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(C&llfftIl®~@irft~ «Linea d'ombra» si congeda da voi con il numero di Settembre/Ottobre, per riprendere le pubblicazioni, rinnovata e con una nuova direzione a partire da Gennaio 1998. Tutto cambia, anche «Linea d'ombra». La via è quella di sempre: affrontare la realtà aprendosi al dibattito nazionale e internazionale, unire letteratura, cinema, arti alla critica dello stato di cose presente, senza pregiudizi e senza chiusure, ma con la dovuta faziosità. (Cftirftw®cdlfltallillù@ tal CGs®l1ùfilltIDft@ Capo redattore: Serena Daniele Progetto grafico e impaginazione: Rossana Tesoro Redazione: Via Melzo 9 - 20129Milano - Tel 02/29514532Fax 02/29514522 Amministrazione e abbonamenti: Picomax srl Via F. Casati 44 - 20124Milano - Ufficio abbonamenti: Tel 02/66990276 Fax 02/66981251 Hanno contribuito alla preparazione di questo numero: Silvia Albertazzi, Giancarlo Ascari, Roberto Bertoni, David Bidussa, Mara Cambiaghi. Giulio Cederna, Ettore Colombo, Angela Congedo, Carlo Cresco-Dina, Paola Di Cori, Amina Di Munno, Alessandra Gagni, Fabio Gambaro, Letizia Lambertini. Gabriella Macrì, Chiara Mariani, Edda Melon, Baldo Meo. Luca Mosso. Sandro Naglia. Riccarda Novello, Giuseppe Pontremoli, Skilla, Paolo Spedicato, Paola Splendore. Antonella Viale; Michele Neri, Marco Sannella, Barbara Verduci, le agenzie fotografiche Contrasto, Effigie, FarabolaFoto e Grazia Neri. Editore: Linea d"ombra Edizioni srl - Via Melzo 9 - 20129 Milano - Tel. 02/29514532Fax 02/29514522 Distribuzione: In edicola SO.DI.P.S.p.a.Via Bettola 1820092 Cinisello Balsamo (Mi) Tel.02/660301 Fax.02/66030320. In libreria: JOODistribuzione - Via F. Argelati 35.Milano - Tel. 02/8375671Fax02/58112324 Fotocomposizione e Stampa: Grafiche Biessezeta srl - Via A. Grandi 46 20017Mazzo di Rho (Ml) - Tel 02/93903882 Fax 02/93901297 LINEAD'OMBRA iscritta al Tribunale di Milano in data 18.5.87al n. 393- Dir. responsabile: Goffredo Fofi I manoscritti non vengono restituiti. Si pubblicano poesie solo su richiesta. Dei testi di cui non siamo in grado di rintracciare gli aventi diritto, ci dichiariamo pronti a ottemperare agli obblighi relativi • Anno XV Numero 128 - menoile Il contesto INSEGNARE LA SHOAH: UN DIALOGO Insegnare la Shoah EddaMe/on RobertAntelmee PrimoLevi PaolaDi Cori Identità e differenze LetiziaLambertini Latesta, l'occhio, il cuore AntonioRia Rubriche Agenda
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MUSICDAAGANGSTER: ILRAPINFRANCIA La cultura rap trionfa in Fran- (( eia», titolava qualche settimana fa il «Nouvel Observateur», che annunciava così l'uscita imminente del nuovo cd di Mc Solaar, il più conosciuto dei rappers d'oltralpe. Da qualche anno, in effetti, la cultura hip hop sembra aver trovato in Francia un vasto pubblico giovanile che ne ha decretato il successo, imponendolo inoltre all'attenzione dei media. Il rap ormai non è più un fenomeno marginale, espressione di una cultura minoritaria cresciuta nelle degradate periferie urbane delle grandi città, Parigi, Lione o Marsiglia. Da questo mondo la musica rap - e con essa la breakdance e l'arte dei graffiti, ma anche una certa moda, un linguaggio e una visione del mondo - è nata e continua a trarre linfa ed energia, ma ormai è presente a pieno titolo nella cultura nazionale, tocca un pubblico diversificato e trasversale, debordando in tutti settori della vita artistica. Naturalmente, per via della sua carica trasgressiva e per il carattere fortemente meticcio della sua genesi (nelle periferie francesi si mischiano razze, lingue e tradizioni culturali diverse), la cultura rap spaventa i difensori della tradizione, bianca e moderata, i quali non perdono occasione per denunciare quella che considerano una cultura oltraggiosa e sovversiva. Poco tempo fa, Catherine Mégret, la moglie del numero due del Front National da poco eletta sindaco nella cittadina di Vitrolles, se l'è presa duramente con l'universo del rap, sostenendo la sua non appartenenza al patrimonio nazionale. E in altre occasioni i tenori dell'estrema destra hanno violentemente condannato questa musica, il cui messaggio antiautoritario e antirazzista evidentemente poco si addice agli intolleranti elettori del partito di Le Pen. Anche la giustizia si è interessata al rap, non tanto per ascoltarlo, quanto per censurarlo e condannarlo. L'anno scorso il duo NTM (che sta per Nick Ta Mère, un insulto molto in voga nelle periferie) è stato condannato a due mesi di carcere senza condizionale - e al divieto, per sei mesi, di esibirsi in pubblico - per insulti a pubblico ufficiale e istigazione a delinquere. Per non essere accusati di voler limitare la libertà di espressione artistica, i giudici non hanno sanzionato i testi delle canzoni dei due rappers, ma i discorsi che questi hanno tenuto tra un brano e l'altro durante un concerto. Ora si attende il processo d'appello. Intanto però la condanna ha scatenato un vivo dibattito sulla libertà d'espressione in un paese · che in fin dei conti resta ancora la patria della «Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino». Anche perché la disavventura di NTM non è un caso isolato: altri gruppi infatti hanno dovuto fare i conti con la censura e i tribunali, e in particolare Ministère AMER. I rappers francesi sono esplosi all'inizio degli anni novanta, ma in realtà già da diversi anni molti gruppi lavoravano nell'ombra, spesso autoproducendosi o appoggiandosi a piccole strutture quasi alternative. Nati dalle periferie, il loro primo pubblico era quello dei grandi quartieri dormitorio in cui miseria, disoccupazione, problematiche razziali e sradicamento socio-culturale producono un universo di tensioni sociali, in cui covano in permanenza rabbia e violenza. Da questo cocktail esplosivo di problemi quotidiani, speranze frustrate e voglia di riscatto i gruppi rap hanno sempre tratto spunti, idee e parole. La forza e la semplicità della loro musica a poco a poco hanno fatto breccia. Così, dalle periferie più lontane si sono imposti prima sulle onde radio e poi nei templi della musica parigina, tanto che oggi gli artisti più noti sono corteggiati dai media e scalano facilmente le classifiche. MC Solaar, che rappresenta l'ala più poetica del rap francese, è quello che meglio è riuscito ad imporsi al grande pubblico, grazie a due ottimi dischi Oui sème le vent reco/te le tempo (1992) e Prose Combat (1994). Quest'ultimo ha venduto un milione di copie. Da Marsiglia 1AMdiffonde un rap rigoroso e combattivo che ha saputo imporsi a livello nazionale e internazionale. L'ultima loro fatica, L'Eco/e du micro d'argent (1997), ha soddisfatto gli ascoltatori più esigenti. NTM invece esprime la cor-
l rente underground e aggressiva del rap francese. Nonostante le disavventure giudiziarie, i loro due cd, 93 j'appuis sur la gachette (1993) e Paris sous /es bombes (1995), sono andati a ruba. Anche Ministère AMERe Assassin appartengono al rap più radicale e militante, i cui testi lucidamente provocatori esprimono senza mediazioni la rabbia e la disillusione degli esclusi. Pourquoi tant de haine (1992) di Ministère AMER faceva parte della colonna sonora del film L'Odio di Kassowitz. Ultimamente si sono fatti notare anche Alliance Ethnik con Simple et Funky (199S) e Menelik con Phénomenelik (1995), il cui rap facile e simpatico ha subito conquistato le stazioni radio. A parte qualche caso isolato, il rap francese resta nel complesso abbastanza radicale e militante. I testi affrontano senza mezzi termini tutti i problemi più scottanti del momento, inneggiando volentieri alla rivolta contro una società che crea alienazione ed emarginazione. È anche per questo che i rappers d'oltralpe non esitano a schierarsi poli, ticamente. Come è avvenuto recentemente, quando, in occasione della rivolta contro la legge Debré sull'immigrazione, una quindicina di gruppi hanno inciso un cd collettivo intitolato 11 minutes 30 contre /es lois racistes, in cui, oltre a chiedere «l'abrogazione di tutte le leggi razziste che regolano il soggiorno degli stranieri in Francia», auspicano «l'emancipazione di tutti gli sfruttati del paese, che siano francesi o immigrati». Più la situazione si deteriora, più il rap sale sulle barricate. Recentemente 1AMha dichiarato in un intervista apparsa nelle pagine del settimanale «Les lnrockuptibles». «L'evoluzione del panorama politico, molto allarmante soprattutto nel sud della Francia, ci spinge ad impegnarci ancora di più: sia attraverso i nostri testi, sia attravera so un più marcato impegno sociale nella realtà. Per le prossime elezioni legislative cercheremo di spingere i giovani ad iscriversi nelle liste elettorali.» E NTM, nel loro ultimo singolo, si domandano senza mezzi termini: Qu'est-ce qu'on attende (pour foutre le feu)? Fabio Gambaro UMORISMOECATTIVIPRESAGI e hristopher Wallace, the Notorious B.I.G., pensava di avere tutto il tempo del mondo. Il suo secondo album, Life after Death (Bad Boy/Arista), fatto solo di groove midtempo e rap pacatamente tracotanti, si presenta come un'ostentazione di opulenza con un tocco di flemmatica arroganza. Definendosi «più ricco di ricco», il rapper venuto da Brooklyn si vanta del suo appartamento, dell'orologio di platino, dei suoi frequenti viaggi e delle sue donne, con una voce degna dell'imponenza dei suoi 130 chili. Allo stesso tempo però, ammette di doversi •
guardare le spalle, per difendersi, grilletto caldo, da invidie e predatori. Eppure non sembra preoccupato e i colleghi rappers che cantano con lui nel disco sono convinti che farà parlare di sé per ancora molto tempo. In realtà, The Notorious B.I.G. di tempo non ne aveva più così tanto. Il 9 marzo scorso, The Notorious B.I.G., a soli 24 anni, moriva assassinato dai colpi provenienti da un'auto in corsa. Osservatori della cultura Hip-Hop tra le varie ipotesi, hanno azzardato quella della rivalità tra gang, suscitata dalla letale animosità tra la Death Row Records di Los Angeles (l'etichetta di Tupac Shakur, ucciso lo scorso settembre) e la Bad Boy Records di New York. Life After Death, insieme al precedente album, verrà attentamente analizzato alla ricerca di indizi, anche se i testi rap sono volutamente oscuri. In Notorious Thughs si cita un di una «cosidetta "grana" con tu-sai-chi», mentre Long Kiss Goodnight è una vera minaccia di morte rivolta ad un innominato rapper. Eppure Life After Death non era destinato ad essere un album-testamento; si trattava del solito «gangsta rap» commerciale: atteggiamenti e brividi da duro nella convenzionale forma adatta a quel genere di mercato. Pur spacciandosi per un album dalle profonde origini underground, in realtà mira ad un orecchio pop, prendendo in prestito riconoscibili brani di vecchie canzoni (dagli Screamin'Jay Hawkins a Diana Ross e ai Commodores) ed utilizzando morbide voci per i cori. Persino un ritornello come time far you to dieci arriva come un facile motivetto pop. Quando B.I.G. cominciò affacciarsi alla cultura hip-hop, agli inizi degli anni Novanta, il «gangsta rap» era già avviato verso l'omologazione: racconti di sparatorie e avventure sessuali espressi attraverso facili rime su orecchiabili basi musicali. Venduto come una sorta di notiziario dalla jungla urbana, in realtà sottilmente artefatto, si muoveva tra finzione e fatti, mescolando autobiografia e fantasia con i luoghi comuni sulla mafia e sui blaxploitation movie. Il «gangsta rap» non ha mancato di suscitare un'interminabib le polemica sul fatto che questo genere di musica si limiti a riflettere il machismo dal grilletto facile dei quartieri più poveri delle città o se addirittura lo inciti e lo diffonda. In ogni caso, accantonato qualsiasi dibattito di natura estetica, è certo che troppi artisti, o presunti tali, legati alla musica hip-hop sono stati vittime o perpetratori di violenza. Wallace stesso era stato più volte arrestato per aggressione; una volta se l'era persino presa_con alcuni cacciatori di autografi, inseguendoli con una mazza da baseball. Come rapper, B.I.G. non si proponeva per la sua originalità, quanto per la sua opera di «composizione» di vari elementi di diversa provenienza in una forma accettabile. Con i suoi rap ricchi di spunti comici, Wallace assomigliava più al burbero vicino di casa che al supercattivo. Ready to die, il suo album di esordio, che uscì nel 1994 vendendo 1 milione e 900 mila copie, ha riportato il gangsta rap di stile West Coast a Brooklyn. Rispetto ai colleghi californani, B.I.G. aveva meno guardie del corpo, ma dall'aspetto più truce e, a differenza di Ice Cube o Shakur, non si presentava come una vittima della sistematica oppressione razzista. The Notorious B.I.G. era un solitario e amorale imprenditore che aveva iniziato come spacciatore di crack per vincere la povertà, per poi lasciare l'attività criminale approdando al rap; certo, si divertiva, ma insisteva nel ripetere che la sua vita era in costante pericolo. In Ready to die, umorismo e cattivi presagi si miscelavano in un instabile equilibrio. Il tono era troppo terra-terra e semplicistico per giustificare pretese culturali e le storie accostavano sfacciataggine e minacce di morte. Dopo il successo di numerosi hit (tra cui Juicy un «sex rap» e Warning dai toni paranoici), B.I.G. continuò a produrre i Junior Mafia, rapper dalle rime sempre più ispirate al mondo criminale e il sex-appeal da ragazza dura di Lil'Kim. Ready to die si chiudeva con il suicidio di B.I.G. che però , in Life After Death, dopo il suono piatto e continuo di un monitor d'ospedale, si risveglia dall'incubo e si appresta a sparare un
altro colpo, questa volta per vendicare l'uccisione di un amico. Da quel punto, tutto il resto non si allontana da territori già battuti: ragazze che lo trovano irresistibile, insaziabili appetiti, spaccio di droga e tradimenti, elegie per amici morti, minacce agli avversari e l'insistenza sui valori autentici della strada. Ma dove Ready to die era ricco di tensione, Life After Death risulta più accomodante; ebbene, agli insulti, B.I.G. risponde sarcastico, «Non bisogna dimenticare le vendite». Spesso, B.I.G. ha dato prova di una certa dose di umorismo. In Niggas Bleed ad esempio, dopo una spettacolare sparatoria, i «desperados» scoprono che la loro auto è stata rimossa perché parcheggiata davanti ad un idrante. E, come Biz Markie, anche B.I.G. ogni tanto si mette a cantare, producendosi in strazianti ululati chiaramente derisori nei confronti del pop più commerciale. In Life After Death, B.I.G. ospita star del rap vecchia scuola (DMC), del rythm & blues (R.Kelly), del rap californiano (Too Short) e alcuni degli amici di New York (Lil'Kim e Puff Daddy). Tra i produttori vediamo Havoc dei Mobb Deep e RZAdei Wu-Tang Clan. La presenza di tali ospiti non fa che confermare il successo di B.I.G. ed alimentare la sua ambizione di creare un hip-hop per tutta la nazione. Difatti, nonostante sia stato registrato a New York, Life After Death è un album in cui confluiscono elementi di varia provenienza. Going Back to Cali (da non confondere con la canzone di L.L. Cool J.) imita la voce nasale e il ritmo ondeggiante di California Love di Shakur; mentre Notorious Thugs, nata dalla collaborazione con tre membri dei Bone Thugs-n-Harmony di Cleveland, combina i toni sotterranei, cupi e in chiave minore di questi ultimi, con un tocco del frizzante groove sviluppato dai Quad City DJ'sdi Orlando, Florida. I 110 minuti di Life After Death, album doppio, mancano di una reale forza d'urto; la maggior parte delle canzoni ha il suo bel motivetto orecchiabile e una struttura calcolata a tavolino. Eppure, insieme Al/ Eyez on Me, il doppio di Shakur, altrettanto, se non più denso di autocelebrazione e sfoggio di ricchezza, potrà segnare la fine di un'era del gangsta rap: quella dell'incontrollata compiacenza. La morte, un tempo soltanto un accattivante spunto narrativo nelle fantasie di violenza, è diventata una realtà: il gioco ha smesso di essere divertente. ~ ~ e: o ~ o "" o t:'. <l) ..o o "" }on Pare/es Traduzione di Alessandra Gagni •
I VECCHIEI GIOVANI DAI FESTIVALDI BELLARIA,PESARO,SACHER Continuano ad essere al centro dell'attenzione i cortometraggi dei giovani film-makers. Se a Bellaria, uno degli appuntamenti storici degli indipendenti italiani, si chiude un ciclo, a Roma sempre maggiore è l'attenzione riservata da pubblico e stampa al festival di Nanni Moretti. Presentato come un festival d'autore, diretta espressione delle scelte del suo ideatore-curatore-selezionatore, il Sacher in realtà non si discosta molto, se non nell'organizzazione efficiente e «autarchica», dalle principali rassegne di cortometraggi che vengono allestite ogni anno in Italia. Volendo individuare una peculiarità della selezione '97, ci sembra, questa, l'idea di accostare i lavori di psichiatri, librai e professori di educazione fisica (insomma di non-specialisti: i dentisti dantisti di oggi) ai film di chi vive il cinema come una professione o comunque un'esperienza centrale della propria esistenza. È difficile condividere questa scelta perché, se è vero che il problema strettamente tecnico appare in via di superamento (ma ormai non c'è più bisogno di dimostrare che le nuove tecnologie digitali consentono rese professionali a costi molto contenuti), rimangono rilevanti le distanze di motivazione e di necessità che separano il cinema vero da quello amatoriale. In ogni modo, alla fine ad essere premiati sono stati i film di maggiore ambizione cinematografica. Viene da Napoli la giovane (è del 1975) Nina Di Majo, vincitrice del primo premio con Spalle al muro. Il film intreccia una versione raffreddata e borghese dei 400 colpi con la storia di una giovane alle prese con una paurosa assenza di desideri. Le due vicende si sfiorano continuamente, intessendo un gioco di rimandi reciproci che fa continuamente salire l'inquietudine dello spettatore. Il film, che si avvale dell'apporto di Franchini e Accetta (abituali collaboratori della Megaris, una delle officine del nuovo cinema napoletano), è abile nel venire a capo di una struttura narrativa non lineare, fatta di legami deboli, e proprio per questo capace di dar conto dell'impalpabile insostenibilità della condizione dei giovani "autoannoiati" di oggi. È invece un'inedita visione del paesaggio italiano ad accomunare Eccesso di zelo del valtellinese Vittorio Moroni (secondo premio) e Jahilia (terzo), girato nell'Oltrepo pavese da Giovanni Maderna. Nel primo è proprio l'ambientazione la qualità migliore, capace di dare un sapore diverso alla non originalissima storia del postino che vuole modificare le sorti dei destinatari delle lettere che recapita, mentre nel secondo l'anomalia del paesaggio sta tutta nello sguardo del protagonista che lo attraversa. L'alterità del maghrebino che sposa la giovane ritardata segue una logica implacabile, tanto più crudele quanto più si discosta dagli schemi con i quali siamo abituati a pensare al confronto fra etnie e culture. L'intreccio di incomprensioni e di bonaria prevaricazione che lega i tre personaggi viene narrato in levare, con la violenza sotterranea della relazione che alimenta il non detto del film, segnandone fortemente il clima emotivo. Le qualità cinematografiche di Maderna trovano conferma in un lavoro di messa in scena rigoroso e pudico, capace di rendere conto in ogni momento della posizione morale del suo autore. La rarefazione della storia attorno a pochi scarni elementi consente allo spettatore grande libertà di identificazione e il finale aperto testimonia di una fiducia rosselliniana nella forza delle immagini, capaci di aprirsi da sole uno spazio nelle emozioni degli spettatori. Diversa l'aria che si respirava nelle proposte più interessanti di quella che minaccia di essere l'ultima edizione di Bellaria Anteprima. Brillante come da alcuni anni non capitava, la rassegna romagnola presentava un panorama vario e ben rappresentativo delle tendenze del cinema e del video indipendente con alcune conferme (Gaglianone,
aa Bettelli) e qualche sorpresa (Spadoni). Misurarsi con una storia non smorza la tensione espressiva che da sempre caratterizza il lavoro di Daniele Gaglianone. La carne sulle ossa, raccontoreferto degli ultimi giorni di un'anoressica, attinge parte della sua agghiacciante efficacia dal trattamento cui sottopone le immagini video. Ma se la perdita di peso delle immagini che fa da corrispettivo al dimagrimento letale della protagonista rientra in fondo nell'ambito di una radicalità di ricerca che gli riconoscevamo, sorprendenti sono le felici soluzioni narrative (fra tutte, l'iniziale scena dello scompartimento) che punteggiano il film. Carola Spadoni, superato il ripiegato virtuosismo cinefilo del precedente Neighbors, realizza un lavoro a confine fra generi (documentario, fiction) e dispositivi (cinema, video, installazione) diversi, in cui le implicazioni teoriche non soffocano mai l'interesse per il soggetto della rappresentazione. Al confine tra il Missouri e la Garbate/la mette in scena l'incontro fra un padre (Vietar Cavallo) e una figlia (Spadoni stessa) che non si conoscono. Lo spunto è pura fiction, ma la lunga improvvisazione che ne risulta si rivela intrisa di dolorosa autobiografia. Il meccanismo è di tale geniale semplicità che meriterebbe di essere preso a modello. Filippo Bettelli si era segnalato qualche anno fa con un promettente e inattuale super8, Breve racconto di sapore crudo. Fa piacere ritrovare gli stessi elementi, i sapori aspri e gli umori grevi della Romagna, in un lavoro di impegno creativo e produttivo ben maggiore: Bianco muove (vince in cinque mosse), 16 mm in b/n di quasi 40 minuti racconta la desolazione della nostra provincia ricorrendo al paradosso e alla battuta fulminante. Non teme di non essere compreso al di fuori delle province di Forlì e Ferrara e al contrario punta tutto sulla specificità (dei luoghi, delle facce, della lingua) per giungere a una qualche visione generale. Al contrario, meno azzeccato degli anni scorsi il confronto che Bellaria propone con i giovani di trent'anni fa. Se Bellocchio e Bertolucci, protagonisti con I pugni in tasca e Prima della rivoluzione dei trentennali del '94 e '95, rimangono esempi vitali di cinema giovane (e lo testimoniano i film che continuano a fare), non si può dire lo stesso dei fratelli Taviani. I loro Sovversivi, ideologicissimi anche quando si vorrebbero anti-ideologici, sono ormai troppo invecchiati per stimolare, magari anche criticamente come accadde con Moretti (ma lo sono un autarchico ha ormai vent'anni), il lavoro degli esordienti di oggi. Che non si tratti di un problema anagrafico ce lo ha dimostrato l'ultimo lavoro cinematografico di Chris Marker, il grande vecchio del cinema di ricerca. Leve/ 5, presentato a Pesaro da Adriano Aprà, si interroga sullo statuto del cinema moderno e contemporaneamente ci mostra come potrebbe essere - e molto probabilmente non sarà - il cinema del futuro. Il film dimostra come il confronto con le nuove tecnologie sia una questione di pensiero e non di budget. Dei supporti multimediali a Marker interessa la possibilità di fare interagire piani temporali distanti, combinando una fiction calda e corporea con la ricerca storica, il diario intimo con il videogioco. Il massacro di Okinawa, circa 250.000 morti di cui almeno 150.000 civili, un terzo della popolazione locale, è una delle pagine meno note della Seconda Guerra Mondiale. Per penetrare in questa tragedia e nella clamorosa rimozione collettiva che l'ha occultata, ci dice Marker, bisogna essere partecipi. Ma solo l'esperienza diretta della perdita può consentire questa condivisione. La conoscenza avviene sempre attraverso la messa in discussione del soggetto: e questa è una lezione che i giovani film-makers dovrebbero avere ben presente. Luca Mosso
e ara Paola, abbiamo cominciato a parlare tra noi di Robert Ante Ime fra il '94 e il '95, come ricorderai, quando entrambe avevamo inserito nel nostro programma di insegnamento a Torino un corso su memoria, storia e scrittura. Alle mie studentesse e ai miei studenti di Letteratura francese moderna e contemporanea avevo proposto, insieme a Vercors, Perec e altri, il libro fondamentale di Antelme sui campi di concentramento nazisti, La specie umana, del 1947,ed altri libri connessi, come Il dolore di Marguerite Duras (1985), L'écriture du désastre di Maurice Blanchot (1980), Autour d'un effort de mémoire di Dionys Mascolo (1987), Paro/es suffoquées di Sarah Kofman (1987).Ora che La specie umana compie cinquant'anni, la ricorrenza è stata celebrata in Francia con una ristampa, accompagnata da un volume di altri scritti di Antelme e di testimonianze 1 , che a noi a dire il vero conoscevamo già per la maggior parte, perché apparsi nel '94 sulla rivista «Lignes». Anche in Italia, Einaudi ha ripubblicato La specie umana, che figurava nel suo catalogo dal 1954 2 . Questa riedizione ha aggiunto nuovi interrogativi a quelli che già ci eravamo poste, e di cui parlerò per quanto mi riguarda. Insieme abbiamo commentato, spesso scuotendo il capo, le polemiche giornalistiche che hanno coinvolto il nome di Antelme durante le celebrazioni di Primo Levi e del suo libro altrettanto fondamentale, Sequesto è un uomo, pubblicato anch'esso nel '47da De SiIva. La battuta di Cesare Cases(su «LaStampa»del 17gennaio) che Antelme fosse stato accettato da Einaudi solo perché era il marito di Marguerite Duras mi era molto dispiaciuta, e non mi era parsa vera (e adesso vedo che c'è anche qualcuno che la prende sul serio), non solo perché non si dà ancora il caso di una tale influenza da parte di una donna e tanto meno si dava allora, quanto perché i documenti che conosciamo non sembrano dare ragione a questa ipotesi. Vero è però che io mi affido solo ai testi, non sono mai stata testimone di vicende culturali così importanti, e nel '54, del resto, quando il libro di Antelme uscì in Italia, avevo vent'anni in una città del sud, e i libri Einaudi li vendevo porta a porta tenendone in casa un piccolo deposito, così lessi subito Ante Ime con entusiasmo, e Duras invece, chi l'avrebbe detto, solo molto ma molto dopo. Così ho cercato un po' in giro e ho trovato, nell'epistolario di Vittorini, sia la lettera del gennaio '50 dove dice di aver riproposto alla Einaudi la traduzione di Ante Ime - lettera citata ora anche da Domenico Scarpa nel suo appassionante articolo su «L'lndice»3- sia quella del 27 giugno '50 dove segnala La diga sul Pacifico, terzo romanzo di Marguerite Duras, appena uscito. Da Parigi scrive a Giulio Einaudi questa breve nota: «CaroGiulio, ti è stato mandato da parte di Gallimard un libro che trovo ottimo. È un romanzo intitolato Un barrage con tre le Pacifique e qui ha molto successo. Autore Marguerite Duras. Interessa Natalia a leggerlo. Potrebbe andare tanto per la P.B.S.L.quanto per la mia
collana. Saluti a tutti. Ciao. Elio»4.Di fatto, benché la riproposta di tradurre Antelme precedesse di qualche mese l'apparizione del romanzo durassiano in Francia, la traduzione (di Giulia Veronesi) da Duras uscì proprio nei Gettoni vittoriniani nel 1951, mentre La specie umana sarebbe apparso nella stessa collana solo nel '54 (nella traduzione di Lorenza e Ugo Bosco). Secondo un'altra dichiarazione di Vittorini, pare che il successo di Duras non sia stato affatto trainante per il libro di suo marito, ma che anzi si debba ritenerlo addirittura responsabile della lunga attesa che al libro di Antelme fu comunque imposta da Einaudi e da Vittorini stesso, che in un risvolto di copertina scrive così: «È sempre stato nel programma dei Gettoni, fin dall'inizio della collana, di pubblicare anche stranieri accanto agli italiani. "Che abbiano esordito negli ultimi anni, - si disse. - Che rappresentino delle esperienze nuove nelle letterature cui appartengono". E i lettori ricorderanno che fu appunto pubblicato nei Gettoni, in giugno del 1951, il romanzo francese più bello del dopoguerra. Titolo, Una diga sul Pacifico. Marguerite Duras, il nome di chi lo scrisse. Ma noi volevamo, per un mucchio di motivi, che i Gettoni si affermassero anzitutto e soprattutto come collana di scrittori italiani; e il maggior successo avuto dalla Duras nei confronti dei tre o quattro gettoni italiani che l'avevano preceduta, ci indusse a sospendere le nostre ricerche in direzione degli stranieri e a concentrare gli sforzi, per qualche tempo, nella scelta degli italiani. Ora la collana s'è affermata appunto nel senso che volevamo ...», eccetera5. Questo discorso ricompare pressoché identico nei risvolti dei tre Gettoni del '54; oltre a La specie umana uscirono infatti 11padre dell'eroe di Wright Morris e Le notti di Chicago di Nelson Algren, e l'anno dopo Pierre Gascar, Dylan Thomas, J.L. Borges, e Charles Rohmer, con un romanzo, L'altro, che appartiene anch'esso, come quello di Antelme, alla letteratura . «concentrazionaria» - e che quindi conferma l'interesse della casa torinese per questo filone - ma il cui ricordo si è totalmente affievolito, da noi come in Francia. Tutto questo ci permette di ricostruire, oggi, le vicende relative all'ingresso di Duras e Antelme nei Gettoni del catalogo Einaudi. L'amicizia, è vero, stava alla base di quelle pubblicazioni, l'amicizia di Elio e Ginetta Vittorini con Marguerite Duras e Dionys Mascolo, il suo nuovo compagno da cui aveva appena avuto un bambino, e con Robert Antelme, amico incondizionato di entrambi. La comunità- il comunismo - dell'amicizia dava un'impronta particolare a quel gruppo di giovani intellettuali parigini che solo ora comincia ad essere meglio studiato 6 , il gruppo della rue Saint-Beno,t, dal nome della via in cui era situato l'appartamento dove Duras viveva dapprima con Antelme poi con Mascolo, e dove passarono Blanchot, Bataille, Leiris, Michaux, Merleau-Ponty, Mitterand, Edgard Morin, Claude Roy, e i Vittorini. Vita o vacanze in comune, scambi di lettere, discussioni più politiche che letterarie, il progetto di una rivista internazionale che uscì, solo per un numero, in Italia 7. Quanto abbia contato la figura di Antelme, sia per la sua personalità che per la sua testimonianza scritta dell'orrore che aveva attraversato, emerge da molteplici dichiarazioni, contenute ora nel volume miscellaneo già citato. «Non parlava mai eppure parlava. Non consigliava mai e niente veniva fatto senza il suo parere. Era l'intelligenza stessa, e aveva orrore del parlare intelligente» (Marguerite Duras). «Eracosì semplice e nello stesso tempo così ricco di un sapere che spessomancava ai maggiori. Nell'esperienza che ha fatto della servitù, anche se condivisa con altri, conservò la verità umana da cui non volle escludere quelli che gliela inflissero» (Maurice Blanchot). L'influenza di Marguerite sugli uomini che la circondavano era comunque innegabile, ma non aveva niente a che fare con il successo e con la fama, che vennero solo più tardi; dipendeva semai dalla sua forza e dal suo fascino personale, e dalla sua volontà di rifondare i legami umani oltre le convenienze. Rievocando la sua mediazione nell'amicizia fra Antelme e se stesso, Mascolo scrive: «Devo insistere (e di nuovo • 1 confessandomi testimonio qui anche per Robert) su ciò che la sua intercessione ebbe di assolutamente decisivo nella formazione f.D della nostra amicizia, che ne fu inalterabilmente penetrata. Eravamo così entrati in una sorta di féminie, per usare questa parola che Littré deplora si sia perduta ...Grazie alla charis femminile dalla quale ci eravamo sino ad allora poveramente preservati ... ci fu dato poi, innanzi tutto, di tenerci a distanza da quelle amicizie virili che generalmente non fanno altro che rafforzare il regno di una semplificazione categorica su tutta la sfera OionvsMascolo.MarS!ueriteDurasRobertAntelme Trattoda «MarS!ueriteDuras.PhotoS!raohieisnéditesnÉditionsdu Chène
e II IP [O b te ~~ria e memoria I <-< neU I odio nazfafcain. on re I è razionaHtà: è un odio dll.ie non è in noi, è fuod deU1uomo"'> delle relazioni intellettuali» 8 . Questa è l'immagine di un'intellettuale, di un'artista e di una donna che personalmente preferisco, e che vorrei prevalesse sull'altra, dotata del potere conferito dal successo. Per questo, restituendo ad Antelme quel che gli è dovuto, viene tolta a Marguerite Duras quell'autorità a cui allude Casese di cui né lei né·noi abbiamo bisogno. Del resto, Paola, neppure noi siamo tanto ingenue, e tu soprattutto diffidi ogni tanto della «monumentalizzazione» che i partecipanti al gruppo della rue Saint-Benoft hanno sapientemente edificato di se stessi e del loro pensiero. Ma tuttavia cerchiamo di prenderla per il verso giusto, per quel che di autenticamente umano vi circola e ci insegna, e quanto all'amico Cases,speriamo di averlo convinto. Che risulti nella storia letteraria e culturale l'importanza di queste figure - eterodosse rispetto al marxismo, alla psicanalisi, all'esistenzialismo, e poi al maoismo di Te! Quel - è una scommessache credo valga la pena di tentare. Torno poi alla mia esperienza didattica con La specie umana, per dar conto brevemente di un'altra serie di errori su Robert Ante Ime, che ora possono fortunatamente essere corretti. li primo e stato mio ed è durato a lungo. Confrontando la prima traduzione italiana del '54con la seconda del '69 (eseguita questa volta da Ginetta Vittorini) e con la seconda - riveduta e corretta - francese del '57, avevo notato notevoli differenze. Nell'impossibilità di consultare la prima edizione francese del '47, ero arrivata alla conclusione che le differenze fra due edizioni italiane dovessero ricalcare fedelmente quelle fra le due edizioni francesi, e che anzi proprio le correzioni e le aggiunte sulla seconda edizione francese avessero reso necessaria la nuova versione italiana. Immaginavo quindi un improbabile Robert Antelme che, a dieci anni di distanza, rimette mano al suo testo e vi inserisce nuovi ricordi, nuove riflessioni. Improbabile, appunto, se si pensa che Antelme non scrisse più nulla dopo La specie umana e ne parlò il meno possibile. Infatti le cose non stavano così. Solo pochi mesi fa ho potuto consultare a Parigi la prima edizione, che differisce assai poco dalla seconda. Mi sono quindi trovata di fronte all'evidenza che la prima edizione italiana è da intendersi come ridotta, e solo ora, grazie al prezioso articolo di Scarpa, apprendo che i tagli sarebbero stati operati dallo stesso Antelme, o almeno che gli furono chiesti all'ultimo momento dall'amico Vittorini in una lettera del febbraio 1954. li secondo errore che vorrei segnalare è nella traduzione, e continua ad esserci anche nell'ultima edizione del '97, che riprende (credo in toto) quella di Ginetta Vittorini del '69. Non è l'unico, e non posso sapere se si trovasse anche nella versione precedente perché rientra in un consistente gruppo di pagine (per l'esattezza da 207 a 236dell'edizione '97) «tagliate» nell'edizione del '54. Leggendo in francese questo gruppo di pagine, ero rimasta molto colpita allora da una frase in particolare: «M. -L. A. Morte, squelette, rasée». È l'unico punto nel testo dove ritorna l'ombra, il nome, della sorella morta, che è presente già nella dedica, sulla prima pagina del libro, prima ancora della breve prefazione dell'autore: «Amia sorella Marie-Louise, deportata, morta in Germania», e la ritengo una presenza molto significativa. Sfortunatamente nella traduzione italiana questa allusione diventa incomprensibile. li contesto è quello del venerdì
Insegnarela Shoah:un dialogo MargueriteDuras,Elioe GinettaVittorini. Trattoda«MargueriteDuras.Photographieisnédites»ÉditionsduChene santo nel campo di prigionia e di alcune meditazioni intorno all'uomo morto sulla croce e ai morti della barbarie nazista. Cito dalle pp. 219-20, più ampiamente questa volta: Unastoria.Unapassione.Lontano, unacroce.Debole crocemoltolontana.Bellastoria. K. è morto, e nonestatoriconosciuto. Compagnisonomortigridando: - Vacchel,etamaio... E i piccoligitani di Buchenwald,asfissiatci ometopi. M.-L. A. .. morti,scheletri,rapati. Tuttelecenerisullaterra di Auschwitz. Il testo dice, invece, se tradotto correttamente: «M.-L. A... Morta. scheletro, rasata». Non si tratta quindi di un discorso generale (al maschile plurale), ma di un femminile singolare, come singolari, singolarissimi sono questa ribellione, questo dolore per la sorella, accennati in un lampo, per chi voglia intendere. Bisognerebbe allora che in una prossima ristampa - ed è quello che spero - si possa davvero riuscire a intenderli.Resta per me un enigma che Ginetta Vittorini non abbia saputo cogliere il riferimento, che lo stesso Antelme abbia scelto di sacrificare proprio queste pagine. In ogni modo, tagliata dalla prima versione italiana, massacrata nella seconda, questa presenza femminile deve ritornare a far parte de Laspecieumana. Così pare a me e, credo, anche a te. Note 1) RobertAntelme, <<L'espècheumaine>>r, écit, édition revueet corrigée,Gallimard1996; si tratta della ristampa dell'edizione<<revuet corrigée>>apparsasempreda Gallimard nel 1957 epoi nel '78. Laprima edizione, del '47, eraapparsa nelleedizionidella Cité Universelle.L'altro volumeè <<Robert Ante/me. Textesinédits.Sur L'espècehumaine. Essaiset témoignages>>G, allimard1996. 2) RobertAntelme, <<La specie umana>>i,ntroduzione di Alberto Cavaglion,nota di Hermann Langbein, trad. di Ginetta V1ttorini,Einaudi 1997- Riprende la traduzionedel 1969. 3) Domenico Scarpa, <<Laspecieumana negli anni del silenzio>>, in «L'Indice», luglio19974) Elio Vittorini, <<Gli anni del "Politecnico".Lettere 1945-1951>>, a curadi CarloMinoia, Einaudi 1977, p. 325. 5) Elio Vittorini, <<rIisvoltidei Gettoni>>a, curadi Cesare deMichelis,Scheiwiller1988, pp. 95-97 6) In Italia si legga(oltre al citatoarticolodi D. Scarpa): AngeloMarino, «Il cinese e Marguerite. Una biografia», Selleria1997. RossellaXillovichha trattato ampiamente • l'argomentoin un capitolodellasua tesidi laurea <<Figurde l rapportoamorosonell'operadiMargueriteDuras>>s,ostenuta presso laFacoltàdi ScienzedellaFormazionedell'universitàdi Torinonel marzodel 19977) Della rivistainternazionale, intitolataprovvisoriamente <<Gulliver>f>u ,pubblicatosolo il numero O, su «Il menabò>>, 7, Einaudi 1964. Anna Panica/ihapubblicatosu <<Lignes>>, 11, 1990, ungrossodossierdi letteree testipreparatori della rivista. 8) Dio'!)ISMosco/o, <<Autoudr'un effort de mémoire.Sur une lettredeRobertAnte/me>>,ed. MauriceNadeau 1987- <<Féminiel:'ensembledesfemmes, /eshabitudesdesfemmes, le domaine desfemmes: mot excellent,qui estmalheureusement perdu>>.(GrandLittré)
E PRIMO LEVI e ara Edda,ecco finalmente la ristampa del libro di della Shoahmeno schematica di quella corrente, meno Antelme di cui tanto spessoabbiamo pariato negli televisiva e «spielberghiana»2 . Inoltre, il confronto sommario anni scorsi! Eancora una volta ecco che, agli finisce per danneggiare in primo luogo Levi stessoe non interrogativi sulle diverse traduzioni ed edizioni italiane, si contribuisce ad alleggerire l'intollerabile atmosfera di vera e aggiungono le riserve con cui da sempre il libr.o. _è_.sa..t_to._,_ __ Qro ria a-storica sacralizzazioneche circonda la sua figura, accolto nel nostro paese;anche se, per fortuna, possiamo diffusa a dismisura nell'anno del decennale della morte, e il contare sull'entusiasmo di un recensore come Domenico cui significato ultimo avrebbe profondamente addolorato lo Scarpa1 • scrittore torinese. li quale per tutta la vita (e insieme a lui Ci siamo spessodette che una diversa valutazione de La molti reduci dai campi che hanno scritto sulla deportazione) specieumana non è soltanto indispensabile per fare giustizia non ha fatto altro che ripetere quanto l'esperienza della dell'indiscutibile eccezionalità di quest'opera, ma sopratutto Shoahfosse unica e diversa per ciascuno e ciascuna, al punto per sottrarla al destino che l'ha accompagnata nel nostro da rendere impossibile che qualcuno ne parlasse anche a paese: l'accostamento acritico con Se questo è un uomo, nome di altri, ricordando anche quanto dolorosamente invariabilmente caratterizzato da un giudizio colmo di sentita da parte dei sopravvissuti era la convinzione di dover distinguo e risolto con una immancabile sentenza riduttiva di rimanere per sempre costretti a un ineliminabile senso di fronte alla indiscussasuperiorità di Levi. solitudine. Ecosì, la contrapposizione tra Levi e Antelme, Inutile sottolineare quanto tale lettura sia superficiale e oltre a un ingiustificato ridimensionamento della eccezionale miope nei confronti di questi due straordinari testimoni, scrittura del francese, anziché innalzare Levi ai vertici di una come anche dei loro libri, altrettanto straordinari pur gloriosa unicità, lo condanna al tormento eterno di un essendocosì differenti: il paragone acritico non serve infatti a isolamento ancora più assoluto di quello sperimentato in conoscerli meglio e tantomeno a ragionare sul significato vita3. profondo di scritture e di esistenzecosì diverse; non serve Per evitare le trappole di questo gioco crudele, è forse più soprattutto a far comprendere quanto tutte e due siano utile prendere in considerazione la maniera con cui si indispensabili ai fini di una rappresentazione dell'esperienza potrebbe ben altrimenti valorizzare la profonda diversità tra i
due scrittori all'interno di un discorso, più volte tentato in tempi recenti, relativo a «come insegnare Auschwitz», che a mio avviso è comprensivo anche del problema di bruciante attualità intorno a «come insegnare la storia del Novecento»4. Sono questi, in verità, gli aspetti che personalmente trovo più interessanti, e anche quelli all'origine dell'idea di un progetto a due voci da proporre a nostri e nostre studenti, come tu ricordi all'inizio della lettera. Seil tuo interesse per Ante Ime è ben comprensibile data la predilezione che da anni coltivi per l'opera di Marguerite Duras, il mio nasce da un insieme di sollecitazioni provenienti da ambiti molto diversi: il problema della rappresentazione della Shoah, il rapporto tra letteratura e storia, oltreché tra memoria e storia, la maniera con cui in ambito statunitense si utilizza la cultura linguistico-filosofica francese, e last but not least la tua amicizia. Quest'ultimo elemento, come giustamente osservi, è tutt'altro che estraneo o casuale, e il tema dell'amicizia è centrale nelle esistenze di Duras - Mascolo - Ante Ime - Nadeau, e anche di Blanchot; e personalmente, lo è anche nella mia. Seben ricordo, comperai un'edizione francese de La specie umana nel 1990, subito dopo aver letto le pagine scritte da una studiosa nordamericana - Ellen S. Fine - in cui tra le altre cose si affrontava il problema, per me cruciale, di come gli ebrei della generazione nata dopo la Shoah reagivano di fronte a quell'evento traumatico. Nel suo articolo Fine nominava alcuni personaggi, libri e articoli che non conoscevo, tra i quali figuravano Nadine Fresco, Erika Apfelbaum, Henry Raczymow, e naturalmente Robert Antelme; inoltre, il saggio di Fine era soltanto uno di molti contributi di un libro, curato da Berei Lang, tutto dedicato alla scrittura della Shoah, al quale collaboravano studiosi e studiose attivi tra Stati Uniti, Europa e Israele, molti dei quali avrebbero poi collaborato alla rivista «History and Memory» diretta da Saul Friedlander, il cui primo numero uscì nel 1989 e che considero una iniziativa molto importante nel panorama della storia contemporanea5. Intanto, tra il 1990 e il 1991, insieme ad altri avevo organizzato una serie di incontri pubblici sul tema dell'antisemitismo nell'ambito delle attività dell'Istituto della Resistenzadi Roma; contemporaneamente alcuni colleghi e studenti dell'università di Urbino mi chiesero di fare qualche lezione sul genocidio ebraico e sul razzismo, richiesta che si ripeté anche negli anni successivi. Ogni volta, nel corso di queste varie occasioni, mi ponevo di nuovo il problema di quale fossero gli strumenti più efficaci per raccontare di fronte a un pubblico sensibile ma estraneo a livello personale, e poco esperto, l'esperienza della Shoah; e immancabilmente avevo sempre l'impressione che fosse importante offrire, da un lato, elementi di ricostruzione storica accurata degli eventi passati; e dall'altro, insieme, anche alcuni esempi della grande varietà di modi con cui il genocidio era stato rappresentato dai sopravvissuti nell'immediato dopoguerra e ha continuato a esserlo in seguito. Una particolare rilevanza a mio parere, inoltre, rivestivano le riflessioni di carattere filosofico, psicanalitico o letterario, che hanno continuato incessantemente a riproporre il problema di come parlare di Auschwitz, a sollevare la questione essenziale delle forme con cui si articola il discorso intorno ad Auschwitz, e della storicità di queste forme; poiché i fatti, per quanto tragici e spaventosi come quelli della realtà concentrazionaria e del nazismo, ahimé non «parlano» da soli e suscitano risonanze e reazioni molto diverse nei sopravvissuti, in noi, o nelle generazioni più giovani. Tutti questi motivi mi sembrano giustificare il fatto che nell'invitare studenti e giovani a una lettura di Sequesto è un uomo cerco di non parlarne mai come se si trattasse di un testo isolato e chiuso nella sua inimitabilità: eccezionale sì, ma portatore di una verità che è anch'essa specifica, costruita, parziale; e certamente non unica o migliore di altre. A tal fine, introdurre per accostamento La specie umana consente di poter avviare una riflessione sui problemi della rappresentazione della Shoahe dei suoi limiti, secondo una stimolante prospettiva sottolineata anni fa da Friedlander e da altri studiosi. Ecosì, alcuni miei studenti hanno letto Levi e Ante Ime insieme, non come facce di una stessamedaglia, ma come espressioni differenti di esperienze diverse in circostanze simili. Sebbenesia comune a entrambi il racconto della realtà concentrazionaria, le circostanze politicogeografiche in cui l'uno e l'altro vengono a trovarsi e gli obiettivi dichiarati di ciascuno non sono gli stessi, e neanche le soluzioni narrative adottate; ed è proprio questa intrinseca disomogeneità a rivelarsi preziosa, poiché consente di problematizzare gli eventi storici (la deportazione è stato un fenomeno che non ha riguardato solo ebrei o partigiani, né i campi erano tutti in Polonia), di interrogarsi sul significato della testimonianza • e del ricordo traumatico, sul rapporto tra passato, presente e futuro, e poi sul ruolo degli intellettuali, sulla centralità dell'evento Shoah nella storia del Novecento e nelle vite di migliaia di protagonisti e dei loro discendenti, sulle ondate periodiche di antisemitismo e di razzismo, sul concetto di responsabilità come emerge nei processi intentati ai carnefici, su modernità e totalitarismo, eccetera. Eciascuno di questi problemi potenzialmente fornisce l'occasione per parlare anche di altri aspetti di rilevante attualità, come quello sul ruolo dei mass-media e dell'arte, sugli straordinari effetti che può suscitare una brutta soap-opera come Holocaust, sui recenti musei intitolati all'Olocausto, e su come sia possibile offrire una geniale rilettura della storia in forma di fumetto, come è riuscito ad Art Spiegelman che ha disegnato le vicende della sua famiglia ad Auschwitz nelle tavole a puntate di Maus.
• Il IP [O b I es2:., e memoria I • • •t\ll\UatVll.at Né noli ]Pm1~fam.o Il confronto tra le esperienze di deportazione di Antelme e di Levi sorge quasi spontaneo di fronte a profili di vita che a prima vista offrono alcuni tratti di ovvia affinità: nati l'uno a Torino nel 1917e l'altro in Corsica nel 1919,entrambi prendono parte alla resistenza; il chimico ebreo Levi viene rinchiuso nel dicembre '43, e nel giugno '44 la Gestapo arresta lo scrittore Antelme, già studente di legge e non ebreo; sono deportati rispettivamente ad Auschwitz e a Buchenwald nel 1944;liberati l'anno successivo, entrambi pubblicano i libri sulla esperienza nei campi nel 1947.Moriranno a tre anni di distanza l'uno dall'altro, e all'incirca alla stessa età, Levi a 70 anni nel 1987e Antelme a 71nel 1990. Le somiglianze biografiche tra i due sembrano a prima vista tutte qui, a cominciare dalla vocazione letteraria. Rientrato da Auschwitz a Torino, Levi cercherà di riprendere una esistenza «normale»: torna a vivere nella casa di famiglia in cui è nato, si sposa, ha dei figli, lavora come chimico in una fabbrica di vernici. Apparentemente improduttivi sono gli anni seguiti alla stesura e alla pubblicazione di Sequesto è un uomo, a lungo rimasto sconosciuto al grande pubblico, mentre la notorietà e la ripresa della scrittura avvengono a partire dalla fine degli anni Cinquanta per non cessare che con la morte. Per molti anni in seguito all'accoglienza positiva e all'interesse suscitato dalla seconda edizione del capolavoro, Levi si impegna a portare la sua testimonianza ovunque lo ritenga necessario, e soprattutto nelle scuole, sui giornali, alla radio e alla televisione; con intelligenza, tenacia é ai.lilbeiro• tto JPUllll.tto. Le §§ e infinita modestia, svolgerà nel nostro paese il ruolo insostuibile e faticosissimo del testimone per eccellenza, dell'ebreo reduce che non si limita a denunciare gli orrori del nazismo ma rifiuta di tacere di fronte ai massacri israeliani dei campi palestinesi nel 1982. Nel panorama della letteratura contemporanea, Levi è dunque a buon diritto tra gli scrittori italiani più letti e amati, le cui opere vengono continuamente ristampate e riproposte dalle elementari all'università, e la cui fama, anche all'estero, non ha fatto che aumentare negli ultimi anni. Del tutto diverso invece il destino di Ante Ime. Già prima di essere deportato, è attivo nella cerchia di intellettuali parigini militanti «della rue Saint-Benoit», insieme alla moglie Marguerite Duras, agli amici Dionys Mascolo, Maurice Nadeau, Georges Beauchamp e altri, partecipa ai gruppi resistenziali di Mitterrand; è comunista. Fin dal suo ritorno, o per meglio dire, fin dall'attesa del suo ritorno (che Duras rappresenta nelle memorabili pagine de // dolore), il gruppo degli amici più intimi si impegna per cercare di aiutarlo a riprendere la salute fisica e mentale. Al suo rientro a Parigi viene a sapere che la sorella Marie-Louise, alla quale è dedicata La specie umana e sulla cui criptica presenza nel testo tu, Edda, ti interroghi con tanta acutezza, è stata deportata ed è deceduta nel trasporto da Ravensbruck a Copenhagen il giorno dell'armistizio 6 ; si separa da Duras, e successivamente si risposa. La pubblicazione della seconda edizione de La specie umana nel 1957viene acclamata dai
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