavoce dell'America fu una rivelazione non meno sconvolgente dei ca-
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