Linea d'ombra - anno XV - n. 127 - lug./ago. 1997

si registra di questi tempi: l'esigenza di ripensare le tragiche vicende che hanno presieduto alla sua nascita come scrittore. Siamo in presenza, se non m'inganno, di un passaggiostorico: invecchiati o defunti molti dei testimoni diretti dell'Olocausto, presso le generazioni successivesi va diffondendo la necessità di confrontarsi con quell'evento, di interrogarsi su che cosa abbia significato e che cosa possa significare per i posteri. Difficile trovare una spiegazione esauriente per questa coincidenza. In parte dipenderà dal calendario, con il volgere ormai imminente del secolo e la conseguente necessità di stenderne un bilancio consuntivo; in parte, come sempre accade, dell'autonomo decorso di interessi personali odi occasioni biografiche: si vedano, ad esempio, i ricordi familiari che evoca Eraldo Affinati in limine all'intenso resoconto del suo pellegrinaggio ad Auschwitz (Campo del sangue, Mondadori). Tuttavia è notevole che proprio mentre l'avvento della tecnologia informatica attira l'attenzione sulla co- • siddetta "realtà virtuale" si avverta il bisogno di misurarsi con qualcosa che, semplicemente e orribilmente, come ammoniva Levi, é stato: e non per coltivare una memoria svilita a rituale, o per conservare le vestigia del passato - cosa, peraltro, indispensabile - bensì per affrontare meno disarmati il futuro. A mio avviso esistono tre principali ordini di riflessione morale circa il tentativo nazista di genocidio (la Shoah, secondo la denominazione ebraica). li primo riguarda l'atroce quantità di sofferenze inflitte a un numero atrocemente elevato di persone. È un dato di fatto insieme terribile e banale: terribile, nella sua banalità, ma anche banale nella sua oggettiva consistenza, e cr1t1ca tale da suggerire valutazioni e confronti soprattutto d'ordine storico (la Cambogiadi Poi Pot, i tanti massacri della recente storia africana, le stragi di armeni perpetrate dai turchi all'inizio del secolo). Cinque o sei milioni di vite distrutte costituiscono una quantità di dolore spaventosa, e, in certo senso, incommensurabile. Possiamo immaginarci l'uccisione di cento esseri umani, di mille, duemila: ma le centinaia di migliaia, e ancora più i milioni, sfidano le nostre capacità di emozione: il solo impegno di figurarsi certe grandezzenumeriche basta a occupare la mente per intero. li secondo è il progetto sottostante a quella quantità di dolore, ossia la fredda volontà di tormentare e distruggere, la razionale programmazione e la realizzazione operativa dello sterminio. Questo aspetto della Shoah, tristemente noto, è sempre apparso ancora più terribile del precedente. Se desta raccapriccio d'idea d'una carneficina a colpi di machete che non risparmia gli inermi, le donne, i vecchi, i bambini, l'idea di prelevare inermi donne Vf:CChibambini, ammassarli in un vagone piombato, sottoporli a un viaggio infernale e sopprimerli all'arrivo (sempre che non siano già morti nel frattempo), implica il concorso di aberrazioni mentali (il plurale è d'obbligo) di stampo diverso, molto più terrificanti di un'esplosione di brutalità, per quanto cieca e selvaggia. Davvero non avevano torto gli antichi a ritenere tanto più gravi le colpe, quanto più largamente coinvolgevano le facoltà umane: e giustamente l'oltretomba dantesco riservava ai peccati di raziocinio (frode e tradimento) i due cerchi infimi del pozzo infernale. Qui la nostra capacità di comprendere è non solo chiamata in causa, ma messaa dura prova. Alla difficoltà di ricostruire i perversi meccanismi che hanno reso possibile il concepimento di un'organizzazione così mostruosa s'accompagna infatti il disagio di sminuire, attraverso lo stesso sforzo della comprensione, quello mostruosità. È vero, il male s'annida, s'acquatta, trova esca in tanti atteggiamenti della vita che chiamiamo normale. Ma il confine tra il riconoscimento della banalità del male e la sua banalizzazione è labile: come si usa dire, tout comprendre, c'est tout pardonner. li bisogno di capire urta insomma contro l'impulso all'esecrazione; anche per questo, nessuna spiegazione ci parrebbe mai esauriente. D'altra parte, nulla di più negativo che rassegnarsi all'idea d'una inesplicabile, irrelata epifania d'un Male assoluto. Auschwitz, in tutta la sua assurda ferocia, appartiene alla sfera dell'uomo: come tale va indagata e interpretata, pur nell'impossibilità di pervenire a conclusioni ultimative (che non potrebbero non risultare ipocrite e rassicuranti). Ma esiste un terzo aspetto della Shoah, se possibile ancora più conturbante e attuale, che proprio in Primo Levi ha trovato uno dei diagnosti più lucidi. Mi riferisco a quella singolare forma di angoscia dei superstiti del Lager descritta nelle prime pagine della Tregua e poi più partitamente presa in esame ne / sommersi e i salvati: la vergogna di essere sopravvissuti. Anziché sollievo, uscire vivi da Auschwitz ha comportato (le testimonianze in merito sono numerose) una sofferenza ulteriore, nella quale entrava un senso, più che di pudore o ritegno, di rimorso, Enon solo di rimorso, diciamo così, per conto terzi, quale il disagio del giusto costretto a testimoniare con la sua stessa presenza orrori che, pur com-

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