stage. Non avevano nessuna speranza né di finirlo né di pubblicarlo, ma avevano la soddisfazione di conoscere da vicino i maggiori scrittori del momento e di farsi leggere e commentare da loro, sempre in toni estremamente cortesi e senza rischiare indifferenze o stroncature. Seavessero pubblicato il loro libro con una piccola casa editrice, magari assumendosene i costi, avrebbero speso di più, e con l'unico risultato di vedere il loro libro andare al macero dopo un anno o due. Meglio pagare per far leggere il manoscritto a Richard Ford o a Russell Banks e commentare con i compagni di classe i suggerimenti ricevuti, con l'esperienza di chi ne aveva già sentiti tanti da poterli confrontare tra loro. Non erano solo gli istruttori a giudicare le prove degli studenti, ma erano gli studenti a giudicare, ormai da esperti, il modo in cui gli istruttori li criticavano. Era un'umanità comune, impiegatizia e pensionata, caratterizzata da un'alta presenza di capiufficio del terziario e da signore anziane in pantaloni e scarpe da tennis bianche. La signora anziana in pantaloni e scarpe da tennis bianche è una figura temibile; ha visto tutto, viaggiato ovunque, allevato cinque figli, congedato due o tre mariti, è molto religiosa ma pochissimo pia - i suoi giudizi ti tagliano in due - e con lei anche un premio Nobel deve stare attento a come parla. Ma sia lei che i capiufficio, sia le insegnanti di inglese che gli avvocati ex ministri, per quella settimana allo Humber College, e suppongo anche in altre decine di corsi di scrittura creativi sparsi nel continente americano, formavano una comunità felice. Felice di leggere e di scrivere, felice di conoscere scrittori, di andare a pranzo con loro, di sollecitare giudizi e farsi raccontare pettegolezzi SteveShipman/Contrasto letterari. È difficile da credere, ma nell'arco di una settimana non ho sentito una sola persona lamentarsi del fatto che la gente non legge più, che il mondo letterario è una mafia o che le case editrici sarebbero da bruciare. Forse uno non paga un milione per andare a lamentarsi; forse in America, dopotutto, un mercato c'è, e le speranze di pubblicare e farsi leggere sembrano meno infondate. Ma è soprattutto l'approccio democratico alla scrittura (devo insistere su questo termine) a disinnescare il risentimento. Ad esempio, gli editors della Random House o della McClelland u Stewart (la più importante publishing house canadese), che vennero come da programma (nessuna defezione), non si [ra un romanzo operimentale in cui non oi oapeva chi oteooe parlando a chi perché i peroonaggi non avevano un nome o ne avevano molti. O almeno, uummo noi a concludere che era un romanzo operimentale e che quello era il motivo per cui non ci oi capiva niente, perché lei penoava di aver ocritto una cooa normale. La rasazza robuo ta e dall aria oveglia aveva ocritto un racconto in cui padre e higlio, entrambi medici, andavano a vedere i leoni marini oulla opiaggia del lago Huron. trincerarono dietro nessuna autorità offesa o nessuna geremiade sul fatto che tutti scrivono. Spiegarono tranquillamente che era materialmente impossibile per loro leggere tutti i manoscritti che ricevevano (la slush pile, pila di melma, come si dice in gergo editoriale) e che quindi uno scrittore esordiente doveva pubblicare i suoi primi libri con una piccola casa editrice prima di potersi presentare con un portfolio adeguato a un buon agente, che avrebbe visto se era il caso di sottoporre il suo ultimo lavoro a un grosso editore. Aggiunsero che tenevano d'occhio la produzione delle piccole case editrici e delle riviste letterarie di tendenza, e le consideravano il loro serbatorio di
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