soriamente appose a quel che sarebbe poi diventato Penny Wirton e sua madre- ma, al di là dell'equivoco, Macchioni parlava di una storia precisa, e ne parlava raccontandone ampiamente la trama, senza lasciare margini di dubbio. Macchioni scriveva che in Gec, «ancora un po' acerbo nella struttura e nello stile», D'Arzo faceva «confluire ingredienti di diversa estrazione», sovrapponendo a «una trama narrativa prevalentemente legata ai fasti della tradizione animalista quella in qualche modo collegabile alla dissacrazione delle Ghost-stories posta in atto, fra gli altri, da OscarWilde nel Fantasma di Canterville. Ne deriva che il suo fantasma, non appartato, per ragioni professionali, come quello wildiano, ma inserito nella vita corrente, ancorché alquanto anomala per l'equiparazione dei comportamenti fra uomini (in minoranza) ed animali, non ha alcuna velleità terrificante, ma, anzi, mansueto e provvisto di un apprezzabile senso di socialità, ama stare con gli altri, si adatta alle loro abitudini, alle loro voglie, talvolta stravaganti. Fantasma, dunque, casalingo - nel senso migliore-, è emotivo e puerilmente nostalgico. Si affeziona ad un pescegiapponese vinto al luna park, si diverte sul cavalluccio di una giostra perché gli dà l'illusione di rivivere i suoi giorni felici, lontani di secoli. Personaggio essenzialmente triste, che nell'economia del racconto ha un ruolo minore, dapprima fra i pipistrelli («i coniugi Pipistry»), nel castello di Tartarucchi, infine attore in una compagnia teatrale che, rappresentando l'Amleto, gli affida la parte che gli è naturalmente congeniale. li protagonista è Gec, il bambino che non vuol nascere «con la camicia», simbolo proverbiale della fortuna. Si capisce che nel rifiuto, che comporta una volontà attivistica (la fortuna uno se la e T Saggio deve conquistare da solo, non possederla per diritto di nascita), risiede la morale del libro, dietro la quale non è difficile intravedere una matrice autobiografica, ove si tenga conto che l'autore, nato povero e senza padre, veramente «senzacamicia», aveva dovuto farsi da sé. È uno dei pochi personaggi appartenenti al versante umano ed è fatto agire in una condizione prenatale, quindi del tutto anomala, anche se di fatto non distinguibile da quella di un ragazzo qualsiasi. Del resto, nonostante la funzione primaria, la sua presenza si limita a pochi interventi, dal tentativo iniziale di nascita, subito fatto rientrare per la minaccia di dover indossare l'indumento ch'egli respinge con decisione, ad una serie di fughe provocate dal ripresentarsi della stessa minaccia. Solo alla fine, dopo aver trovato rifugio, in qualità di suggeritore, nella stessa compagnia teatrale presso la quale finisce il fantasma, egli può nascere, senzacamicia, secondo il suo volere. Gli altri personaggi sono animali parlanti, ma senza alcun sussiego pedagogico: l'usignolo, che, divenuto amico di Gec, ne va alla ricerca ogni volta che fugge; la cicala e la formica, nel ruolo di giornalisti-investigatori, secondo un cliché abbastanza divulgato, anch'essi sulle tracce di Gec; il bruco cavolaia, che esercita la professione di sarto alla moda; lo Scarabeo, «Maestro Albert Scarab»,artista «di eccezionale levatura, oltre che di nobili, antichissime origini».» Anche Gec non era sicuramente una storia all'altezza di Penny Wirton, almeno per quel che se ne poteva capire leggendo l'articolo di Macchioni, il quale peraltro sottolineava che «sesul piano strutturale Gec si sdipana abbastanza scioltamente sotto la spinta di un'immaginazione che si sintonizza su alcuni motivi tradizionali, sul piano stilistico dere esso si mantiene di qua dal linguaggio piu tipico e personale di D'Arzo. Parrebbe quasi che, preoccupato di riuscire accessibile al piccolo lettore, rinunci agli estri, alle cadenze che meglio lo caratterizzano, magari a costo di apparire frettoloso o banale, col risultato di suscitare l'impressione di trovarci di fronte ad una testimonianza appartenente alla sua preistoria». Non poteva essere Penny Wirton, d'accordo, ma era un'altra conferma, o una serie di conferme. Ea me, nello specifico, premeva anche l'aspetto «quantitativo»: scrivere «per i ragazzi» non era stato per D'Arzo un episodio isolato. Forse, addirittura, annidate chissà dove, esistevano altre storie, ancora. Di Gec, però, poi non seppi piu nulla. Oltre Macchioni, ne parlò soltanto Anna Luce Lenzi: al Convegno darziano del 1982;in Silvio D'Arzo, l'isola e il mondo (contenuto in Scrittori nei due ducati, Comune di Montecchio Emilia, 1986),poi nel Carteggio D'Arzo-Vallecchi. Eanche Anna Lenzi, ma da un punto di vista diverso, sottolineava come Gec si presentasse non risolto: «L'assunto principale, il non voler nascere privilegiati, è proposto semplicemente come un «capriccio» su cui riflettere: ma difficilmente un bambino, cui la grazia e la libertà di fantasia sembrano rivolgersi, potrebbe capire tale rifiuto e godere dell'immedesimazione nell'aspirante self-made-man, il «tra-qui-e-là» Gec, assai meno bambino del pinguino e del castoro dei successivi racconti». Sf,certo, non poteva essere del livello di Penny Wirton, però mi sarebbe molto piaciuto leggerlo, l'inedito Gec. Poi, un giorno, successeuna cosa. Mi trovavo in una piccola cittadina e curiosavo svagatamente in una libreria che allineava sugli scaffali, secondo cri-
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