Linea d'ombra - anno XV - n. 127 - lug./ago. 1997

asco. t . 1nterv1sta -•---<-+--<·--+--+-+-. • :J·t-E~:-~:-: * fH·-.--•·· intii6te, "torniamo ai uatti", "que6ti 60no i uatti", ripete altrove. Sembrano, queMi "uatti", un preteMo, un tiupporto più o meno etiile che ua ticattare la molla della narrazione. I conti con la realtà rimangono comunque tiempre in tiotipetio. I conti con la realtà, se si sospendono in qualche momento, è proprio nel testo: se cadono per un attimo è solo nella formulazione delle ipotesi del testo, che peraltro non vuole definire nulla in assoluto, perché infine il conto rimane aperto. In origine c'era perfino l'idea di far votare il pubblico e mettere in scena uno dei due finali a secondo della risposta: "assolta" o "condannata". Questa mobilità dei fatti, questo tentativo di farli posare, mi pare l'essenza del lavoro della scrittura. Poi naturalmente i fatti non si fermano mai e ogni testo diventa provvisorio. Si parla di cotie perdute per poi allontanartii di nuovo. per divagare ancora. Si va a toccare il centro. il dito nella uerita, per poi riprendere la tierie delle contiiderazioni. L'andamento della ticrittura ritiulta in tal modo concitato. tiembra auuidartii a certi meccanitimi dell'immediatezza, t. il wliloquio di una coticienza che tii allarga in onde concentriche. dove un centro però tii perde di continuo. uortie non etiiMe. Sento due tentiioni nella ticrittura: una alla velocità. all 'immediatezza, e l'altra al controllo. alla mitiura. C'è qualche abbandono "viticerale" nella Sua lingua? È un po' come se cercassi di dare l'impressione che ci sia, questo abbandono viscerale, e che ci sia un "parlato" ripreso dal vero. Ma qui torna utile proprio Céline, il quale diceva che nulla è più difficile di rendere un "parlato". Céline ci ricorda che esiste un lungo artificio attraverso cui si può dare l'illusione che - ~:~·-·J_·_-~~--~---·:1------ ' ' ~--i-+-1--r----~ ~+-HH-+-l-+-l-llfl....+-+7~fii~ l_j_~--~-~ -~-i-: un parlato sia vero. Se invece lo inseriamo, tale e quale, nella narrazione, andiamo incontro a esisti disastrosi. Proviamo a mettere, dice sempre Céline, un bastone in un recipiente d'acqua: sevogliamo che appaia diritto, dobbiamo stortarlo. Quella che indicavi come un'alternativa, quel lavoro sullo stile, torna proprio per dare l'impressione di questo parlato. Sto traducendo, sempre per Andrée Ruth Shammah, il "Re Lear", e con questo testo ti accorgi che la speranza teatrale di Shakespeare sta nel costruire un artificio eccelso che dia l'impressione di una lingua diretta. Traducendo, vedi tutto ciò dal di dentro, vedi proprio i meccanismi. A propotiito del lavoro tiullo Mile, quindi anche dell'artibicio attravertio cui giungere all'immediatezza, vorrei chiederle qualche impreMione tiulla giovane narrativa. Mi sembra che ci sia, forse più che negli anni passati un certo numero di giovani scrittori che fanno un lavoro interessante. Il problema è che non ci si ;l!----1-!-+-+~--1--1a., :, .o .!!' '"6ii ~ o t:: a., • .D <( 'i3 o ~ rende conto di come la ricostruzione del "parlato", dell'immediatezza della lingua, esiga un lavoro molto superiore rispetto a quello di chi accetta certi impianti canonici della retorica. È un lavoro difficilissimo, e a volte hai l'impressione che questa difficoltà non sia valutata, determinando l'introduzione, tanto per sostenere un po' questa eccessiva leggerezza, di note patetiche che disturbano. Patetico nero e rosa alla fine diventa lo stesso. Ci si illude che conoscendo un certo tipo di realtà, parlando il gergo del gruppo in questione, riprodurlo sia cosa fatta. È troppo comodo .. La metiw in ticena de "La depotiizione" è titata opera di Andrée Ruth Shammah. che ne ha curato la regia. con l'interpretazione di Anna Nosara. Lei non ha mai interuerito nello tipettacolo? No, minimamente, perché penso davvero che alla fine lo spettacolo sia una cosa ben distinta dallo scrivere un testo. O lo mette in scena l'autore, che si trasforma e diventa anche regista - trovia-

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