Linea d'ombra - anno XV - n. 128 - set./ott. 1997

andare a dormire. La nonna versava dalla teiera l'acqua bollente. Allora, è calda? Fregabene le ginocchia. Perchè hai fatto amicizia con lui? Attento a non nuocere a papà. Non bagnare per terra! Con l'alluce sfiori l'acqua. Ohi! E' ancora bollente! Lei versa l'acqua e gli occhi sfregano contro le spalline del reggiseno, il vapore sale e improvvisamente mi ustionerà. E poi? lo cominciavo a temere che lei di notte volesse strozzarmi, per invidia della mia giovinezza. Ascolti quello che ti sto dicendo? Tu non sei un suo pari. Non vedi che nessuno osa salutarlo? Ma il mattino ti svegli: il sole, il tepore: non mi ha strozzato! Scalzocorri a lavarti. Fu così che questa amicizia nacque associata all'illegalità. La nonna da subito cominciò a spaventarmi con l'idea degli uomini. Ti attira nel bosco con la scusa di una caramella, poi ti spoglia e...basta! Terrorizzato mi immaginavo un uomo mostruoso che mette in un sacco i sandali e gli abiti estivi di un bambino e se ne va via facendo scricchiolare i cespugli e lasciandomi nudo nel bosco abbandonato al mio destino, con la cartina della caramella tra le mani. lo le giuravo che non avrei creduto a nessuno e lei mi accarezzava la testa con la sua mano rugosa. Mai, mi sembra, mantenni questa promessa. Oltre alla nonna con la quale vivevo in sintonia, facevo la guerra ad un gatto della spazzatura; la nostra spazzatura era in comune con quella dello zio Slava, un grande fosso puzzolente. Iniziai ad osare a chiamarlo zio Slava in agosto, quando cadono le stelle; seduto vicino a lui sulla panchina con lo schienale curvo come si fa lungo i viali alberati, lontani dalle abituali occupazioni e in segreto l'uno all'altro esprimevamo i nostri desideri - eccone una, dicevo, ed eccone un'altra! - Avrei voluto che mi abbracciasse, che mi stringesse a sè - Sì,ne cadono molte, ammetteva finalmente lo zio Slava con il dolore nella voce. Viveva alla dacia tranquillo, quasi non usciva e ogni sua partenza mi feriva l'animo. Alla dacia si avvicinava una Zim nera, non più nuova, il bagagliaio si apriva come un piccolo necessaire; lentamente l'autista scendeva. Riapparivano i noti fantasmi femminili. Lui usciva di casa in un impeccabile abito scuro, con la cravatta scura e il cappello scuro. Preciso in ogni movimento, cortese e un po' disorientato, chinandosi spariva nella Zim e con calma si sistemava sul sedile posteriore, sfrontatamente ricoperto di velluto rosso scuro come per evitare che lo insozzasse! Ricordo l'odore del gasdi scarico di questa Zim, l'odore del nostro addio. Passandovicino a questo adolescente mangro con una grande bocca timida, alzava e abbassava il braccio con il gomito piegato. Per un secondo appariva sul suo viso un sorriso vago, tumefatto, sofferente. Anch'io alzavo di scatto il braccio per dirgli addio e mi fermavo a lungo sul viale a sentire come la Terra girando su se stessa faceva girare le ruote della sua macchina. Una volta un vetraio ruppe una grande lastra di vetro sul viale; i pezzi giacevano a terra luccicanti al sole come centinaia di pince-nez dello zio Slava. Con fare compassionevole mia nonna diceva sempre che il pince-nez abbellisce l'uomo, tutto perchè suo marito, ossia il nonno morto nonchè ex ragioniere della ferrovia ha portato il pince-nez tutta la vita. Ecome una vedova soffocava le lacrime. Quando l'umore le peggiorava, diceva che ero stato io ad uccidere il nonno con i miei capricci e perchè lo costringevo a portarmi in braccio per cui gli venne un infarto ed è morto in un momento inopportuno, senzaavere il tempo di ricevere il riconoscimento dell'ordine di Lenin che già gli era stato promesso - e qui gli occhi della nonna si facevano sognanti - e che io ero irriconoscente perchè non si può non ricordare il nonno che ti voleva solo bene e che si occupava solo di te alla dacia a Rasdor, che ti faceva i fischietti e strisciava sulle ginocchia per giocare alle macchinine. E io lo vidi improvvisamente una volta: guidava un filobus giallo-marrone e portava una stupidissima papalina e un pigiama largo purtroppo senza l'ordine di Lenin. È bello essere dei vigili, diceva con affanno strizzandomi l'occhio. Muovi la paletta di quà e di là. A ta-a-a-avola-a-a! Strillava la nonna. Prima avremmo fatto mangiare le scheggedi vetro al vetraio. Dopo il pranzo la nonna si riposava in giardiano sulla sdraio nel suo scamiciato di tela indiana, dopo aver messo sulle gambe una coperta, mentre io sedevo sulla montagnetta di sabbia e aggiungevo alla ferrovia una piccola cisterna. Improvvisamente la nonna si precipitò in cucina: il latte era uscito, aveva spento il gased emanava un cattivo odore. Lanonna tolse di scatto la coperta e vidi che sotto lo scamiciato non aveva niente, a parte dei capelli neri ed una ferita rosa che mi balenò davanti agli occhi in una frazione di secondo. Io sedevo sulla montagnetta, e là rimasi, completamente stordito, con la cisterna tra le mani. Sotto gli indifesi pneumatici della Zim scricchiolavano i pezzi di vetro. Alla dacia lo zio Slavaveniva con il completo chiaro, senza la cravatta e con il cappello chiaro. Gli piaceva passeggiare in tondo, senzamai allontanarsi dalla dacia. E immancabilmente con l'immancabile bastone. Semplice, con un'impugnatura semplice. Era impeccabile, snello, simile ad ~ una piccola cassaforte. Gli abitanti delle dace vedendo lo zio .r, Slava da lontano tornavano indietro e quelli che non potevaRagazzo! <Se hai una nonna, <Se non è ancora morta, talle \ male! Rompile un braccio, <Strappalea m,,r<Si l capezzolo ~-- appM&ito. Co<Sì in<Se \ va LoZio Slava

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