coltare Zelinda), perfino con certi lati oscuri, irritati, ancora lievemente infantili dell'umanissima psicologia del prete» - e poi sarà utile, a questo proposito, attingere agli importanti studi di Paolo Briganti e di Clelia Martignoni pubblicati in Silvio D'Arzo. Lo scrittore e la sua ombra, Atti delle Giornate di studio, ReggioEmilia 29-30 ottobre 1982,Vallecchi 1984. Eancora: perché, a fianco di tanti piccoli encomiabili e preziosi rivoli, non c'è qualche lago? Eperché non un mare? Perché non c'è un «tutto D'Arzo»- che so?- nei Grandi Libri Garzanti, nei Tascabili Einaudi, negli Struzzi? Ho trascurato, nella mia digressione bibliografica, il «capitolo» riguardante i libri «per ragazzi».Li ho trascurati di proposito; e questo non già per assecondare quel sentire prevalente che assegna uno status di inferiorità a questo tipo di produzione, bensf perché è proprio sul D'Arzo «per ragazzi»che intendo soffermarmi. In questo «capitolo» l'elenco dei titoli è breve, e le pubblicazioni sono tutte abbondantemente postume: Penny Wirton e sua madre, Einaudi 1978; Il pinguino senza frac e Tobby in prigione, Einaudi 1983; Una storia cosi, Diabasis 1995.Un elenco però cosf breve da non rendere certo l'idea di come e quanto per D'Arzo fosse importante questa articolazione del suo lavoro. Bisogna dire inoltre che questo breve elenco è formato da titoli databili al finire degli anni Quaranta, ma l'interesse di Silvio D'Arzo per la cosiddetta letteratura per l'infanzia è documentato da ben prima. Risale infatti al 12febbraio 1943una lettera di Enrico Vallecchi a D'Arzo, nella quale l'editore dice di voler «saperese vi sorriderebbe l'idea di scrivere per conto nostro un libro per i ragazzi. Con la vostra fantasia, che si accende anche nelle occasioni piu modeste, mi sembra che potreste riuscire brillantemente anche nel settore della letteratura infantile». La riopoota di D'Arzo è non oolo entuoiaotica, ma rivelatrice di un intereooe già ben coltivato: «f veniamo, ora, al libro per ragazzi. Vi dirò oenz altro che la vootra propoota mi ua rauuiorare un vecchio e mai ooddiouatto deoiderio di ocriverne appunto uno, al modo mio. Cinque anni ua circa [cioè almeno intorno al 1938), leggendo il Perrault, prima, poi, poco dopo, ].Matthiew Barrie, ocoprii - checché il Croce voglia penoame in merito - aegli orizzonti inaopettati, vaotiMimi, un miracolo nella letteratura per bambini: un campo nuovo, o quaoi - non credete? - benché di - diciamo - coltivazione aooai diuuicile. Piu volte ci ho pensato, vi ripeto, e la vostra proposta mi giunge assai a proposito, come una parola dell'amico che invita a lasciare certe timidezze: e - poiché, lddio volendo, fra due mesi, avrò tutto il giorno a mia disposizione - mi applicherò senz'altro, con un ardore, vedrete, affatto nuovo, perché desidero scriverlo, soprattutto, a un modo mio, che non può trovare la sua completa espressione se non in un mondo fatto per bambini». Comincia cosi, con questo scambio di lettere, un percorso che durerà anni, e sarà avventurosamente costellato di progetti, anticipazioni, ripensamenti, dubbi, slanci, insistenze, incomprensioni. Equel che Vallecchi aveva acutamente intravisto, cioè il fatto che D'Arzo potesse «riuscire brillantemente anche nel settore della letteratura infantile», sarà sempre accompagnato dalla consapevolezza del rischio che «certi resultati magici della vostra prosa» possano dimostrarsi «non adatti per i piccoli lettori, i quali non rintraccerebbero il valore evocativo di gesti, situazioni, ecc.». D'Arzo lavorò molto al «libro per ragazzi»,tanto che arrivò a scriverne in realtà ben piu di uno, e nel carteggio con Vallecchi se ne trovano in abbondanza titoli e trame, abbozzi e fantasmi, ombre e figure massicce.Quanto ai «resultati magici» della propria scrittura, ne tenne ben conto, ma non certo per banalizzarsi o impoverirsi, bensf per spendersi ancora di piu, se possibile, preoccupato di evitare quella «goffa mediocrità» che aveva riscontrato nella quasi totalità dei libri per ragazzi alla cui lettura si era dedicato. Non è difficile credergli, conoscendo lo scrupolo quasi maniacale con cui affrontava ogni lavoro; né è difficile capire e condividere quel giudizio desolato, pensando a molta desolante produzione italiana del periodo. D'Arzo considerava la scrittura un'attività che poteva fornire senso all'esistere, non certo un surrogato dimesso del vivere, ed era persona troppo seria ed esigente per potersi concedere il lusso di assentarsi, seppure temporaneamente o parzialmente, dal proprio fondo profondo; inoltre considerava i bambini e i ragazzi innanzitutto persone serie. Molto probabilmente perché sapeva bene di quanta e quale alterità fossero inesorabilmente portatori; e perché altrettanto bene sapeva quale ricettacolo di dolore, di disillusioni, di immedicabilità potesse essere il tempo dell'infanzia.
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