• u 1racConlol Portogheoe all'Univeroità Federal do Paranà. Ha pubblicato tra gli altri romanzi "Il trapo", "Una noite em Curitaba" "A oua vida de do vento" "O tantaoma da intancia" Cri6 tovdo Tezza rmaaco rr I ricordo più ~ntico della mia vita risale ai quattro o cinque anni. Eun gallo bianco dalla cresta sanguinolenta e mezzacadente, come di chi torni dalla guerra. Aveva gli occhi bellissimi quel gallo della mia infanzia, vuoti e acquosi e perennemente infuriati. Il gallo mi affascinava. Passavoore nel cortile di casa a guardare il mio gallo. Non so più cosa pensa un bambino o come pensa. Non so neppure cosa potesse significare un gallo per un bambino innocente - ammesso che una cosa del genere esista. Ma non posso dimenticarmi la mia passione. Un'ammirazione legittima per la sua grandezza, senza nessuna traccia d'invidia - solo ammirazione. lo guardavo il gallo e il gallo, di tanto in tanto, guardava me, furente. Ho un vago ricordo del fatto che, se all'inizio mi era apertamente ostile, col tempo, minacciando di uscire dalla rete metallica con degli attacchi isterici di odio, finì per accettarmi. Conservava la rabbia, ma come riconoscendo in me solo un nemico inoffensivo. Nel frattempo - e credo che fosse quella la cosa che più mi impressionava - non allentava mai la guardia del suo odio. Sedecidevo di buttargli qualche chicco di granoturco, come in una corte discreta, una proposta di pace, prima di attaccare il granoturco, marciava contro di me, assoluto, arrogante, con un orgoglio immenso quanto stupido. Solo con la mia capitolazione, con la mia ritirata - io morivo di paura del gallo che amavo - solo allora avanzava verso il granoturco e le galline che avevano il coraggio di avvicinarglisi. Insomma: un re. E il canto, il canto indimenticabile di quel gallo stupido e sovrano nella sua imbecillità autosufficiente! li canto mi affascinava. Lui saliva nei suoi rifugi sporchi di sterco, in quelli più alti, arruffava le ali bianche in un furore da megalomane, si guardava alle spalle, col collo che si allungava al limite delle ossa, dei muscoli e delle penne, ridicoli, grandioso, e sperava quel suo prolungato canto in falsetto, con la pappagorgia che gli si riempiva di vento, tutto arruffato, nell'emozione vera della sua grandezza! Tutto il sangue del gallo, tutta la sua anima ribolliva nella gola e nella testa, con la cresta ancora più rossa, in un rubo crescente. E,dopo il numero, gli occhi si facevano ancora più furiosi, scrutando alle spalle, cercando di indovinare, nelle circonvoluzioni minuscole del suo cervello, il più lieve accento di ironia contro il suo spettacolo. Ese fosse arrivato col suo grossolano meccanismo mentale alla conclusione che ridevano di lui, che il suo canto non provocava altro che lo schermo del mondo? Sicuramente sarebbe morto, inerme contro il nemico: sarebbe morto nell'esplosione del suo
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