... mi ii<S<Savapieno, d'odio, per uno o due <Secondi. .. -~ z "' .N ("' '-" " t: :::, :s: 0 i..-"""-"-..C...::"------'--~~--....11e....- Tutto il &angue del gallo, tutta La &ua anima e nella te&ta, con Lacre&ta ancora più ro&&a, inun odio, per incapacità dell'anima di rimanere costretta in quel piccolo corpo. Alla fine del canto, dopo aver rivolto lo sguardo qua e la. con improvvise frecciate velenose, con la cresta tremula. mi fissava, pieno d'odio, per uno o due secondi. Eguai a me se non avessi amato il suo canto! Ma nei miei occhi trovava soltanto devozione. Ero affascinato anche dalla dignità stupenda delle sue gambe rinsecchite, un vecchissimo stivale perfettamente incollato ad ogni nervo. E le grinfie, le unghie, gli artigli, sempre con l'ansia di reggere la terra intera sotto le zampe, di non lasciarla cadere! Immaginavo (immagino ora) che quell'odio non fosse altro che lo sconforto irrimediabile di tanta grandezza condannata per sempre alle pene di un volume ridicolo. di un formato stravagante, disarmonico, di una figura impagliata da circo. li gallo lo sapeva: ora ne sono certo. Non so quanto durò la mia passione. M'è rimasta un'immagine: io da questo lato della rete, incantato. Forse già traspariva nella mia faccia la tristezza dell'ingratitudine, forse mi ostinavo a visitare il gallo solo nella speranza che un giorno sarei riuscito ad addolcire quella malvagità, a strappare quella maschera, scoprire sotto le penne un bambino spaventato, come me. Era una proposta di amicizia che poteva aspettare. Ma la mia dipendenza spirituale da quel titano dalla cresta cadente stava diventando così forte che la famiglia prese provvedimenti. Mentre io amavo il mio gallo loro tramavano. Bisognava salvarmi dai perfidi artigli di quel gallo che neppure ricambiava il mio amore. Tramavano una cospirazione magnifica, e quando vidi mio padre stagliarsi sulla porta della cucina e marciare nel cortile fino al gallinaio, dove io stazionavo, in adorazione, capii immediatamente che nei suoi gesti, nei suoi sorrisi e nelle sue parole, nel suo passo cadenzato si nascondeva la premeditata orchestrazione di un preciso rituale. Dall'attrazione per il gallo passai a quella di mio padre, ancora prima di poter collegare una cosa (il gallo) all'altra (mio padre). "Vai nel gallinaio?". Rise ed entrò. lo infilai le dita nelle maglie della rete e vidi quello che dev'essere stato il più grande spettacolo della mia vita, la lotta magistrale di due eroi, il gallo e mio padre, in mezzo a una carneficina di galline terrorizzate. Fino a quel momento ero stato completamente assorbito dalla grandezza stessa della lotta, senza pensare - guardavo soltanto. li gallo fece un graffio spaventoso a mio padre e in fondo al mio stupore c'era un'ammirazione per quella furia scatenata e grandiosa. a difesa della sua dignità. Alla fine, quando mio padre finalmente riuscì ad agguantare il gallo per il collo, con le mani insanguinate e la camicia a brandelli (e il gallo ancora si agitava furiosamente, sull'orlo della morte) guardai l'uomo: aveva negli occhi esattamente lo stesso odio del gallo, ma meno grandezza. Un odio stupido quanto quello del gallo, ma senza le giustificazioni di quello. o almeno non me ne rendevo conto. Ammutolii. Mio padre lo scossecon rabbia - "eccolo qua questo maledetto figlio di puttana" ed uscì dal gallinaio. Lo seguii, scoprendo che al di là del rituale c'era una cospirazione punitiva, la cui vittima. più che il gallo, ero io. Non me lo dimentico: "ora ti insegno come si ammazzaun gallo senzasprecare il sangue". Non pensai al sanguinaccio ma a qualcosa di vertiginoso che i miei cinque anni non erano in grado di localizzare. Entrammo nel pollaio, mio padre avanti, col gallo che di tanto di tanto era scosso da sussulti soffocati dalle dita di ferro, e io dietro che lo vedevo morire. Non piansi neppure. Mio padre strappò le penne dal collo del gallo, così, a secco. lo mise sopra un tronco mozzo e con mani da maestro - io non staccavo gli occhi - gli mise uri coltello nella vena e il sangue spillò dentro una bacinella smaltata. li gallo morì lentamente. Quella sera mia madre mise in tavola il piatto col lesso. Quando tolse il coperchio riconobbi, sotto il vapore, ammonticchiati nel liquido color ruggine, i resti del mio gallo. Mio padre parlava di qualcosa con mio fratello, e ridevamo e anche mia madre commentava qualcosa, senza ridere. Mi ricordo che mi prepararono il piatto: riso. fagioli neri, uovo fritto sopra, patatine, grano, due foglie di lattuga (che gli fa bene, disse mia madre) e un pezzo del gallo, un pezzo ragionevole, di carne scura, che in una situazione normale sarebbe finito nel piatto di mio padre. Nel ricordo successivo corro verso il bagno, ma vomito nel corridoio, e comincio a piangere - sembra che volessi scappare. Ricordo chiaramente la voce di mia madre: 'l'avevo detto che questo bambino non sta bene! L'avevo detto, io!". Tradu;zione di Maria Baiocchi
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