Linea d'ombra - anno XV - n. 128 - set./ott. 1997

due scrittori all'interno di un discorso, più volte tentato in tempi recenti, relativo a «come insegnare Auschwitz», che a mio avviso è comprensivo anche del problema di bruciante attualità intorno a «come insegnare la storia del Novecento»4. Sono questi, in verità, gli aspetti che personalmente trovo più interessanti, e anche quelli all'origine dell'idea di un progetto a due voci da proporre a nostri e nostre studenti, come tu ricordi all'inizio della lettera. Seil tuo interesse per Ante Ime è ben comprensibile data la predilezione che da anni coltivi per l'opera di Marguerite Duras, il mio nasce da un insieme di sollecitazioni provenienti da ambiti molto diversi: il problema della rappresentazione della Shoah, il rapporto tra letteratura e storia, oltreché tra memoria e storia, la maniera con cui in ambito statunitense si utilizza la cultura linguistico-filosofica francese, e last but not least la tua amicizia. Quest'ultimo elemento, come giustamente osservi, è tutt'altro che estraneo o casuale, e il tema dell'amicizia è centrale nelle esistenze di Duras - Mascolo - Ante Ime - Nadeau, e anche di Blanchot; e personalmente, lo è anche nella mia. Seben ricordo, comperai un'edizione francese de La specie umana nel 1990, subito dopo aver letto le pagine scritte da una studiosa nordamericana - Ellen S. Fine - in cui tra le altre cose si affrontava il problema, per me cruciale, di come gli ebrei della generazione nata dopo la Shoah reagivano di fronte a quell'evento traumatico. Nel suo articolo Fine nominava alcuni personaggi, libri e articoli che non conoscevo, tra i quali figuravano Nadine Fresco, Erika Apfelbaum, Henry Raczymow, e naturalmente Robert Antelme; inoltre, il saggio di Fine era soltanto uno di molti contributi di un libro, curato da Berei Lang, tutto dedicato alla scrittura della Shoah, al quale collaboravano studiosi e studiose attivi tra Stati Uniti, Europa e Israele, molti dei quali avrebbero poi collaborato alla rivista «History and Memory» diretta da Saul Friedlander, il cui primo numero uscì nel 1989 e che considero una iniziativa molto importante nel panorama della storia contemporanea5. Intanto, tra il 1990 e il 1991, insieme ad altri avevo organizzato una serie di incontri pubblici sul tema dell'antisemitismo nell'ambito delle attività dell'Istituto della Resistenzadi Roma; contemporaneamente alcuni colleghi e studenti dell'università di Urbino mi chiesero di fare qualche lezione sul genocidio ebraico e sul razzismo, richiesta che si ripeté anche negli anni successivi. Ogni volta, nel corso di queste varie occasioni, mi ponevo di nuovo il problema di quale fossero gli strumenti più efficaci per raccontare di fronte a un pubblico sensibile ma estraneo a livello personale, e poco esperto, l'esperienza della Shoah; e immancabilmente avevo sempre l'impressione che fosse importante offrire, da un lato, elementi di ricostruzione storica accurata degli eventi passati; e dall'altro, insieme, anche alcuni esempi della grande varietà di modi con cui il genocidio era stato rappresentato dai sopravvissuti nell'immediato dopoguerra e ha continuato a esserlo in seguito. Una particolare rilevanza a mio parere, inoltre, rivestivano le riflessioni di carattere filosofico, psicanalitico o letterario, che hanno continuato incessantemente a riproporre il problema di come parlare di Auschwitz, a sollevare la questione essenziale delle forme con cui si articola il discorso intorno ad Auschwitz, e della storicità di queste forme; poiché i fatti, per quanto tragici e spaventosi come quelli della realtà concentrazionaria e del nazismo, ahimé non «parlano» da soli e suscitano risonanze e reazioni molto diverse nei sopravvissuti, in noi, o nelle generazioni più giovani. Tutti questi motivi mi sembrano giustificare il fatto che nell'invitare studenti e giovani a una lettura di Sequesto è un uomo cerco di non parlarne mai come se si trattasse di un testo isolato e chiuso nella sua inimitabilità: eccezionale sì, ma portatore di una verità che è anch'essa specifica, costruita, parziale; e certamente non unica o migliore di altre. A tal fine, introdurre per accostamento La specie umana consente di poter avviare una riflessione sui problemi della rappresentazione della Shoahe dei suoi limiti, secondo una stimolante prospettiva sottolineata anni fa da Friedlander e da altri studiosi. Ecosì, alcuni miei studenti hanno letto Levi e Ante Ime insieme, non come facce di una stessamedaglia, ma come espressioni differenti di esperienze diverse in circostanze simili. Sebbenesia comune a entrambi il racconto della realtà concentrazionaria, le circostanze politicogeografiche in cui l'uno e l'altro vengono a trovarsi e gli obiettivi dichiarati di ciascuno non sono gli stessi, e neanche le soluzioni narrative adottate; ed è proprio questa intrinseca disomogeneità a rivelarsi preziosa, poiché consente di problematizzare gli eventi storici (la deportazione è stato un fenomeno che non ha riguardato solo ebrei o partigiani, né i campi erano tutti in Polonia), di interrogarsi sul significato della testimonianza • e del ricordo traumatico, sul rapporto tra passato, presente e futuro, e poi sul ruolo degli intellettuali, sulla centralità dell'evento Shoah nella storia del Novecento e nelle vite di migliaia di protagonisti e dei loro discendenti, sulle ondate periodiche di antisemitismo e di razzismo, sul concetto di responsabilità come emerge nei processi intentati ai carnefici, su modernità e totalitarismo, eccetera. Eciascuno di questi problemi potenzialmente fornisce l'occasione per parlare anche di altri aspetti di rilevante attualità, come quello sul ruolo dei mass-media e dell'arte, sugli straordinari effetti che può suscitare una brutta soap-opera come Holocaust, sui recenti musei intitolati all'Olocausto, e su come sia possibile offrire una geniale rilettura della storia in forma di fumetto, come è riuscito ad Art Spiegelman che ha disegnato le vicende della sua famiglia ad Auschwitz nelle tavole a puntate di Maus.

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