Linea d'ombra - anno XV - n. 128 - set./ott. 1997

mano in bocca e la morse. Ma non abbastanza da farsi veramente male. li medico di fronte a lei aspettava ancora. Sembrava molto occupato. Metteva in ordine le analisi nel suo fascicolo e con una scrittura tutte zampe di gallina aggiornava la nuova cartella clinica. Ogni tanto portava la piastrina della biopsia sotto la luce della lampada e la esaminava muovendo la testa. Era un vetro colorato come una diapositiva che conteneva una parte del suo fegato, forse in sezione millesimale. Lui lo guardava, lo riponeva da parte con attenzione e scriveva qualcosa nella cartella con i suoi caratteri lillipuziani. «Mettiamoci d'accordo» disse Freddy agitata. «Non si tratta solo della mia volontà, dottore. Perché anche se seguissi fedelmente i suoi consigli ... Questa terapia .. Vorrei sapere ...». Lui si chinò verso di lei. «Mi dica» «Voglio sapere ...» fece di nuovo con slancio Freddy. Forse non aveva alcun senso. Si sentiva sgonfiare. Che importanza poteva avere? «Mi chieda pure» ripeté il medico. Dal momento che lo so già, disse tra sé Freddy. Qualcosa andava storto in questa visita. Non era tanto la gravità della diagnosi relativa alla sua malattia, ma un'alterazione dell'atmosfera, come quando in una stanza si abbassa la tensione dell'elettricità. In un certo modo, ad un certo punto indefinito, si era prodotto un guasto e questi silenzi e le mezze frasi che un tempo erano parti inseparabili della loro comunicazione, e grazie alle quali nasceva il piacere delle visite, oggi non erano altro che semplici silenzi e semplici mezze frasi. «Mi dica», insisteva il medico con fermezza. «Pensoche anche lei preferisca che non le faccia domande» disse Freddy. Sicuramente aveva esagerato. «Tuquando hai torto ti metti a gridare» diceva sua madre. Era una stupida e una vigliacca che si pavoneggiava per qualcosa che non era in grado di ottenere. Lo vide togliersi gli occhiali con dei gesti stanchi e strofinarsi gli occhi con il dorso della mano. Poi aprendo i cassetti della scrivania, cercò a tentoni un fazzoletto. I suoi occhi erano pesanti e slavati, con le palpebre arrossate, trasparenti, continuamente umide. Sotto gli occhi le rughe scendevano come borse grinzose sulle guance. Lo osservava con insistenza, sicura che lui non poteva vederla. Osservando questo sguardo vacuo, dove la pupilla si perdeva nell'opacità della retina, Freddy per la prima volta immaginò il medico come un uomo nudo a letto. Questa immagine la eccitò e la fece innervosire. Lui ripulì le lenti con la manica, guardando davanti a sé in maniera insicura. Sembrava fragile e per qualche motivo questa sua piccola invalidità sconvolgeva Freddy. Sentiva che dentro le si risvegliava un erotismo misto a malessere e distolse lo sguardo da lui. Aprì la borsa, trovò un fazzoletto e glielo porse. «Grazie»le disse. Rimase in silenzio per pochi minuti, ripulendo le lenti degli occhiali, con lo sguardo immobile inchiodato su di lei, senza vederla. Poi si chinò ed avvicinò il naso alla cartella clinica. «E-fro-si-ni Ran-du» lesse sillabando il nome, «Se è questo che vuole sentire da me...»mormorò malvolentieri e fece una piccola pausa. «Se è questo che vuole sapere ...»ripeté impetuosamente alzando la voce «lei in tutti questi anni si è suicidata!». Si mise nuovamente gli occhiali e la guardò con aria stanca. Gradualmente l'atmosfera ritornò come prima. Nel vetro la sua immagine si compiaceva con allegria e furbizia. Quanto sono G Sentiva che dentro di Lei&i ri6vegliava un eroti6mo mi6to a male66ere e di&tol&elo &guardoda lui

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