a coltare - in ogni caso si risenti quandò Paolo Lagazzicurò per Garzanti la pubblicazione di Essipensano ad altro, e cercò di ostacolare il progetto di ulteriori pubblicazioni per lo stesso editore. E naturalmente i processi alle intenzioni non si possono fare, cosf non è possibile concludere davvero qualcosa a proposito delle ragioni delle sue cautele. Non è possibile, per esempio, stabilire se esse fossero dettate dal convincimento da lui espresso nella presentazione dell'inedito Un ragazzo d'altri tempi, sul n. 13/J983di «Contributi», là dove diceva di non essere mai stato entusiasta «della curiosità, certo innocente e in qualche caso meritoria, che spinge a frugare fra gli "scartafacci" di uno scrittore per portarne alla luce qualche abbozzo, opere inconcluse o anche complete che, salvo casi eccezionali (in primo luogo quello della morte che ha troncato il lavoro in fieri), si collocano nell'ambito dei suoi rifiuti». Altrettanto impossibile è stabilire se quelle cautele fossero invece ispirate, almeno in parte, anche dal voler mantenere una «esclusiva»delle carte darziane che sentiva forse precaria, e come intaccata dall'avvertire quasi «concorrenziale» l'interesse per D'Arzo di altri studiosi, essendo per di piu di labile valore legale il documento con cui la madre di D'Arzo gli aveva lasciato le carte del figlio (una dichiarazione battuta a macchina, non di pugno della firmataria, senza alcuna registrazione di autentica; il venir meno dell'incarico presso la Biblioteca di Reggio). È evidente che si rende necessario che la questione sia affrontata da filologi seri. Quel che a me sembra di poter dire è che leggendo Gec ci si trova ben lontani dal D'Arzo «stevensoniano» di Penny Wirton e sua madre, ma questo, evidentemente, non cambia nulla. I limiti di questo ingenuo Cec, d'altra parte, erano stati individuati sia da Macchioni sia da Anna Lenzi. Ese ne potrebbero aggiungere altri, ma non è questo il punto. Il punto è invece un altro. Si tratta della necessità di non dimenticare Silvio D'Arzo, di studiarlo, di evitare di rinchiuderlo nella pur dorata gabbia della irripetibilità di Casad'altri, di evitare che l'assenza di eredi ne faccia sorgere di arbitrari e indebiti o assecondi svariate trascuratezze. Medeoimo diocoroo vale a propooito del D'Arzo «per ragazzi», ooprattutto penoando che anche «Penny Wirton» è a ouo modo «irripetibile». «Penny Wirton e oua madre» e la o tori a di un ragazzo che vive oolo con la madre nella contea di Pictown, luogo immaginario quanto lo è il Settecento in cui è collocata la vicenda. Vicenda da leggerai oenza intermediari, e che quindi non racconterò. Dirò solo
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