t8 ne in termini più evidenti: per interpretare e (ri)narrare le testimonianze occorre quindi focalizzare il più possibile lo specificum dell'Olocausto. Quali sono ad esempio le 'esperienze estreme' che il lager ha sancito in modo incontrovertibile? Potremmo citare soprattutto due. La prima è la riduzione dell'essere umano a pura biologia. "Ero un corpo", afferma Elie Wiesel in La notte (trad. it. Firenze, Giuntina, 19863,p.56); e nel capitolo finale (IX), dopo la liberazione, scrive: "Passavo le mie giornate in totale apatia e con un solo desiderio: mangiare. Non pensavo più a mio padre, né a mia madre" (p. 110). Ma per giungere a questa riduzione estrema devono essere percorsi vari stadi: dapprima si toglie (o si tenta di togliere) ai prigionieri ogni forma di dignità, e dunque ogni forma di etica, tanto che per poter sopravvivere essi giungono a volere il male degli altri. Poi eliminata ogni volontà residua, si arriva a quella che da Bruno Bettelheim è stata definita 'musulmanizzazione', cioè ad una pura esistenza vegetativa. Laseconda esperienza è la consapevolezza di aver vissuto in un mondo dominato dal male in sé, il male radicale (das radikal Bose). Suquesto insiste Jorge Sempnin nel suo La scrittura o la vita (trad. it. Parma, Guancia, 1996). Nel lager, scrive, la morte si vive, diventa l'Erlebnis, e poi si resta nella sua realtà, mentre la vita normale diventa un sogno. L'esperienza è appunto quella del 'male radicale' teorizzato da Kant e da altri filosofi, ed essapare all'inizio non comunicabile, perché invivibile da parte di altri. Per questo, lo stesso Sempnin ha scelto a lungo di non scrivere della sua esperienza, per sopravvivere grazie all'oblio. Da queste due esperienze estreme, una fisica ed una etica, possono deriva- "credereche dentro qualcooa di chi mi ha preceduto potrebbe eooereUlu,rnrio, ma oarebbeouuuiciente a uarmioentire coinvolto, per il oemplice uatto di averlo penoato. Chiunque aoouma queota conoapevolezza, non può ouuggire:deve riconoocereperoecutori e vittime come parte integrante della propria dotazione genetica" re atteggiamenti molto diversi, che però sono riconducibili ancora a due fondamentali. Si può giungere al nichilismo: è questo sostanzialmente l'atteggiamento di Jean Améry, che si trova nell'impossibilità di dimenticare ("chi è stato torturato rimane torturato" secondo Améry, citato in Primo Levi, 1sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 1994(19861),p. _14), e non crede a possibili cambiamenti dell'animo umano. La sopravvivenza è legata allora soltanto alla lucida autoanalisi, all'eliminazione di ogni inganno, nella consapevolezza che nulla può reintegrare l'offesa subita. D'altra parte, può rimanere una volontà di reagire, nell'intento. di spiegare ciò che è accaduto: è l'atteggiamento di Primo Levi nella già citata raccolta di saggi f sommersi e i salvati. Lasua scelta, per lungo tempo, non è stata quella di chiudersi nel ricordo, ma al contrario quella di comunicare, di comprendere e di far comprendere, perché ciò che è avvenuto potrebbe accadere (possiamo dire: è accaduto) di nuovo (cfr. p. 164). Ed è appunto il rapporto con la parola, con la possibilità di raccontare l'Olocausto che qui ci interessa. Sia pure in modi diversi, molti degli scampati al male radicale ritengono giusto narrarlo, e qualcuno pensa che occorra un racconto 'costruito' per riuscire a rendere appieno l'eccezionalità del mondo concentrazionario. Scrive Sempnin: «Soltanto l'artificio di un racconto abilmente condotto riuscirà a trasmettere in parte la verità della testimonianza» (La scrittura o la vita, cit. p.20). Una posizione che si integra con quest'ultima viene espressa in uno dei libri più importanti del dibattito attuale sull'Olocausto, quello di Todorov intitolato Di fronte all'estremo (3). Lo studioso parte dalle testimonianze di tutti i prigionieri dei lager e cerca di appurare quali sono i fattori che consentono di costituire un'etica a partire dall'Olocausto: di fatto, sceglie di raccontare ciò che contraddistingue l'esperienza dei lager, senza fermarsi all'aspetto drammatico ma esteriore. Così facendo egli può ritrovare le tracce di una moralità autentica là dove sembrava non esservi spazio che per i gesti legati alla sopravvivenza. Seè vero che "i lager sono la manifestazione estrema dei regimi totalitari, i quali sono la forma estrema della vita politica moderna" (pag. 276), è anche vero che al loro interno non si genera solo il male, ma anche una possibilità di bene, ossia un'etica capace di riconoscere la sofferenza: in questo senso, il rilievo dato da Robert Antelme (La specie umana, trad. it. Torino, Einaudi, 1969)ad un episodio apparentemente minimo e in realtà inaudito, la stretta di una mano tra un civile tedesco e un deportato, pare giustificato: in quell'episodio può essere simboleggiata ogni forma di solidarietà nelle condizioni estreme. Anche per Todorov, quindi, la comprensione e il dialogo vanno finalizzati ad una nuova etica, che deve
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