Linea d'ombra - anno XV - n. 128 - set./ott. 1997

Insegnarela Shoah·un dialogo critici e un concorde riconoscimento viene attribuito alle eccezionali caratteristiche dell'opera. Blanchot lo consacra definitivamente nell'Infinito intrattenimento e nella Scrittura del disastro; Georges Perec ne analizza la strategia narrativa in uno scritto del 1963; la filosofa SarahKofman lo riprende quasi in ogni pagina del libro del 1985 Paro/es suffoquées, dedicato al padre morto ad Auschwitz; Mascolo compone un importante testo sulla memoria intorno a una lettera che Antelme gli aveva indirizzato nel giugno 1945, Autour d'un effort de mémoire. Ma dopo La specie umana Antelme non pubblicherà quasi più nulla, all'infuori di alcuni scritti molto brevi. Lavora come redattore da Gallimard e alla radio francese, è attivo nelle manifestazioni antigolliste degli anni Cinquanta, contro le guerre colonialiste e nei fatti del maggio 1968; dopo il 1983 vive gli ultimi anni immobilizzato in seguito a una operazione alla carotide?. Fin dal loro ritorno a casa, sia Ante Ime che Levi sentono di essere in preda a sensazioni deliranti 8 ; cercano di raccontare un'esperienza non raccontabile, vivono nel terrore di non essere creduti, e decidono di non sottrarsi al compito difficile ma necessario della testimonianza. Levi sceglie di impegnarsi in uno sforzo di estrema razionalità: Sequesto è un uomo rimane un modello impareggiabile di lucida rappresentazione dell'orrore concentrazionario. «..ho assunto deliberatamente il linguaggio pacato e sobrio del testimone - scriverà successivamente - non quello lamentevole della vittima né quello irato del vendicatore: pensavo che la mia parola sarebbe stata tanto più credibile e utile quanto più apparisse obiettiva e quanto meno suonasse appassionata»9. Sequesto è un uomo è solo il primo atto di un programma di vita per la testimonianza, che si concluderà solo con un estremo gesto di auto-sacrificio finale. Del tutto opposta è invece la soluzione adottata da Antelme. Nessuno sforzo di obiettività, nessun effetto realistico, nessuna testimonianza successivaal libro del 1947; piuttosto, il tentativo di trasfigurazione letteraria degli incubi vissuti durante i mesi trascorsi nei campi. Osserva Marguerite Duras a questo proposito: «Hascritto un libro su quello che crede di aver vissuto in Germania: La specie umana. Una volta il libro scritto, stampato, uscito, non ha più parlato dei campi di concentramento tedeschi. Mai queste parole. Mai più. Mai più neanche il titolo del libro»10 . Sia il quadro descritto da Antelme che quello di Levi sono frutto di una rielaborazione molto personale di eventi e di personaggi. Nonostante il suo tono «obiettivo», Sequesto è un uomo è un libro in cui, secondo le parole di Levi stesso, «vi è comunque una certa distorsione della realtà, se non altro dovuta al fatto che il campo di Monowitz, presso il quale fui internato, non era affatto simile al complesso dei campi di concentramento di Auschwitz. Monowitz si trovava a sette chilometri da Auschwitz e non fu la stessa cosa. Anche se pensavo di scrivere la storia autentica dell'esperienza del campo di concentramento, in realtà stavo scrivendo la storia del mio campo, soltanto del mio»11 . Accanto a evidenti diversità di condizioni e di contesto geografico (a Gandersheim non c'erano forni crematori come ad Auschwitz; i prigionieri erano sorvegliati da tedeschi detenuti per reati comuni e da assassini), oltreché di stile narrativo prescelto, c'è soprattutto un aspetto che anche a un sommario accostamento dei due libri occorre mettere in rilievo, presenti fin dal titolo di entrambi: non semplicemente la comune preoccupazione intorno a cos'è «uomo»,bensì una concezione discordante intorno a cosa intendere con la parola «umano»- un aspetto cruciale nella riflessione del Novecento, al quale Finkielkraut ha dedicato l'anno scorso un libro intitolato L'humanité perdue. Essai sur le XXe. siècle12 . Suquesto punto, Levi e Antelme sembrano convergere soltanto in apparenza. A una lettura attenta dei due libri emerge quanto lontano uno sia dall'altro proprio nel giudizio da dare sui nazisti, su se stessi e sui propri compagni all'interno della realtà concentrazionaria. La famosa poesia di Levi, posta come epigrafe al libro, è fin troppo esplicita al riguardo, e giustamente è stata al centro della commossa rievocazione che Norberto Bobbio ha scritto in occasione del decimo anniversario della morte di Levi: «considerate se questo è un uomo/ che lavora nel fango/ che non conosce pace/ che lotta per mezzo pane/ che muore per un sì o per un no». L'obiettivo di Levi è quello di descrivere e denunciare l'attuazione da parte dei nazisti di un progetto mostruoso: il processo di disumanizzazione, la riduzione degli esseri umani a bestie e a cose. Lachiusura del libro riprende il concetto espresso nella poesia posta all'inizio: «ènon-umana l'esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l'uomo è stato una cosa agli occhi dell'uomo»11 ; affermazione confermata nell'appendice scritta nel 1976 dove si ribadisce il carattere irrazionale e perciò non-umano del nazismo: «nell'odio nazista non c'è razionalità: è un odio che non è in noi, è fuori dell'uomo»13. La posizione di Antelme è diametralmente opposta. Contrariamente a quanto sostenuto da Levi, per l'autore de La specie umana non è possioile una trasformazione dell'essenza umana; nessuno, né le menti che hanno ideato Auschwitz, né Hitler o le SS impegnate nelle loro più efferate operazioni possono alterare l'unicità della specie umana, che per sua natura è immutabile e immodificabile: <<••• qui la bestia è diventata invidiabile, l'albero una divinità, tuttavia noi non possiamo diventare né bestia né albero. Né noi possiamo, né le SSpossono farci arrivare a questo punto. (...) LeSSsono degli uomini come noi»14. Nelle pagine de La specie umana si tenta di raggiungere un obiettivo al tempo stesso grandioso e assurdo: il racconto di

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