Linea d'ombra - anno XV - n. 127 - lug./ago. 1997

NicolaLabanca ILCATALOGODELDISORDINE I[ n genere l'ordine è meglio del disordine, della confusione. Ma non sempre. In ogni caso, oggi sono costretto ad ammettere il disordine della mia scrivania. Editori che premono, ritardi personale nel rispettare impegni a suo tempo contratti, con tutto ciò che ne consegue in termini di dover lavorare contemporaneamente a progetti diversi, e di diverso respiro: sono tutti fattori generano intrecci, scambi, mescolamenti e imbrogli di appunti, schede, ritagli, talvolta di idee. Sto cercando una scheda di lettura per un libro su Caporetto che chissà mai quando vedrà la luce: è una lettura recente, non deve essere molto in basso nella stratigrafia di carte sul tavolo. Mi decido a cercarla: ma è tardi, ho poco tempo. Spostando, sollevando e cercando, mi imbatto in una scheda. La leggo: "In nome di che cosa può intervenire l'Italia in Albania? Perché fu occupata dagli Angioini di Napoli e poi dai Veneziani?" No, non c'entra: è Alberto Cavallari (L'illusione democratica, La Repubblica, 6 marzo 1997,prima pagina). Sposto ancora, ne trovo un'altra, sempre a proposito di permanenze di lungo periodo sulla politica estera italiana, questa volta postunitaria: è ancora su "il torbido problema dei Balcani". "In quell'area del mondo disputata a livello internazionale e instabile a livello interno, la politica italiana era inconsistente. Alcuni dei figli del grande Garibaldi vi diffondevano il vangelo dell'indipendenza nazionale C..); altri con propositi più humdrum vi cercavano in realtà influenza o dominio economico; altri ancora consideravano che !"Albania' in particolare (non c'era alcun stato con quel nome, sino al 1912)avrebbe dovuto essere la pietra di fondazione dell'impero della 'Terza Italia'. Purtroppo non c'entra nemmeno questa (è un brano da un volume, caustico, R.J .B. Bosworth, ltaly and the wider world 1860-1960, 1996, p.22:chissà se lo tradurranno?) Lascheda che cercavo è di un documento attorno al sempiterno problema del rapporto fra aspirazioni e mezzi. Invece, rovistando ancora, trovo una pagina di quaderno intestata Nuova civiltà imperiale sottotitolo "Gerarchia di nazioni nella nuova Europa": il passo trascritto, in tema di intreccio fra permanenze del passato e programmi politici specifici (nel caso, anche velleitari), ricorda che "il fascismo riteneva di superare l'imperialismo tradizionale del dominio e dell'asservimento con l'idea della comunità imperiale, in cui piccoli Stati e piccole nazioni avrebbero dovuto volentieri associarsi per ruotare nell'orbita di una grande potenza irradiante i principi di una nuova civiltà. Il sole di questo nuovo sistema sarebbe stato, naturalmente, l'Italia fascista, in virtù della vocazione universalistica della sua civiltà(. ..)". No, la lettura conferma l'impressione che il brano non è affatto collegabile alle altre schede già riemerse dal caos, né con Caporetto: mentre la ripongo scorgo un'annotazione a margine, mia, di mettere a confronto questa pur acuta annotazione (era Emilio Gentile, Lagrande Italia. Ascesa e declino del mito della nazione nel Ventesimo secolo, 1996,p. 194).centrata però ancora sull'esame per linee interne del progetto italiano, almeno con quanto EnzoCollotti aveva già da tempo scritto attorno alla debolezza strutturale dei miti imperiali fascisti nella Secondaguerra mondiale, rispetto alla robustezza della proiezione della forza tedesca nel progetto nazista di Nuovo ordine europeo. Un suggerimento, il suo, di guardare cioè al quadro internazionale e non solo ai programmi nazionali di presenza o espansione internazionale, che dovrebbe servire da bussola nell'esame delle ambizioni imperiali dell'Italia liberale come di quella fascista, nonché di quelle diplomatiche dell'Italia repubblicana. Altri fogli ancora, alla rinfusa. Questa volta sono ritagli di giornali. Li scorro nell'ordine casuale con sui sono disposti, convinto che non mi serviranno per quello che sto cercando, ma solo per sapere in quale fascicolo poi ricollocarli. Albania, stato d'assedio, Gli imprenditori italiani: "Noi restiamo a guardare", un oppositore dice La colpa è tutta di questo governo, quello albanese ('la Repubblica", 3marzo 1997,rispettivamente p.1,2e 3). Quest'ultima affermazione pare tornare con un ritaglio del giorno dopo: Washington: tutta colpa di Berisha (ancora 'la Repubblica", p.3), da cui si apprende che sin da gennaio gli Usaavevano intimato in via riservata al presidente albanese di andarsene, col suo governo, con quel suo Parlamento frutto di elezioni poco regolari, e forse con quel

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