ascoltare Molteplici sono le 'occasioni' (nel senso goethiano-montaliano) che generano il cortocircuito: una pura constatazione dei bisogni della comunicazione ("Intorno a noi c'è uno spazio murato anche linguistico perché non conosciamo il tedesco") fa comprendere l'assoluta impotenza di chi, nei lager, non riusciva a capire: "Sapere il tedesco era la vita[. ..] I compagni italiani[. ..] stavamo annegando a uno a uno nel mare tempestoso del non-capire: non intendevamo gli ordini, ricevevamo schiaffi e calci senzacomprenderne il perché" (Primo Levi, citato a p.36). Altre volte lo stimolo è ancora più sottile: la vista di alcune scritte, identiche a quelle dei tempi del nazismo, induce a ripensare alla 'normalità' dei capi nazisti come Eichmann, che erano puramente esecutivi, capaci di consolarsi con pure frasi vuote, come scrive Hannah Arendt (cfr. p.85). A volte, infine una semplice analogia psicologica fra i sentimenti dell'autore e quelli espressi da uno dei sopravvissuti giustifica la citazione di un passo, che viene come 'incorniciato' e rimotivato dal contesto (si veda ad esempio il modo in cui viene inserita, a pp. 41-2,una terribile dichiarazione di Robert Antelme). Inevitabilmente, questo pellegrinaggio-itinerarium diventa anche l'occasione per riflettere sul fare letterario nella contemporaneità. Dapprima Affinati stigmatizza la separazione dell'artista novecentesco della vita attiva, ossia la preminenza data alla coscienza sulla realtà (cfr. pp. 81-2);poi, dopo aver parlato della distruzione dell'interiorità individuale nei lager, tenendo conto fra l'altro delle riflessioni di Jean Améry, Tzvetan Todorov e Giorgio Agamben, l'autore giunge a chiedersi ragione della sorte di molti scrittori del Novecento, spintisi sino al suicidio. Si deve insomma dare conto di un atteggiamento estremo, sia che lo si voglia interpretare in senso puramente esistenziale, sia in senso anche etico: ''La prospettiva secondo cui il disastro del Novecento poggia sulle spalle dei suicidi, come se molti di loro avessero assunto - lo abbiano saputo oppure no - la funzione di capro espiatorio nel tempo dei massacri, degli stermini, dei genocidi e delle prove atomiche, mi ronza nella testa come un moscone impazzito contro il vetro: la trovo ideologica e quindi errata. Alvarez (Alfred, Il dio selvaggio, Milano, "PaMavo le mie giornate in totale apatia e con un oolo deoiderio: mangiare. Non penoavo più a mio padre, né a mia madre" Rizzoli, 1975)però la enuncia in modo tale da renderla efficace: "Quella consapevolezza di una morte onnipresente, arbitraria - che colpisce come una peste medievale sia il giusto che l'ingiusto, senzamotivo o preavviso - è, a mio parere, uno dei punti centrali della nostra esperienza del ventesimo secolo" (p.1,c;). È dentro Auschwitz che vengono sintetizzate le risposte più forti sulle domande sorte durante l'itinerarium: il lager rappresenta un ritorno tecnologico della preistoria (cfr. p.168),e proprio qui hanno un senso le questioni fondamentali, su Dio e sul nulla. Ci si rende conto che le norme razionali non bastano a salvaguardare lo spazio sacro dell'individuo, e che occorre resistere alla violenza utilizzando quel frammento spirituale che affonda le sue radici nel nostro patrimonio ancestrale, nella volontà di sopravvivenza che non viene mai meno nel bosco biologico della specie (cfr. pp. 159-62).Eci si rende anche conto che le voci dei superstiti, che affollano le pagine finali.di questo libro, sono il segno di una vicinanza appunto genetica: «credere che dentro di me abiti qualcosa di chi mi ha preceduto potrebbe essere illusorio, ma sarebbe sufficiente a farmi sentire coinvolto, per il semplice fatto di averlo pensato. Chiunque assumaquesta consapevolezza, non può sfuggire: deve riconoscere persecutori e vittime come parte integrante della propria dotazione genetica» (p. 176).Per questo Auschwitz può diventare "il corpo del Novecento, il campo del sangue, il vero giardino di pietra del tempo che abbiamo vissuto" (p. 179)(2) L'itinerario di Affinati appare dunque come un percorso fatto "per trovare le ragioni del ritorno" (p. 95). Sequesto vale per tutte le rivisitazioni non superficiali del mondo concentrazionario, il problema da cui eravamo partiti si po-
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