altro che ballare sulle punte con le braccia a cerchio sopra la testa e fare dei saltelli a piedi uniti come una perfetta imbecille, soltanto perché mia madre e mio padre potessero venire ad applaudirmi vestiti della festa. Esì che loro sanno fare di meglio che incoraggiare questo tipo di scemenze. lo non sono una fragola. Non ballo sulle punte. lo corro. Questo è quello che sono veramente. Cosìarrivo sempre tardi al May Day, giusto in tempo per farmi spillare il numero e sdraiarmi sull'erba fino a quando annunciano la gara dei cinquanta metri. Metto Raymond sulle altalene dei piccoli che già quest'anno gli vanno strette e l'anno prossimo sarà impossibile mettercelo sopra. Poi cerco Mr. Pearson, quello che attacca i numeri. In realtà, se proprio volete saperlo, sto cercando Gretchen, ma non è in giro. li parco è pieno di gente. Genitori con cappelli, corpetti e fazzoletti che spuntano dai taschini. Bambini con vestiti bianchi e completi azzurri. Gli spettatori aprono le sedie e cacciano via i ragazzini chiassosi di Lenox Avenue come se non avessero il diritto di stare lì. I ragazzi grandi, appoggiati allo steccato con il berretto girato all'indietro, fanno ruotare i palloni da pallacanestro sulla punta delle dita, aspettando che quella folla impazzita se ne vada dal parco e li lasci giocare. La maggior parte dei miei compagni di classe ha portato grancasse, xilofoni e flauti. Non potevano portare un po' di bonghi o qualcos'altro di serio? Poi, ecco che arriva Mr. Pearson con il suo blocco, cartellini, matite, fischietti, spille e cinquanta milioni di altre cose che, maldestro com'è, fa sempre cadere dappertutto. Spunta su dalla folla perché è sui trampoli. Una volta, per farlo arrabbiare, lo chiamavamo "Jack e la pianta di fagioli". Ma io sono l'unica che può superarlo nella corsa e farla franca, e poi adesso sono troppo grande per queste stupidaggini. "Bene, Squeaky" dice spuntando il mio nome dalla lista e dandomi il numero sette e due spille. E io penso che non ha nessun diritto di chiamarmi Squeaky se non posso chiamarlo Pianta di Fagioli. "Hazel Elizabeth Deborah Parker" lo correggo e gli dico di scriverlo sul suo blocco. "Bene, Hazel Elizabeth Deborah Parker, pensi che darai una chance a qualcun'altra, quest'anno?" Gli do un'occhiata veramente storta per vedere se pensa seriamente che dovrei perdere la gara apposta, solo per dare una chance a qualcun'altra. "Questa volta ci sono soltanto sei ragazzeche corrono» continua scuotendo tristemente la testa, come se fosse colpa mia se tutta New York non si è precipitata lì in scarpe da ginnastica. "Quella ragazzanuova dovrebbe darti del filo da torcere." Ecerca Gretchen per il parco come un periscopio in un film di sottomarini. "Non sarebbe un gesto carino se tu dovessi. .. se... ehhh..." Gli do un'occhiaraccia tale da impedirgli di mettere l'idea in parole. Certe volte i grandi hanno una bella faccia tosta. Mi appunto il numero sette e schizzo via, sono incavolatissima. Vado dritta alla pista e mi stendo sull'erba mentre la banda dà la carica con "Oh, la scimmia ha avvolto la coda attorno al palo della bandiera" che la maestra chiama in qualche altro modo. L'uomo dell'altoparlante sta dicendo di andare alla pista di gara e io resto sdraiata nell'erba a guardare il cielo, e vorrei far finta di essere in campagna, ma non posso, perché in città anche l'erba è dura come i marciapiedi e non si può proprio fingere di essere da nessun'altra parte se non in una «giungla d'asfalto», come dice mio nonno. Lacorsa dei venti metri dura due minuti in tutto perché la maggior parte dei piccoli non sa fare altro che correre fuori dalla pista o correre nella direzione sbagliata, oppure andare a sbattere contro la recinzione, cadere e piangere. Un bambinetto, comunque, ha imbroccato il senso giusto e corre dritto verso il nastro bianco e vince. Poi si allineano i più grandicelli per la corsa dei trenta metri e non mi preoccupo nemmeno di girarmi a guardare perché Raphael Perez vince sempre. Vince già prima di cominciare perché influenza negativamente gli altri corridori dicendo loro che inciamperanno nei lacci delle scarpe e cadranno battendo la faccia, o che perderanno i pantaloncini, e via dicendo, cosa che non ha proprio bisogno di fare perché è molto veloce, quasi come me. Dopo c'è la corsa dei quaranta metri dove io gareggiavo quando ero in prima elementare. Raymond sta strillando dalle altalene perché sa che sta per toccare a me perché l'uomo dell'altoparlante ha appena annunciato la gara dei cinquanta metri, anche se poteva benissimo aver dato la ricetta del pane degli angeli perché non si capisce niente di quello che dice per via delle scariche. Mi alzo in piedi e mi sfilo la tuta e a questo punto vedo Gretchen ferma sulla linea di partenza che scalcia come una professionista. Quando poi prendo il mio posto, vedo che il vecchio Raymond si è messo in riga dall'altro lato del recinto e sta chinato con le dita puntate sul terreno come se sapessequello che sta facendo. Sto per gridargli qualcosa, ma non lo faccio. Si brucia energia a urlare. Ogni volta che gareggio, subito prima dello scatto iniziale, mi pare sempre di essere in un sogno, quel tipo di sogno che uno fa quando è malato e ha la febbre e si sente tutto accaldato e senza peso. Sogno di volare sopra una spiaggia di sabbia nel sole del mattino, e di baciare le foglie degli alberi che sorvolo. E c'è sempre un profumo di mele, proprio come quando da piccola ero in campagna e giocavo a fare il trenino ciuf-ciuf che correva in mezzo ai campi di granturco e sbuffava su per la collina fino al frutteto. Etutte le volte che faccio questo sogno, divento sempre più leggera finché volo di nuovo sopra la spiaggia e poi vengo spinta da un soffio su nel cielo come una piuma senza peso. Ma appena punto le dita sul terreno e mi chino sui blocchi di partenza, il sogno se ne va e mi sento di nuovo alla grande e mi dico, Squeaky, devi vincere, devi vincere, sei la più veloce del mondo, puoi battere perfino tuo padre fino alla Amsterdam, se ci provi veramente. Eallora mi sento tornare il peso proprio dietro le ginocchia poi giù nei piedi poi nel terreno e
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