Linea d'ombra - anno XV - n. 128 - set./ott. 1997

asc lta e con il nome di Ezio Comparoni, il nome vero, essendo infatti «Silvio D'Arzo» solo uno dei tanti pseudonimi di cui D'Arzo si servi. E lo stesso Landini, in AA.VV., Silvio D'Arzo. Uno pseudonimo per legittima difesa, Editrice Bertani [i C., Cavriago 1994, racconta come D'Arzo gli avesse un giorno fugacemente spiegato come quello pseudonimo stesse a indicare semplicemente le sue origini: «arzàn», in dialetto, significa infatti reggiano. Invece il curatore dell'edizione scolastica del bellissimo Penny di D'Arzo, in una nota relativa al «radeva», e in ogni caso di per sé solamente superflua, scrive che l'oste di Shorly quel formaggio lo «tagliava». Pigrizia, direi, e direi anche offensiva per la costumata gioventù cui si rivolge, nonché per quell'oste e per il povero autore - per di più impossibilitato a difendersi, essendo egli morto nel 1952 in quella stessa Reggio Emilia in cui era nato nel 1920. È evidente che una nota inutile e sbagliata potrebbe anche essere qualcosa su cui tranquillamente sorvolare, ma D'Arzo era attento ai versi e ai gesti e alle voci come un cane da caccia o anche due, e niente l'ha messo lf a caso, e guardava davvero quello che raccontava, e stava finanche a contare le sillabe, ché fossero giuste, non una di meno. E neanche di più Ma quel che davvero mi sembra importante denunciare non è tanto quella nota sbagliata o la pigrizia di un curatore (e voglio tacere della brutta, stonata copertina); il guaio vero è che di un libro come Penny Wirton e sua madre sia stata fatta l'edizione scolastica, con tanto di note e di «Percorsi di lettura». Nel caso specifico questi sono due: si chiamano «Percorso A»e «Percorso B», il primo fatto di domande secche secche, il secondo più disteso, entrambi lf pronti per le «fascedi livello» e il culdipiombismo docente. Certo, la questione degli «apparati didattici», dei «suggerimenti per le tue ricerche», delle note a piè di pagina, dei questionari e dei giochi allegati aromanzi racconti fiabe leggende poesie, insomma la questione delle edizioni scolastiche è una questione che richiede sicuramente qualcosa di più delle sommarie parole di condanna pregiudiziale, di principio, che qui vorrei comunque ribadire. Ese poi è anche vero che ci sono insegnanti che hanno molto bisogno d'aiuto e che non sono in grado di prendere un libro e di farci qualcosa, questa è un'altra questione che merita qualche parola specifica, ma non si capisce perché a fare le spese di una realtà sconfortante debba esser per forza una storia. Eperò, se l'edizione scolastica di un libro è sempre un problema, nel caso di D'Arzo lo è ancora di più. Un libro impregnato di scuola è un libro ammansito, è meno dell'ombra del suono del tacco, e infatti cammina con gambe non sue. Ese può esser vero che un libro impregnato di scuola si predispone a essere forse più conosciuto e comprato, è vero altrettanto che è molto difficile che possa diventare un libro amato. In questo caso il problema è ancora più grande che mai, perché Silvio D'Arzo merita meno di altri questa fine. Oltre ad essere un grande scrittore misconosciuto, D'Arzo era anche una persona con idee singolarmente chiare sulla scuola, sulla lettura, sulla scrittura, sulla cosiddetta letteratura per l'infanzia, sulle storie per i ragazzi, sulla possibile funzione delle storie nella vita; ma nessuna di queste aveva qualcosa a che fare con gli ammansimenti. Potevano avere a che fare con certe debolezze, con certe ipervalutazioni della Letteratura, per esempio, ma non certo con gli ammansimenti. Anzi, una delle caratteristiche di D'Arzo è proprio quella della radicalità degli intenti. E,a proposito di scuola, basti dire che D'Arzo aveva espresso l'intenzione di scrivere una storia con un «Buon Pirata che, vecchio ormai, sfinito, abbandona ai flutti la sua vecchia nave: si fa col legno della «vecchia nave» la gamba di legno: gamba di legno che, lui morto, si pianterà in un albero di terra, e verrà su, dopo un poco, albero grande dove sorgerà la vecchia, indimenticabile Scuola di Pictaun». Inoltre bisogna ricordare che nella Prefazione a quella che avrebbe dovuto essere la sua opera più articolata e ampia, il romanzo Nostro lunedf, D'Arzo scriveva: «Forse la prima ragione per cui ogni cosa ha diritto sempre ad un po' di rispetto è proprio quella di avere una storia». LaPrefazione a Nostro Lunedi comparve per la prima volta nel 1960, in un importante volume antologico intitolato Nostro lunedi e curato da Rodolfo Macchioni Jodi per le edizioni Vallecchi. Volume introvabile ma ancor oggi molto importante, in quanto si tratta della raccolta più ricca di scritti darziani, essendo composto da racconti, poesie e saggi. Inoltre si tratta dell'unica possibilità di leggere un racconto come L'osteria, mai ripubblicato in nessuno dei libri che in questi anni hanno variamente riproposto gli altri scritti contenuti nel volume Vallecchi e alcuni inediti. Lapiù recente raccolta è L'aria della sera e altri racconti, curata da Silvio Perrella per i Tascabili Bompiani nel 1995 e contenente i racconti brevi, una redazione della storia «per ragazzi» Il pinguino senza frac, la Prefazione a Nostro lunedf, il prodigioso Casad'altri. Questo straordinario racconto si trova

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