Linea d'ombra - anno XV - n. 127 - lug./ago. 1997

asco t.,are cri1ca messi da altri, appaiono così atroci da contaminare l'intera specie umana; ma anche un sentimento più personale e specifico, legato alla certezza che la sopravvivenza propria è stata scontata dalla morte altrui. Da qui il paradossale bisogno delle vittime di giustificarsi: il senso di colpa dei superstiti per non essere morti anche loro. Alla vergogna dei sopravvissuti si collegano strettamente le pagine sulla "zona grigia", cioè le riflessioni dedicate alla massiccia, decisiva cooperazione delle vittime all'oppressione e allo sterminio: ai perseguitati che hanno cercato scampo alla persecuzione nel farsi a propria volta persecutori. E, sia detto per inciso, speriamo (non solo per motivi linguistici !) che la pregnanza della metafora leviana non venga logorata dall'uso improprio che già ne viene fatto talora: la "zona grigia" non designa infatti la massadegli ignavi, coloro che non hanno il coraggio di scegliere, ma coloro che incarnano contemporaneamente due ruoli opposti. li vecchio motto latino mors tua, vita mea, così anodino sui calepini d'ogni epoca, trova nel Lager una inattesa, bruciante conferma. Ma, questo è il punto: nel Lager solo? Quanto siamo pronti a tollerare l'idea che il principio darwiniano della selezione dei più adatti possa equivalere nel modo umano a una "selekcja" contraria o estranea ad ogni valore morale? Senon si temesse di cadere nella retorica, verrebbe da concludere che tutti, senza distinzione, siamo in certo senso sopravvissuti ad Auschwitz: che siamo tutti (parafrasando un titolo di Steiner) "una specie di sopravvissuti". Così come siamo sopravvissuti e sopravviviamo, mutatis mutandis, alla Bosnia, al Ruanda, e a quant'altro: senza nostro merito; senza alcuna garanzia d'essere immuni da responsabilità, sia pur indirette; e con qualcosa di più d'un sospetto di aver tratto e di trarre sistematicamente beneficio dalla sciagure altrui. Non sarebbe però conclusione adeguata a un discorso su uno scrittore quale Primo Levi, dedito per tutta la vita a un'acuta, intrepida indagine della natura umana: attività che in lui precede la funzione testimoniale, la rende possibile, e la oltrepassa. Converrà invece soffermarsi su un altro elemento, cioè sulla convergenza di due istanze complementari (ancorché apparentemente opposte) della sua opera: una profetica e una conoscitiva. L'istanza profetica è ben riassunta dall'espressione "mala novella", che occorre nel quarto capitolo di Se questo è un uomo (Ka-Be), "la mala novella di quanto, ad Auschwitz, è bastato animo all'uomo di fare dell'uomo". Le memorie leviane del Lager 6i pre6entano come un contro-vangelo: come l'annunzio, anziché della riconqui6tata benignità d'un Dio tra6cendente, della documentata, comprovata nequizia di cui l'uomo 6i è rivelato capace. Le porte del paradi6o 6ono di nuovo aperte, proclamavano gli evangeliMi; l 'uomo ha realizzato l 'interno 6U que6ta terra, certiUica l'autobiograuo. Di qui l'altro monito "meditate che que6to è 6tato" della poe6ia iniziale. Ciò che è 6 tato, non 6i cancella; ciò che è 6tato, to66~ pure yna volta 60la, 6l puo npetere. Equi interviene la vera peculiarità di Levi, lo scatto intellettuale che ce lo rende, anche oggi, necessario. Dai tetri protocolli di Auschwitz egli non ricava una morale rinunciataria o disperata, né deduce conseguenzedi tipo metafisico, fatalistico o spiritualistico. Al contrario: tutte le questioni rimangono più aperte che mai. Scienziato di formazione, fedele a una visione delle cose laica e razionalista, egli non cessadi osservare, di analizzare lucidamente i dati dell'esperienza, di riflettere diffidando delle conclusioni frettolose, delle semplificazioni, delle generalizzazioni; e se addita limiti e condizionamenti delle nostre facoltà intellettuali, è solo per renderne più efficace l'esercizio. Lungi dal rimandare a verità assolute e definitive, la profezia, in tutta la sua gravità, non fa che incentivare la disposizione al rigore logico e alla cautela sperimentale. Le memorie, scaturite da un'esperienza estrema in forma di sfogo liberatorio e di memento, si traducono così in una sorta di memorandum, o meglio ancora, di anamnesi. Nella storia del genere •·· umano, ammonisce Levi, c'è stata anche .v questa patologia. Può darsi che in avvenire dia luogo a recidive, e può darsi di no. Meglio, certo, non illudersi che i germi siano stati debellati; con ogni probabilità covano ancora all'interno del nostro organismo. Etuttavia l'avvenire resta nelle nostre mani. Dipenderà da noi: da quello che avremo saputo nel frattempo ricordare, comprendere, imparare su noi stessi e sul modo che abbiamo costruito. Un messaggio,questo, che sarà opportuno tenere in evidenza, fra i promemoria per il prossimo millennio. Primo Levi ci ha lasciato, oltre alla registrazione di una serie di eventi che non bisogna dimenticare, un laboratorio di ricerca che è nostro compito tenere aperto.

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