• I f O t O g ra {j ~ebastiàoSalgaJ <<Il ritratto della bambina è stato fatto in questo campo di rifugiati ai bordi della strada, tra la strada principale e la strada per la fattoria. Ha il viso sporco, certo, perché non c'è acqua per lavarsi, non ci sono infrastrutture, servizi sanitari, assistenza medica. Sono persone che vivono ai bordi di una strada in condizioni molto difficili. E sono condizioni di vita peggiori di quelle di altri campi, perché loro non hanno lo status di rifugiati. Non conosco il nome della bambina, perché non chiedo il nome alle persone che fotografo>> Quando si fanno fotografie di tipo documentario, con un legame sociale molto preciso, netto, non si è troppo diversi da un medico o da un infermiere, o da persone impegnate in infrastrutture, o in campi per rifugiati, o in altri gruppi sociali. Si sa che queste fotografie saranno utilizzate da varie organizzazioni e soprattutto dalla stampa. Si cerca perciò di denunciare una determinata situazione. Sono stato da poco in Zaire. Ho lavorato in situazioni veramente terribili, situazioni di disperazione fra le più catastrofiche che abbia mai visto: nell'ultimo periodo sono scomparse ottantacinquemila persone. Ho fotografato queste popolazioni e forse in questo momento molti di loro sono già stati uccisi. Ma ho una grande speranza che le mie immagini possano essere di qualche aiuto di fronte a questo massacro che sta avvenendo. Nel momento in cui scattavo, ero consapevole che mostrandole al mondo potevo forse aiutare i gruppi spariti nella foresta, minacciati di morte e che stavano per essere uccisi. Speravo di creare la possibilità di salvarli: mostrandoli agli occhi del mondo si fa opera di denuncia e nello stesso tempo li si collega al resto del mondo. Quelle popolazioni ne avevano la consapevolezza. Mi sono trovato solo, con uno di questi gruppi, per alcuni giorni: mi portavano dappertutto per mostrarmi la loro condizione. Bisognava far vedere al mondo quello che stava accadendo. Attraverso la macchina fotografica lanciavano un grido al mondo intero. In quel momento è nata in me la speranza che si potesse veramente fare qualcosa. Molti giornali hanno pubblicato dappertutto le mie fotografie. Ora mi domando se non sia davvero possibile fare qualcosa da parte di noi tutti per queste ottantacinquemila persone. Oltre le fotografie, oltre i giornali, bisogna che i governi - quello italiano, francese, americano - facciano forti pressioni su Laurent Kabila perché si rispetti la vita di queste popolazioni. In Zaire si sta affermando un forte movimento con l'appoggio internazionale, ma bisognerebbe valutarne la legittimità, perché non si può riconoscere un movimento che si impone attraverso un massacro di tale portata. In «Terra»alcune totogratie colpi6cono in modo partciolare. Pen6o a quelle 6Cattate lo 6COr6o anno e che tarmano l"ulmtima parte del volume. intitolata «La lotta per la terra». Cene 60no alcune 6cattate nello Stato di Paranà, come «Una bambina ··6em-terra "'». che è poi l "immagine di copertina. In che 6ituazione l "ha realizzata? In Brasile è in atto l'occupazione della terra da parte del movimento dei senza-terra. Stanno aspettando un gesto dal governo in vista di una riforma che coinvolga tutti. Tuttavia il Movimento non ha incrociato le braccia in attesa che il governo si muova, ma sta occupando le terre. È una lotta sociale. Tutti i contadini che non hanno lavoro e devono trasferirsi in città non migrano più; si concentrano ai bordi delle strade in veri e propri campi di rifugiati. Ci sono a volte cinquecento famiglie, a volte duemila, tremila; nel campo dove ho fotografato quella bambina - nello Stato di Paranà, nel Suddel Brasile - c'erano tremiladuecento famiglie di rifugiati. Erano in attesa di occupare una grande fattoria, la fattoria Giacometti, con ottantatremila ettari di terra (più o meno una regione italiana), dove venivano sfruttati, anche malamente, soltanto dodicimila ettari, mentre il resto era stato completamente abbandonato. Queste tremiladuecento famiglie, circa dodicimila persone, hanno occupato la fattoria. Il ritratto della bambina è stato fatto in questo campo di rifugiati ai bordi della strada, tra la strada principale e la strada per la fattoria. Ha il viso sporco, certo, perché non c'è acqua per lavarsi, non ci sono infrastrutture, servizi sanitari, assistenzamedica. Sono persone che vivono ai bordi di una strada in condizioni molto difficili. Esono condizioni di vita peggiori di quelle di altri campi, perché loro non hanno lo status di rifugiati. Non conosco il nome della bambina, perché non chiedo il nome alle persone che fotografo, e anche quando lo conosco non lo rivelo: cerco di non personalizzare le immagini. Conosco i nomi di molte persone che compaiono nel mio libro, ma non li cito, perché mi interessa rappresentare la situazione generale. Le we totogratie - que6te di «Terra»in particolare - co6titui6cono certo una torte denuncia, ma incarnano anche una grande 6peranza: la 6peranza di giorni migliori per i di6eredati della terra. Lavorare un proprio pezzo di terra, per e6empio. L'ultima toto del libro e la manite6tazione dei 6enza-terra, a Paranà nel 1996: il b/UMO di contadini arriva di tronte al cancello della tazenda e lo 6palanca. lei 6Crive, «come tanno le acque di uno 6barramento». Que6to «b[ume di contadini» come «valanga incontenibile di 6peranza» ... Lacaratteristica veramente importante di questo movimento in Brasile è che non si sta battendo solo per la terra: i conta-
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