Linea d'ombra - anno XV - n. 127 - lug./ago. 1997

II coloredellasalute che parlò di noi nel suo libro Gliitalianison razzisti?, qualche anno fa. Noi copriamo un bisogno, quello dell'assistenza medica agli extracomunitari, ma indichiamo anche un problema: nessun'altra lo fa. Invece, sarebbe un dovere delle nostre istituzioni, quello di farsi carico. Per loro, gli immigrati sono tante mosche. Bene, noi mettiamo insieme tutte queste mosche, le convogliamo in uno spazio facilmente riconoscibile. E le mosche diventano un grosso punto nero, molto visibile. Qualcuno se ne deve fare carico: oggi quelle mosche sono un "problema". Il nostro, quindi, non è un modo, pietistico e comodo, per fare assistenza, ma lo strumento per condurre una lotta e rivendicare dei diritti negati. [ della 6celta di accentrare e non di diluire 6Ul territorio, COM mi dice? Anche di quello ci hanno accusato, di voler ghettizzare le persone, convogliandole in un luogo fisico unico, invece di spanderle sul territorio. Ma non è una ghettizzazione anche maggiore, nasconderle del tutto? Seil problema rimbalza al centro, se si fa tale, solo allora investe il territorio. Nell'89 abbiamo organizzato un grande convegno, "Il colore della salute", per ricordare a tutti che gli immigrati non erano portatori di malattie infettive come la lebbra o, peggio, l'Aids, sciocca paura diffusa dai media. L'immigrato-tipo è un giovane di colore, età compresa tra 20 e 40 anni, normalmente sanissimo: se si ammala è per le ragioni più banali, quotidiane, come il raffreddore. Nel '95, con un altro convegno, che questa volta s'intitolava "Salute senzacolore", abbiamo invece affrontato un altro tema, la necessità di porre attenzione al diritto alla salute, dato che ormai, stante il forte afflusso di immigrati in Italia dal1'89 in poi, il problema diventava quello di assicurare un servizio sanitario a tutti, immigrati regolari e immigrati clandestini, rifugiati politici o stranieri senzapermesso di soggiorno che siano e da qualunque paese vengano". [eco, appunto. Parliamo un po' anche di "politica", dottore. [ di governi. Guardi, è molto semplice. Il decreto sull'immigrazione del governo Dini, che ora è stato reiterato per la parte che c'interessa dal ministro Bindi, è frutto di una elaborazione che ha visto il Nagae la Caritas in prima fila. In sostanza, dice che le donne in stato di gravidanza o che devono abortire e i bambini, al di là del fatto che siano immigrati regolari o clandestini, possono rivolgersi alle strutture pubbliche (Ussl, pronto soccorsi) e farsi curare. Senzapagare e soprattutto senzaessere segnalati alla polizia. Eche tutti coloro, a prescindere se donne o bambini, che soffrono di malattie infettive (dette "di interesse pubblico") hanno gli stessi diritti. Questa normativa, approvata all'epoca da quasi tutte le forze politiche, non solo ci pone all'avanguardia di quasi tutti i paesi civili del mondo, ma soprattutto stabilisce un principio di fondamentale importanza: che si ha diritto all'assistenza sanitaria a prescindere dallo status giuridico. Ma attenzione, io le sto parlando esclusivamente delle norme sanitarie, perché il mio giudizio, personale ma più generale sulla legge per l'immigrazione, sia quella Dini che quella Turco attuale, non è positivo, in quanto lo trovo un provvedimento restrittivo. Dottor Siena, può 6piegare, ora, la tipologia di un normale paziente Naga? Per quanto riguarda i pazienti, la tipologia è cambiata sensibilmente, dall'87 al '97: una volta c'erano molti più bambini e più donne, che ora - come le dicevo prima - possono invece recarsi nei consultori pubblici, e siamo noi stessi a spingerli a farlo, ad informarli che è un loro diritto e abbiamo anche denunciato le strutture sanitarie che li avevano respinti. Per il resto, sono aumentati sensibilmente gli immigrati provenienti dai paesi dell'Est, in particolare dall'Albania rispetto agli africani, soprattutto provenienti dal Marocco e dal Senegal,che arrivavano prima, ma non mancano, in questi mesi, molti rifugiati provenienti dallo Zaire. Dal punto di vista sociale, gli immigrati sono più inseriti di un tempo e da noi vengono per la maggior parte quelli senza fissa dimora, che dormono per strada, nelle macchine, nelle baracche o dove capita. Lemalattie più diffuse sono quelle dermatologiche, oppure i reumatismi, le malattie ortopediche, molto diffuse, e quelle gastroenterologiche, anche se non manca l'insorgenza di malattie infettive come la tubercolosi. I problemi principali che ci troviamo ad affrontare con loro, sono i soliti che un europeo ha quando si trova di fronte a un extracomunitario: la lingua (molti di loro non parlano né inglese né spagnolo né francese) e la diffidenza di-trovarsi di fronte degli estranei, soprattutto per le donne. Hanno un altro "assunto corporeo", rispetto al nostro, e persino un'altra modo di "raccontare" le loro malattie. Spesso ricorriamo a figure terze, persone loro amiche che le accompagnano da noi, che ci conoscono, che traducono in italiano quello che loro dicono, che le rassicurano mentre le visitiamo. Ma non è facile anche così: le ambiguità possono essere tante. Grazie a un corso del Fondo sociale europeo, stiamo formando proprio degli "intermediatori culturali", cioè degli operatori che possano fare da tramite tra la loro cultura e la nostra. Alcuni, così, trovano anche un lavoro. ln6omma, dottore, Uini6ce che tra un po' mi diventa "negro" anche lei. .. Beh, una cosa è certa: i medici che vengono al Nagaa pre- • stare la loro opera gratuita sono tutti fortemente motivati, privi di pregiudizi, in genere giovani medici di base alle loro prime esperienze lavorative, oppure anziani dottori in pensione o quasi che hanno fatto i volontari, magari in Africa o in ospedale, e che vogliono continuare a farlo con noi, al Naga (dove tutte le cariche vengono rinnovate ogni due anni: tanto per capirci, io sono stato presidente per due anni, poi basta, ed è giusto così) e che non hanno alcun problema ad entrare in contatto con gli immigrati. Al punto che molti, come io stesso, ne siamo diventati amici, siamo andati spesso a casa loro e abbiamo fatto tardi, dopocena, a bere e a fumare insieme. Poi sa com'è, loro spessovengono tutti da uno stesso paese, non nel senso di nazione del termine, ma proprio di villaggio. Così, un paio di anni fa, sono andato a vederne uno, Benin Mellae, in Marocco. E le assicuro che mi sono trovato benissimo, a bere tè, lì in mezzo a loro.

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