Linea d'ombra - anno XV - n. 128 - set./ott. 1997

as internazionale di semiotica o linguistica diretto da Pino Paioni, in cui un'atmosfera poco semiotica e molto interdisciplinare si poteva interloquire con gente del calibro di Jacques Derrida, Eco, Vattimo, Agamben, tra gli italiani, di Stanley Fish, Gayatry Chakrovorty Spivak, del compianto Eugenio Donato, tra gli americani. Un momento saliente di quello estati urbinati fu il convegno «Decostruzione: fra letteratura e filosofia» (23-26luglio, 1984), organizzato da Maurizio Ferrario, Pino Paioni e Stefano Rosso. Ceserani correttamente riconosce che il dibattito sul postmoderno in Italia è stato fatto proprio non tanto dagli studi di americanistica o letterari in genere ma dagli ambienti esteticofilosofici: «Pensopiuttosto ad alcune scuole e gruppi di studiosi di filosofia, di estetica, di semiotica e comunicazione artistica». La scuola di Torino insomma rappresentata da Eco, Vattimo, Porniola, con i loro rispettivi allievi. La fortuna di un libro-manifesto come Il pensiero debole (1983)a cura di G. Vatti mo e P. A. Rovatti nonché la popolarità del nostro Paesedi un pensatore postsemiotico molto originale come Jean Baudrillard possono rendere bene il quadro d'insieme della tendenza postmoderna durante gli anni ottanta italiani. È di quello stesso 1983 l'antologia curata dal critico d'arte newyorkese Hai Foster, e registrata da Ceserani, The Anti-Aesthetie: Essays on Postmodern Culture, significativa raccolta interdisciplinare contemporanea di quel clima di dibattiti decostruttivi e Photographyearbook1962 postmoderni e di quella energia ed entusiasmo culturali tipici di quei primi anni ottanta americani. Credo che Postmoderno e letteratura si inserisse in quello stesso entusiasmo e in quella riscoperta libertà ermeneutica. Del resto il discorso derridiano alla Johns Hopkins University nel 1966, «La struttura, il segno e il gioco nel discorso delle scienze umane», forse l'evento che inaugurava la decostruzione filosofica, si concludeva con un'apertura problematica all'insegna della sfida della «nascita», dello scandalo di una nuova forma e avventura della «differenza». Vale la pena riproporlo: Eperché si annuncia qui un tipo di problema, diciamo ancora storico, di cui oggi possiamo a stento intravedere la concezione, la formazione, la gestazione, il travaglio. Edico queste parole, certo, con lo sguardo rivolto verso le operazioni del parto; ma anche verso coloro che, in una società da cui non mi escludo, distolgono lo sguardo da ciò che, ancora innominabile, si preannuncia e che non può preannunciarsi, come necessariamente accade quanto una nascita è in opera, se non sotto la specie della non-specie, sotto la forma informe, muta, infante e terrificante della mostruosità. Devo aggiungere che all'interno della prospettiva postmoderna mi sentivo anche autorizzato al recupero di una certa italianità basato sulla considerazione che un paese e una cultura che avevano saltato storicamente l'appuntamento con la

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