asco ·t·are cri1ca punto di vista dei bambino, deludendo cioè le aspettative del lettore adulto nei confronti del mondo e delle persone che vengono descritte. Implicitamente, le incongruenze del mondo dei grandi sono messe a nudo dall'ingenuità dei ragazzi. Eanche quando l'insegnante Narayan prende il sopravvento attraverso la voce del narratore onnisciente, è sempre piuttosto per mettere in rilievo bonariamente l'inesperienza dell'infanzia e della prima adolescenza che non per ergersi a pedagogo e trarre facili insegnamenti morali. In questo senso, il Narayan scrittore di bambini rimanda certo al Kipling di Stalky and Co. che, fin dal titolo, sembra porsi come suo modello preferenziale, ma riporta anche alla mente del lettore occidentale moderno la leggerezza di tocco e la capacità di affrontare il mondo infantile con serietà e senza «infantilismi» che caratterizzano tutti i film di François Truffaut aventi a protagonisti dei bambini o degli adolescenti. Parlare dei - e far parlare i - ragazzi, descriverne le problematiche e gli orizzonti è oltremodo difficile, tanto in letteratura quanto al cinema. Sono pochissimi gli autori che siano riusciti in questa impresa: e se nessuno come Truffaut ha saputo farlo sullo schermo, in narrativa il Narayan di Swami può essere posto a buon diritto tra coloro che meglio si sono avvicinati alla psicologia infantile, accanto, oltre che a Kipling, al King di // corpo e al Bradbury di // popolo dell'autunno. Episodi come quello della squadra di cricket, la cui nascita viene seguita sin dall'esilarante momento in cui i ragazzi ordinano l'intero equipaggiamento sportivo per posta, o situazioni come quelle in cui Swami riesce a sfogare sui bambini più piccoli tutta la sua arroganza di Fotodi EligioPaoni.AgenziaContrasto preadolescente testimoniano di una conoscenza dell'universo infantile tutt'altro che comune ironica e divertita e sempre scevra da sentimentalismi e moralismi di sorta. Allo stesso modo, giunto al termine della storia, riflettendo sulla partenza dell'amico verso una nuova scuola e una nuova città, uno Swami adulto potrebbe lasciarsi andare, a commentare, come il narratore del racconto di King // corpo (più conosciuto, forse, con il titolo della fortunata versione cinematografica che ne è stata tratta una decina di anni fa: Stand By Me): "Non ho mai avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, e chi ce li ha?" Due parole, per finire, sulla traduzione. Misurata, molto diligente, la versione di Marina Manfredi non si impone sul testo né si sovrappone ad esso, adattandosi invece completamente alle esigenze del linguaggio ironico e solo apparentemente semplice del giovane Narayan e restituendone così il tono inimitabile, a distanza di più di sessanta anni, al lettore italiano. Il termine «Swami» in India indica un'anziana venerabile, un oantone o un maeotro; per conoeguenza, da un romanzo intitolato in queoto modo, il lettore attenderebbe la otaria di un guru e dei ouoi diocepoli. Invece, ffin dalle prime righe oi ocopre che «Swami» è ooltanto l'abbreviazione di «Swaminathan», il nome di un ragazzino in età ocolare, e i ouoi amici altro non oono che alcuni compagni di claooe ouoi coetanei.
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