Linea d'ombra - anno XV - n. 128 - set./ott. 1997

IP arlando di quel grande bellissimo libro che è la Storia, Pasolini accusava ElsaMorante di avere peccato di pigrizia e di «non amore» nei confronti dell'apparentemente tanto amato personaggio Davide Segre.Scriveva infatti che «il parlato di Davide non ha riscontro in nulla: il ragazzosi presenta come bolognese, in realtà è mantovano, ma parla una specie di veneto. Non c'è tuttavia angolo nell'Alta Italia in cui cadere si dica cader» e quindi il fatto «cheDavide dica cader è offensivo per il lettore: ma è soprattutto offensivo per lui». ElsaMorante è sicuramente tra i piu grandi scrittori, ma queste parole dure e definitive erano soltanto dolorosamente giuste. Nonostante si trattasse di un grande bellissimo libro quelle parole andavano dette. Ecosi, se per un peccato di questo tipo non si poteva assolvere nemmeno ElsaMorante, tantomeno, per qualcosa di analogo, potrà essere assolto Biagio saggio Laprea - curatore di una edizione di un libro bellissimo di quel grande scrittore misconosciuto che è Silvio D'Arzo, Penny Wirton e sua madre, pubblicato da Einaudi Scuola nella collana «Nuove letture» - curatore che spiega, in una nota ad uso della costumata gioventu cui il libro è rivolto, che cosa facesse il locandiere di Shorly quando «radeva il formaggio». Essendosi cimentato non solo con il proprio friulano e con le borgate romane ma anche con quel Canzoniere italiano (Guanda 1955, disponibile ora da Garzanti) che raccoglieva dialetti e parlate di ogni angolo, e non solo dell'«Alta Italia», Pasolini aveva evidentemente qualche titolo per poter negare l'esistenza di un verbo in qualche parte di mondo. Di questi titoli io invece non ne possiedo alcuno, e quindi il mio ergermi a giudice ha probabilmente a che fare con la presunzione. ma devo dire di essere vissuto per un consistente numero d'anni in un paese dell'Appennino tore sco-emiliano - un paese che somigliava molto ai luoghi di certe storie di D'Arzo e non ne distava che qualche vallata - dove ho avuto modo di vedere abbondantemente che cosa facesse chi «radeva il formaggio». Equando, dopo tredici anni trascorsi lassu, sono sceso in città per studiare, tra quella città e quella in cui D'Arzo era vissuto c'era qualcosa come venti chilometri, e anche li chi «radeva il formaggio» era come su ai monti. Sia li che lassu chi «radeva il formaggio» altro non faceva che grattugiarlo. Epoi basterebbe fare un salto, o anche soltanto una telefonata, nella provincia di Reggio Emilia, per scoprire come ancor oggi quei dialetti intendano ancora lo stesso; e D'Arzo conosceva bene i dialetti di quelle parti, essendosi laureato a Bologna nel 194r con una tesi di filologia relativa appunto a dialetti di alcuni paesi dell'Appennino reggianoA~giunte e correzioni all'A.I.S. per il centro 444, tesi di laurea che ora è stata pubblicata a cura di Lando L.Landini,

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