Linea d'ombra - anno XV - n. 127 - lug./ago. 1997

talenti. Non vorrei dare un'impressione idilliaca della vita letteraria americana, che non è idilliaca affatto. Ci vennero raccontate anche efferatezze commesse da agenti senzascrupoli ai danni di questo o quell'autore, e del resto bastava guardarsi in giro per individuare tra gli istruttori alcuni scrittori giovani molto "figli di qualcuno", che non avevano dovuto fare nessuna gavetta per pubblicare con una casaeditrice importante. Ma vi era, da parte di tutti, una fondamentale accettazione delle regole del gioco che stemperava frustrazioni e angosce e faceva sentire uniti, se pur temporaneamente e con qualche buona dose di illusione, nella comune passione per il leggere e lo scrivere. Epoi c'era il lavoro in classe. I nostri giudizi reciproci erano partiti da una indulgenza iniziale (avevamo scritto lettere editoriali "come uno sogna di riceverle", ci aveva detto Margaret) per diventare sempre più critici col passare dei giorni. Margaret e Graeme, dal canto loro, erano invece indulgenti e comprensivi, efficienti, puntuali, dotati di una pazienza infinita anche con la preside appena divorziata che non riusciva a trovare un possibile seguito ai primi due confusissimi capitoli del suo giallo, e prodighi di suggerimenti e consigli di lettura. L'ex ministro aveva il problema di caratterizzare il cattivo della sua storia, un ex partigiano francese che si era dato al traffico di droga. Margaret gli suggerì di leggere attentamente il Paradiso perduto di Mii ton e di trarre qualche idea dalla figura di Satana. Lamadre di famiglia di Oshawaera incerta sulle motivazioni che spingevano al divorzio il suo operaio in pensione, e Margaret le suggerì di ampliare un accenno di scena erotica che trovava insoddisfacente. Un giorno ci portò in classe il manoscritto appena finito del suo ultimo romanzo, TheRobber Bride, e ci spiegò la struttura speculare dei capitoli ("La struttura c'est mot, ci disse). Gli interventi di Graeme erano meno tecnici, ma altrettanto puntuali. 'la maniera migliore di cominciare una storia", ci disse. "è di presentare un protagonista, fin dall'inizio, sotto un'enorme pressione fisica o psicologica. Queste cattura subito l'attenzione." Venne l'ultimo giorno, e come alla fine di una seduta di autocoscienza ognuno riassunse davanti agli altri quello che pensava di avere imparato, ringraziò i colleghi e gli istruttori per la loro collaborazione e la loro pazienza, e concluse con la promessa di rivedersi magari l'anno dopo. E in effetti noi del corso continuammo a vederci, di tre mesi in tre mesi e per un paio d'anni, scambiandqci racconti, capitoli di romanzi e lunghe lettere in cui ci commentavamo e ci criticavamo con urbanità ma anche con decisione. Imparai tutto sulla vita quotidiana della classe operaia di Oshawa, e sulla frustrazione degli scrittori polacchi in esilio e dimenticati in patria. Certamente, il tipo di approccio critico che si forma nei corsi di scrittura creativa ha i suoi limiti, soprattutto quello di accontentarsi di un certo realismo cocciuto. Si suppone che ogni racconto o romanzo sia chiaro e comprensibile, presenti personaggi realistici e dalle motivazioni condivisibili, e lo spazio per le idiosincrasie individuali è limitato. Molti classici del Novecento non passerebbero l'esame di un corso di creative writing, ma nessuno si aspetta che una forte personalità abbia bisogno della Humber School of Writing. I corsi di scrittura creativa non sono che la polisportiva della letteratura, ma chi negherà i meriti delle polisportive? Due anni dopo mi trasferii e persi i contatti con il gruppo, non so se si ritrovano ancora. Pochi mesi fa ho rivisto Margaret e Graeme nella più imponente libreria di New York, la Barnes [i Noble di Union Square. Margaret firmava mucchi di copie del suo ultimo romanzo, L'altra Grace. Graeme, abituato al suo ruolo di principe consorte, girovagava tra i libri. Sì,stava lavorando a un nuovo romanzo, mi disse, ma non era soddisfatto. La prima versione, come al solito, l'aveva buttata via. Dissi a Margaret che stavo insegnando un corso di composizione in italiano alla New York University in cui adoperavo alcuni dei trucchi che avevo imparato da lei. "Beh, forse non riusciamo a insegnare a scrivere," commentò, "ma almeno insegnamo a insegnare."

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