Linea d'ombra - anno XV - n. 127 - lug./ago. 1997

mente lo spazio. In un ambiente che sembra una cattedrale romanica non c'è da meravigliarsi se abbia prevalso un certo gigantismo: Marco Bagnoli ha messo una sua colonna al centro di quattro preesistenti per proiettare sopra queste l'ombra di un ricordo manierista (Parmigianino? Pontormo?); Maurizio Mochetti ha gonfiato due giganteschi palloncini incastrandoli tra due campate; pure Julian Schnabel ha tirato fuori cinque quadroni dei suoi piazzandogli davanti due sculture di ferro. In questo contesto, presentarsi con degli acquerelli sarebbe stato probabilmente un suicidio (a meno di non essere grandi pittori, cosa che non è Francesco Clemente, autore di una proposta imbarazzante per pochezza di mezzi e di idee). Quella del gigantismo è una delle critiche mosse alla Biennale celantiana. La dimensione ciclopica, oltre a rappresentare bene l'ego smisurato del creatore, può essere interpretata come segno effettivo di una crisi di proposte dal momento che un forte impatto scenografico può servire a coprire la debolezza del concetto. Tuttavia, tale sovradimensionamento delle arti visive potrebbe essere interpretato come un desiderio di autonomia - magari goffo o impacciato - rispetto ai venticinque pollici del video o a quelli dello schermo del persona[ computer, come anche alle poche dita della pagina scritta e stampata. La cosa terribile della Biennale di Celant è la sostanziale mancanza di curiosità nei confronti di ciò che accade fuori dalla logica dell'arte occidentale, fuori dalla rete di gallerie e musei dei paesi forti. Manca il gusto della ricerca per ciò che è nuovo e questo indipendentemente dall'età di chi lo produce. È una Biennale museale, hanno detto, e a ragione, in moli. È la Biennale di uno, arrivato all'apice della carriera che ama autocelebrarsi. E che ha uno sguardo preferenziale per quel paese, gli Stati Uniti, che l'ha portato sull'altare del Guggenheim Museum newyorkese. Avendo sei mesi a disposizione, Celant è andato sul sicuro. E si è affidato prevalentemente alla vecchia guardia degli anni Sessanta, ai resti dell'arte povera e pop. I senatori hanno vivacchiato oppure miseramente fallito. Ma Tony Cragg è stato grandissimo, così pure Anselm Kiefer. Davanti a Rebecca Horn, poi, te ne freghi se è nota e famosa: la sua installazione di rovine emoziona sempre. Nonostante tutto la Biennale di Celant è meglio delle ultime due. Anche perché ciò che non manca a Celant, e ai suoi collaboratori, è la capacità di mettere perfettamente in moto la macchina organizzativa e di allestire le mostre. Il grande quadro di Kiefer lo vedi prima attraverso una porta, che te ne ritaglia un brano, e poi ti esplode davanti quando sei entrato nella stanza. Perfetta anche la collocazione dei due specchi di Reiner Ruthenbeck che ti incastra nelle sue diagonali. È buona l'idea di relegare in una buia cantina la macelleria di Marina Abramovic (anche Tarantino aveva messo negli inferi di un negozio lo scannatoio di Pulp Fiction) per collocare al piano superiore le delicate campiture cromatiche di una fuori quota come l'ottantacinquenne Agnes Martin. Felice è stata la proposta di ridurre a tre presenze, ma con sette sale a disposizione, la compagine del padiglione Italia 1: buona 8 anche l'idea di invitare i tre artisti a lavorare insieme. Peccato che Cattelan, Cucchi e Spalleti hanno viaggiato ognuno per suo conto senza saper rinunciare ognuno alla sua cara e fedele cifra stilistica. Del resto è assai improbabile ottenere un accordo - di quelli che esistevano all'interno delle botteghe rinascimentali - tra persone abituate a lavorare individualmente, e su se stesse. Anche l'idea di un'osmosi tra "Futuro Presente Passato" non sta in piedi. Quest'atmosfera di fine secolo induce molti a leggere sullo stesso piano le opere delle avanguardie storiche con la ricerca successiva e quella attuale: un secolo ricompattato grazie a immaginari nessi formali e poetici, tra l'inizio e la fine. Ma il nostro è un secolo fatto di fratture più che di fluidità. E poi mi dici che possiamo avere in comune noi opulenti trentenni occidentali, noi che la guerra la vediamo sulla Cnn o, a puntate, su "Panorama", con chi tra le macerie del Novecento è cresciuto. CarloAlbertoBucci

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