Linea d'ombra - anno XV - n. 128 - set./ott. 1997

I VECCHIEI GIOVANI DAI FESTIVALDI BELLARIA,PESARO,SACHER Continuano ad essere al centro dell'attenzione i cortometraggi dei giovani film-makers. Se a Bellaria, uno degli appuntamenti storici degli indipendenti italiani, si chiude un ciclo, a Roma sempre maggiore è l'attenzione riservata da pubblico e stampa al festival di Nanni Moretti. Presentato come un festival d'autore, diretta espressione delle scelte del suo ideatore-curatore-selezionatore, il Sacher in realtà non si discosta molto, se non nell'organizzazione efficiente e «autarchica», dalle principali rassegne di cortometraggi che vengono allestite ogni anno in Italia. Volendo individuare una peculiarità della selezione '97, ci sembra, questa, l'idea di accostare i lavori di psichiatri, librai e professori di educazione fisica (insomma di non-specialisti: i dentisti dantisti di oggi) ai film di chi vive il cinema come una professione o comunque un'esperienza centrale della propria esistenza. È difficile condividere questa scelta perché, se è vero che il problema strettamente tecnico appare in via di superamento (ma ormai non c'è più bisogno di dimostrare che le nuove tecnologie digitali consentono rese professionali a costi molto contenuti), rimangono rilevanti le distanze di motivazione e di necessità che separano il cinema vero da quello amatoriale. In ogni modo, alla fine ad essere premiati sono stati i film di maggiore ambizione cinematografica. Viene da Napoli la giovane (è del 1975) Nina Di Majo, vincitrice del primo premio con Spalle al muro. Il film intreccia una versione raffreddata e borghese dei 400 colpi con la storia di una giovane alle prese con una paurosa assenza di desideri. Le due vicende si sfiorano continuamente, intessendo un gioco di rimandi reciproci che fa continuamente salire l'inquietudine dello spettatore. Il film, che si avvale dell'apporto di Franchini e Accetta (abituali collaboratori della Megaris, una delle officine del nuovo cinema napoletano), è abile nel venire a capo di una struttura narrativa non lineare, fatta di legami deboli, e proprio per questo capace di dar conto dell'impalpabile insostenibilità della condizione dei giovani "autoannoiati" di oggi. È invece un'inedita visione del paesaggio italiano ad accomunare Eccesso di zelo del valtellinese Vittorio Moroni (secondo premio) e Jahilia (terzo), girato nell'Oltrepo pavese da Giovanni Maderna. Nel primo è proprio l'ambientazione la qualità migliore, capace di dare un sapore diverso alla non originalissima storia del postino che vuole modificare le sorti dei destinatari delle lettere che recapita, mentre nel secondo l'anomalia del paesaggio sta tutta nello sguardo del protagonista che lo attraversa. L'alterità del maghrebino che sposa la giovane ritardata segue una logica implacabile, tanto più crudele quanto più si discosta dagli schemi con i quali siamo abituati a pensare al confronto fra etnie e culture. L'intreccio di incomprensioni e di bonaria prevaricazione che lega i tre personaggi viene narrato in levare, con la violenza sotterranea della relazione che alimenta il non detto del film, segnandone fortemente il clima emotivo. Le qualità cinematografiche di Maderna trovano conferma in un lavoro di messa in scena rigoroso e pudico, capace di rendere conto in ogni momento della posizione morale del suo autore. La rarefazione della storia attorno a pochi scarni elementi consente allo spettatore grande libertà di identificazione e il finale aperto testimonia di una fiducia rosselliniana nella forza delle immagini, capaci di aprirsi da sole uno spazio nelle emozioni degli spettatori. Diversa l'aria che si respirava nelle proposte più interessanti di quella che minaccia di essere l'ultima edizione di Bellaria Anteprima. Brillante come da alcuni anni non capitava, la rassegna romagnola presentava un panorama vario e ben rappresentativo delle tendenze del cinema e del video indipendente con alcune conferme (Gaglianone,

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