Linea d'ombra - anno XV - n. 128 - set./ott. 1997

aa Bettelli) e qualche sorpresa (Spadoni). Misurarsi con una storia non smorza la tensione espressiva che da sempre caratterizza il lavoro di Daniele Gaglianone. La carne sulle ossa, raccontoreferto degli ultimi giorni di un'anoressica, attinge parte della sua agghiacciante efficacia dal trattamento cui sottopone le immagini video. Ma se la perdita di peso delle immagini che fa da corrispettivo al dimagrimento letale della protagonista rientra in fondo nell'ambito di una radicalità di ricerca che gli riconoscevamo, sorprendenti sono le felici soluzioni narrative (fra tutte, l'iniziale scena dello scompartimento) che punteggiano il film. Carola Spadoni, superato il ripiegato virtuosismo cinefilo del precedente Neighbors, realizza un lavoro a confine fra generi (documentario, fiction) e dispositivi (cinema, video, installazione) diversi, in cui le implicazioni teoriche non soffocano mai l'interesse per il soggetto della rappresentazione. Al confine tra il Missouri e la Garbate/la mette in scena l'incontro fra un padre (Vietar Cavallo) e una figlia (Spadoni stessa) che non si conoscono. Lo spunto è pura fiction, ma la lunga improvvisazione che ne risulta si rivela intrisa di dolorosa autobiografia. Il meccanismo è di tale geniale semplicità che meriterebbe di essere preso a modello. Filippo Bettelli si era segnalato qualche anno fa con un promettente e inattuale super8, Breve racconto di sapore crudo. Fa piacere ritrovare gli stessi elementi, i sapori aspri e gli umori grevi della Romagna, in un lavoro di impegno creativo e produttivo ben maggiore: Bianco muove (vince in cinque mosse), 16 mm in b/n di quasi 40 minuti racconta la desolazione della nostra provincia ricorrendo al paradosso e alla battuta fulminante. Non teme di non essere compreso al di fuori delle province di Forlì e Ferrara e al contrario punta tutto sulla specificità (dei luoghi, delle facce, della lingua) per giungere a una qualche visione generale. Al contrario, meno azzeccato degli anni scorsi il confronto che Bellaria propone con i giovani di trent'anni fa. Se Bellocchio e Bertolucci, protagonisti con I pugni in tasca e Prima della rivoluzione dei trentennali del '94 e '95, rimangono esempi vitali di cinema giovane (e lo testimoniano i film che continuano a fare), non si può dire lo stesso dei fratelli Taviani. I loro Sovversivi, ideologicissimi anche quando si vorrebbero anti-ideologici, sono ormai troppo invecchiati per stimolare, magari anche criticamente come accadde con Moretti (ma lo sono un autarchico ha ormai vent'anni), il lavoro degli esordienti di oggi. Che non si tratti di un problema anagrafico ce lo ha dimostrato l'ultimo lavoro cinematografico di Chris Marker, il grande vecchio del cinema di ricerca. Leve/ 5, presentato a Pesaro da Adriano Aprà, si interroga sullo statuto del cinema moderno e contemporaneamente ci mostra come potrebbe essere - e molto probabilmente non sarà - il cinema del futuro. Il film dimostra come il confronto con le nuove tecnologie sia una questione di pensiero e non di budget. Dei supporti multimediali a Marker interessa la possibilità di fare interagire piani temporali distanti, combinando una fiction calda e corporea con la ricerca storica, il diario intimo con il videogioco. Il massacro di Okinawa, circa 250.000 morti di cui almeno 150.000 civili, un terzo della popolazione locale, è una delle pagine meno note della Seconda Guerra Mondiale. Per penetrare in questa tragedia e nella clamorosa rimozione collettiva che l'ha occultata, ci dice Marker, bisogna essere partecipi. Ma solo l'esperienza diretta della perdita può consentire questa condivisione. La conoscenza avviene sempre attraverso la messa in discussione del soggetto: e questa è una lezione che i giovani film-makers dovrebbero avere ben presente. Luca Mosso

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