Linea d'ombra - anno XV - n. 127 - lug./ago. 1997

più ci sto più mi prende la malinconia: sembra un luogo che evoca immagini di fine, più che di inizio, e il senso di perdita irrevocabile che infonde profondamente anche ai suoi cittadini più allegri, mi consuma. Perfino mentre camminiamo accanto ai corpi e agli autobus quel pomeriggio, Eltsin sta promettendo al personale dell'Ermitage che il governo li retribuirà presto. Lanotte del mio rientro a Mosca non faccio fatica ad accantonare i ricordi di SanPietroburgo, almeno per qualche ora. Max Maslakov ed io aspettiamo la grande apertura del Water Club della rivista "Ptjuch". Arriviamo al locale all'una, perché "non ci sarà nessuno prima di allora", mi dice Max. Situato in periferia sulle sponde della Moscova, il locale occupa una struttura gotica staliniana del 1937,una sorta di tomba con la forma di un battello da crociera fluviale in stile Mississippi, sovrastata da una spirale di luci. Ci sono guardie in uniforme che ci fanno entrare nel parcheggio, altre vestite di nero che ci guidano verso uno spazio in cui ha luogo il "controllo delle facce": omaccioni interamente vestiti di pelle nera, ognuno due volte più grosso di Dolph Lundgren, esaminano accuratamente le nostre, prima di farci entrare. Circa duemila persone, la maggior parte con meno di 30 anni, molti con meno di 20, affollano gli spazi all'interno e all'esterno del locale. Alla nostra destra c'è una passeggiata che dà sul fiume e su un cielo notturno ormai illuminato. Passiamoaccanto a coppie sdraiate su materassi e a due giradischi pronti per l'arrivo del noto d.j. Ci facciamo largo attraverso un lungo corridoio che invade la folla con luci ultraviolette. "Non hanno ancora installato gli schermi video", mi grida Max sopra la musica; il bar è affollato (quattro dollari una birra, 50 dollari un'estasi olandese - da evitare la roba polacca) così come l'angolo dei Vip. Centinaia di raver si muovono saltando a ritmi techno, diffusi da altoparlanti giganteschi, silhouettes disegnate da luci stroboscopiche e laser nell'aria fumosa. Non ho mai viéito uno ocenario eoattamente come queéito, nella mia innocenza oono oolo e de5.nodi commioerazione. 'Ti piace?", mi domandano 5iovani moocoviti, oouuocando a malapena uno obadiglio. La loro corruzione dietro un volto fresco è affascinante. Molti possono ancora sfoggiare un'aria da giovani pionieri, ma la maggior parte ha l'aspetto dei più induriti debosciati di Manhattan. Mi domando quanti di questi ragazzi saranno in gradi di votare il giorno dopo. Quelli che non si alzano dal letto il giorno delle elezioni hanno di che pentirsene. Eltsin batte Zjuganov per appena tre punti percentuali nel primo turno. Il giorno dopo nessuno riempie le strade, nessuno grida alla frode (gli osservatori riportano che il conteggio dei voti è sorprendentemente onesto), nessuno spot elettorale va in onda. Più di un milione di russi non ha votato per nessuno. Il giorno successivo Eltsin e il neo eletto Cons!gliere per la SicurezzaNazionale, Lebed (che è risultato terzo, con almeno il 15% dei voti), appaiono insieme in televisione, con l'aria di essere vecchi amici che condividono segreti che non era previsto raccontassero. Zjuganov ha l'aria bastonata. Dopo aver licenziato quattro amministratori, fautori della linea dura, e diversi generali superflui, Eltsin cancella bruscamente tutti i successivi impegni della campagna elettorale e sparisce per una settimana. Il Pridere mo Ministro Viktor Cernomyrdin riferisce ai giornalisti che il presidente è raffreddato. Zjuganov accusa il Cremlino di nascondere un malato terminale così come erano soliti fare i sovietici con i loro leader. Pochi russi vi prestano attenzione. Così come gli americani, i russi non amano i perdenti: e il burocrate Zjuganov non ha chiaramente la stoffa di Lebed. L'ex generale ama il suo nuovo lavoro. Mentre si trascinano i giorni dell'assenza di Eltsin, Lebed è sempre più pronto a brontolare, e comincia a far circolare le sue idee per rimettere in forma la Russia: buttare fuori gli stranieri, mettere al bando alcune religioni non russe. Una democrazia governata come una caserma dell'esercito, è questo l'ideale di Lebed. Informa i giornalisti che porterà la sua speciale miscela di amore duro alle sfere dell'economia, dell'agricoltura, dell'energia nucleare, dimenticando di dichiarare chi gli ha detto che può farlo. Alla domanda se si immagina futuro presidente nel Duemila, risponde "forse anche prima". Poi, proprio mentre i russi cominciano a chiedersi se Eltsin sia effettivamente morto (e se il fatto verrà reso noto solo dopo la sua rielezione), il suo "raffreddore" se ne va ed egli riappare. Ma il vecchio Non-Posso-Fermare-La-Musica non appare più in grado neanche di attraversare una stanzetta. Divaga, farfuglia, biascica. Il russo potrebbe anche essere la sua seconda lingua. Il colorito di Eltsin è preoccupantemente rosa, come se gli imbalsamatori l'avessero fatto uscire per una prova, ed è capace di una sola espressione: assente. Ha.l'aria di essersi scavato un varco da sottoterra. E forse lo ha fatto. Come ho detto, ai Necrorealisti russi non mancherà mai materiale. Eltsin vive per battere Zjuganov con

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==